Ci sono dischi che invecchiano bene e altri che continuano a suonare pericolosi, fisici, quasi scomodi. Around the Fur appartiene alla seconda categoria: il secondo album dei Deftones ha trasformato l’aggressività dell’alternative metal in qualcosa di più dinamico, malinconico e personale. Qui analizzo il suono, i brani essenziali, la produzione e il posto che questo disco occupa nella discografia della band.
I dati essenziali per orientarsi subito
- Uscita: 28 ottobre 1997, pubblicato da Maverick Records.
- Durata: circa 41 minuti, distribuiti su 10 tracce principali.
- Produzione: Terry Date, figura decisiva per il suono dei primi Deftones.
- Brani chiave: “My Own Summer (Shove It)” e “Be Quiet and Drive (Far Away)”.
- Riconoscimento: certificazione Gold RIAA ottenuta nel giugno 1999.

Perché questo secondo album conta ancora
Pubblicato nel 1997, il disco arriva quando il nu metal sta definendo i propri codici, ma i Deftones non sembrano interessati a seguirli fino in fondo. Mantengono chitarre ribassate, groove pesanti e urla, però le alternano a silenzi, melodie sospese e una sensibilità quasi post-punk.
Per me la sua forza sta proprio in questa tensione. La band non sceglie tra rabbia e vulnerabilità: le mette una contro l’altra nella stessa canzone. “My Own Summer (Shove It)” parte con un riff secco e riconoscibile, mentre “Be Quiet and Drive (Far Away)” trasforma l’idea di fuga in un brano ampio, emotivo e sorprendentemente atmosferico.
Il risultato non è ancora la raffinatezza pienamente sviluppata di White Pony, ma è il momento in cui i Deftones iniziano a costruire una voce davvero autonoma. Non sono più soltanto una band aggressiva: diventano una band capace di usare il peso del metal per creare atmosfera.
Il suono mescola violenza e spazio
La produzione di Terry Date rende il disco compatto senza schiacciare ogni dettaglio. La batteria di Abe Cunningham ha un impatto fisico, il basso di Chi Cheng sostiene i brani con grande profondità e la chitarra di Stephen Carpenter passa da riff granitici a parti più ariose.
Chino Moreno è il vero elemento di contrasto. La sua voce può essere aspra, urlata e quasi animalesca, ma subito dopo diventa fragile o melodica. Questo continuo cambio di registro impedisce all’album di sembrare monotono, anche quando la struttura dei brani resta ancorata a ritmi pesanti.
Definire il disco semplicemente “nu metal” è quindi riduttivo. L’etichetta aiuta a collocarlo storicamente, ma non descrive del tutto le sue influenze e la sua profondità. Dentro si sentono alternative metal, hardcore, grunge, post-hardcore e momenti vicini allo shoegaze, soprattutto quando le chitarre smettono di colpire e iniziano a creare una parete sonora.
Le canzoni da ascoltare per prime
Non consiglio di affrontare il disco solo attraverso i singoli. La sua identità emerge meglio dall’alternanza tra brani diretti, episodi più inquieti e chiusure dilatate. Questa è la sequenza che userei per presentarlo a chi non conosce ancora la band.
| Brano | Perché ascoltarlo |
|---|---|
| My Own Summer (Shove It) | Il riff iniziale è uno dei più riconoscibili dei Deftones e mostra subito il lato fisico del disco. |
| Lhabia | Più disturbante e nervosa, mette in primo piano la tensione vocale di Chino Moreno. |
| Mascara | Un momento più lento e sensuale, utile per capire quanto il gruppo sappia lavorare sulle dinamiche. | Around the Fur | La title track concentra aggressività, groove e un’attitudine quasi claustrofobica. |
| Rickets | È uno degli episodi più duri e veloci, perfetto per chi cerca il lato più diretto dell’album. |
| Be Quiet and Drive (Far Away) | Il brano più accessibile, ma anche uno dei più riusciti nel fondere malinconia e potenza. |
| Lotion | Ha un ritmo teso e una struttura aggressiva, con un’energia quasi da concerto. |
| Dai the Flu | Alterna pesantezza e aperture melodiche, anticipando alcune soluzioni future della band. |
| Headup | La presenza di Max Cavalera aggiunge un tono ancora più ruvido e istintivo. |
| MX | Una chiusura lunga e irregolare, pensata per lasciare una sensazione di inquietudine più che una conclusione ordinata. |
Se si ha poco tempo, partirei da “My Own Summer”, “Be Quiet and Drive” e “Dai the Flu”. Insieme mostrano le tre direzioni fondamentali del disco: l’impatto, la malinconia e la ricerca di una forma più personale.
