Il periodo di Steve Hackett nei Genesis è uno di quelli che spiegano davvero perché il progressive rock continua a contare: lì la chitarra smette di essere solo un contorno e diventa una voce narrativa, capace di guidare atmosfera, tensione e melodia. In queste righe ricostruisco gli anni chiave, gli album da ascoltare e le tecniche che hanno reso quel passaggio così importante, soprattutto per chi vuole capire non solo la storia della band, ma anche il modo in cui Hackett ha cambiato il linguaggio della chitarra rock.
I passaggi chiave da tenere a mente sull’era Hackett nei Genesis
- Steve Hackett entra nei Genesis all’inizio degli anni Settanta e resta nella formazione classica fino al 1977.
- Il suo contributo più forte è un modo di suonare melodico, architettonico e molto controllato, mai puramente virtuosistico.
- Album come Nursery Cryme, Foxtrot, Selling England by the Pound e Wind and Wuthering sono il cuore del suo lascito.
- Brani come The Musical Box, Horizons, Dancing with the Moonlit Knight e Firth of Fifth mostrano bene il suo peso specifico.
- Il suo addio non è solo una questione biografica: segna il passaggio dei Genesis verso un’altra identità sonora.
- Per ascoltarlo bene, conviene partire dai dischi, poi passare ai live, perché dal vivo il suo fraseggio acquista ancora più senso.
Come si inserisce Hackett nella storia dei Genesis
Io leggo l’arrivo di Hackett come una vera svolta di linguaggio, non come un semplice cambio di chitarrista. I Genesis avevano già trovato una direzione progressiva, ma con lui il suono diventa più elastico: la chitarra smette di rincorrere solo gli arrangiamenti e inizia a costruire spazio dentro le canzoni.
La cosa importante è che Hackett entra nel gruppo proprio quando la formazione si stabilizza e si prepara al periodo più riconoscibile della band. Da Nursery Cryme fino a Wind and Wuthering, il suo tocco attraversa sei album studio fondamentali e accompagna i Genesis nel passaggio dalla fase più teatrale a quella più compatta e raffinata. È un tratto che, per un ascoltatore italiano, aiuta anche a capire perché il prog britannico abbia parlato così forte alla scena europea: non era solo tecnica, era scrittura. E da qui vale la pena vedere dove il suo segno diventa davvero evidente.

Gli album in cui la sua chitarra cambia il suono della band
Se devo indicare i dischi che raccontano meglio il suo apporto, non partirei da una compilation e nemmeno da un disco tardiamente celebrato. Partirei dai quattro album che fissano il suo ruolo, e poi aggiungerei i due capitoli finali della sua permanenza: lì si capisce come Hackett non sia stato solo un solista brillante, ma un musicista capace di dare profondità armonica e colore emotivo al gruppo.
| Album | Anno | Perché conta | Cosa ascoltare |
|---|---|---|---|
| Nursery Cryme | 1971 | È il disco che fa entrare davvero Hackett nell’identità dei Genesis. | The Musical Box, The Return of the Giant Hogweed, The Fountain of Salmacis. |
| Foxtrot | 1972 | Qui si vede il suo lato più lirico e colto. | Horizons, ma anche il modo in cui sostiene l’architettura del disco. |
| Selling England by the Pound | 1973 | È uno dei punti più alti dell’intera fase classica della band. | Dancing with the Moonlit Knight, Firth of Fifth. |
| The Lamb Lies Down on Broadway | 1974 | Un disco complesso, più narrativo e più duro da leggere, dove la chitarra lavora spesso per atmosfera. | The Carpet Crawlers, The Lamia, i dettagli di tessitura sonora lungo tutto il doppio album. |
| A Trick of the Tail | 1976 | È il disco della sopravvivenza creativa dopo l’uscita di Gabriel, e Hackett resta una colonna del suono. | Dance on a Volcano, Entangled, Los Endos. |
| Wind and Wuthering | 1977 | È l’ultimo capitolo in studio con lui: più maturo, più malinconico, spesso sottovalutato. | Blood on the Rooftops, One for the Vine, Your Own Special Way. |
Se vuoi capire il suo peso dal vivo, io aggiungerei anche Genesis Live e Seconds Out: il primo mostra una band ancora affilata nella fase di consolidamento, il secondo è il documento finale della sua epoca nel gruppo, uscito mentre il rapporto era già arrivato al capolinea. In pratica, i dischi in studio spiegano il linguaggio; i live spiegano l’energia. E la differenza, qui, è enorme.