Produzione e dettagli che fanno la differenza
Il disco fu registrato allo Studio Litho di Seattle, mentre il mix venne completato ai Larrabee Studios di West Hollywood. Sono dettagli tecnici che contano perché aiutano a capire l’equilibrio del suono: la pesantezza non cancella la profondità, e le parti melodiche non indeboliscono l’impatto dei riff.
La formazione comprende Chino Moreno alla voce, Stephen Carpenter alla chitarra, Chi Cheng al basso e Abe Cunningham alla batteria. Frank Delgado contribuisce con effetti sonori in diversi brani, mentre Max Cavalera partecipa a “Headup” con voce e chitarra.
Un elemento spesso trascurato è la gestione del finale. “MX” non cerca una chiusura semplice e, in alcune edizioni, lascia spazio dopo una lunga pausa a materiale nascosto associato a “Damone”. Non è un dettaglio indispensabile, ma mostra quanto la band fosse già interessata a rompere la struttura tradizionale dell’album.
Anche la copertina riflette l’estetica ruvida e provocatoria della scena alternativa degli anni Novanta. Oggi può apparire datata o volutamente kitsch, ma comunica bene l’atmosfera fisica, notturna e irregolare del disco.
Dove collocarlo nella discografia dei Deftones
Il confronto più naturale è con Adrenaline, il debutto del 1995. Il primo album è più grezzo e frontale, mentre il secondo introduce maggiore controllo, varietà e senso melodico. Non è una trasformazione totale, ma il salto compositivo si sente chiaramente.
Il passaggio successivo è White Pony del 2000, l’album in cui la band amplia ancora di più il proprio vocabolario. Ascoltati insieme, i due dischi raccontano bene l’evoluzione del gruppo: prima la forza compressa e istintiva, poi l’apertura verso elettronica, atmosfere dream pop e arrangiamenti più elaborati.
| Album | Caratteristica principale | Da scegliere se cerchi |
|---|---|---|
| Adrenaline | Suono grezzo e aggressivo | Energia diretta e riff immediati | Around the Fur | Equilibrio tra peso e malinconia | Il punto d’incontro tra rabbia e atmosfera |
| White Pony | Ricerca sonora più ampia | Sperimentazione e maggiore varietà |
La mia valutazione è netta: non lo considero necessariamente l’album più completo dei Deftones, ma lo considero il disco più importante per capire la loro identità. È quello in cui la band smette di sembrare una promessa della scena e comincia a diventare un riferimento.
Il modo migliore per riascoltarlo oggi
Lo ascolterei dall’inizio alla fine, senza affidarmi alla riproduzione casuale. La scaletta è costruita per passare da un attacco immediato a momenti più introspettivi, e saltare i brani più lenti significa perdere una parte essenziale del contrasto.
Per cogliere meglio il lavoro di produzione, consiglio cuffie o diffusori capaci di rendere il basso senza coprire la batteria. A volume troppo alto il disco può diventare una massa indistinta; a un livello moderato emergono invece le pause, i riverberi e le differenze tra le chitarre.
Non partirei da questo album aspettandomi un ascolto rassicurante o perfettamente uniforme. La sua bellezza è più fisica che elegante, più istintiva che rifinita. Proprio per questo, a distanza di anni, continua a funzionare meglio quando lo si ascolta come un’esperienza completa e non come una semplice raccolta di singoli.
Un disco che ha insegnato al metal a respirare
Il valore di questo album non dipende soltanto dai suoi riff o dalla nostalgia per gli anni Novanta. I Deftones hanno mostrato che una band pesante può lasciare spazio a desiderio, alienazione, malinconia e silenzio senza perdere credibilità.
Se si vuole capire da dove nasce il lato più atmosferico della band, questo è il punto di partenza più efficace. La sua eredità sta nell’equilibrio: colpire forte, ma lasciare abbastanza spazio perché una canzone possa anche ferire lentamente.