Le idee chitarristiche che ha portato nel prog
Qui secondo me c’è il punto che molti semplificano troppo. Hackett non va letto solo come il chitarrista “tecnico”. Io lo trovo più interessante per il contrario: ha usato la tecnica per rendere più espressivo il prog. Il suo stile è pieno di sustain - cioè il modo in cui una nota resta viva e lunga nel suono - e di fraseggi pensati quasi come linee vocali.
Tre elementi, in particolare, fanno la differenza:
- Tapping a due mani, cioè l’uso di entrambe le mani sulla tastiera per articolare note e abbellimenti: non come numero da circo, ma come estensione melodica.
- Impronta classica, evidente in brani come Horizons, dove il riferimento alla musica colta non è decorativo ma strutturale.
- Guitar playing narrativo, che nei Genesis significa spesso scegliere la nota giusta e il timbro giusto, non la quantità di note.
La cosa che apprezzo di più è questa: Hackett non schiaccia mai il brano. Anche quando spinge sulla tecnica, lascia respirare tastiere, voce e dinamiche del gruppo. È per questo che il suo stile ha influenzato tanta gente senza diventare mai un cliché da imitare. E proprio questa tensione tra libertà individuale e struttura collettiva aiuta a capire perché, alla fine, i Genesis gli stessero stretti.
Perché il suo addio del 1977 pesa ancora
Il suo abbandono non va letto come una fuga improvvisa, ma come il risultato di una progressiva distanza creativa. Hackett aveva già assaporato una certa autonomia con Voyage of the Acolyte, pubblicato nel 1975 mentre era ancora nel gruppo, e quella parentesi gli aveva mostrato quanto potesse esistere una sua identità al di fuori dei Genesis.
Nel frattempo la band stava cambiando pelle. Dopo l’uscita di Peter Gabriel, i Genesis diventano più compatti e, in un certo senso, più centrati sugli equilibri interni. Hackett ha raccontato più volte la sensazione di avere sempre meno spazio per alcune idee; io non la interpreterei come una semplice frustrazione, ma come il segnale che il suo modo di pensare la musica chiedeva un contesto meno rigido. Quando arriva Seconds Out, il capitolo è praticamente già chiuso, anche se il disco resta una fotografia preziosa di quella fase.
Il risultato, per la band, è netto: senza di lui la chitarra perde una parte del suo ruolo atmosferico e il baricentro si sposta ancora di più verso tastiere, groove e poi pop-rock. Non è un giudizio di valore, è un cambio di grammatica. E a me sembra fondamentale chiamarlo così, senza nostalgia facile.
Cosa ascoltare per capirlo senza perdersi
Se dovessi costruire un percorso rapido per un lettore che vuole arrivare al punto, lo farei così. Prima i dischi, poi i brani chiave. È il modo migliore per sentire come Hackett lavora dentro la band, non sopra la band.
- Nursery Cryme per sentire il suo ingresso nel linguaggio Genesis.
- Foxtrot per la dimensione più raffinata e acustica.
- Selling England by the Pound per capire il picco della sua inventiva.
- The Lamb Lies Down on Broadway per ascoltare un Hackett più immersivo e meno “solista”.
- Wind and Wuthering per chiudere il cerchio con il suo ultimo grande contributo alla band.
Se invece vuoi partire dai brani, io non lascerei fuori The Musical Box, Horizons, Firth of Fifth, Dancing with the Moonlit Knight e Blood on the Rooftops. Ognuno mostra un aspetto diverso del suo modo di stare dentro i Genesis: il dramma, la grazia, il fraseggio, la precisione, la malinconia. È un ottimo filtro anche per capire se ti interessa di più il lato prog classico o la scrittura più evocativa della band.
Perché quel passaggio resta decisivo per il prog britannico
La ragione per cui continuo a considerare questo capitolo così importante è semplice: Hackett ha insegnato che la chitarra nel prog non deve per forza dominare, ma deve significare. Può essere orchestrale, può essere discreta, può persino sembrare trattenuta, e proprio per questo risultare memorabile.
Se vuoi una lettura pulita del suo lascito, io partirei da una regola molto semplice: non cercare solo il virtuosismo, cerca il momento in cui la chitarra apre una stanza nuova dentro il brano. Nei Genesis di Hackett questo succede di continuo, ed è il motivo per cui quelle registrazioni restano vive anche oggi. Per un ascoltatore italiano che ama il rock progressivo e le sue diramazioni più curate, è uno di quei casi in cui la storia e il suono coincidono davvero.