Soil – Scars

In vista della loro futura esibizione al Gods of Metal 2002, eccovi la recensione di una delle più particolari new sensation che il mondo del crossover ha recentemente lanciato: i Soil. L’operato della band si muove su piani stilistici variegati, attinenti a più correnti musicali, creando un’amalgama di generi ed influenze efficacissime nel creare più strati in un disco che, a differenza di molte altre uscite del campo, non rasenta affatto il ridicolo per ripetitività ed eccessiva monoliticità. La band, infatti, è riuscita nell’intento di dar vita ad un lavoro compatto, avente un sound prettamente proprio, ma allo stesso tempo vario, operante su più direzioni senza mai stancare troppo l’ascoltatore per l’eccessivo incedere delle divagazioni stilistiche delle quali “Scars” è effettivamente impregnato. Ci troviamo dinanzi ad un continuo intercalare fra la contenuta violenza sonica del miglior crossover, riferimenti chiari e palesi a stilemi accostabili a quanto eseguito dai Down dell’onnipresente Phil Anselmo, sprazzi ben percepibili di hardcore ed un ruffiano, orecchiabile, mainstage crossover impregnato da un groove dominante caratterizzato da una sequela di refrain semplici, diretti, ben assimilabili. Veniamo alle problematiche: aldilà della buonissima prestazione del malleabile Ryan McCombs, singer dei Soil (capace di passare da un cantato a’la Anselmo sino a parti lievemente accostabili a quanto eseguito sinora da singer come Flynn o Davis), “Scars” si presenta come il classico disco nel quale il meglio del meglio viene sparato sull’ascoltatore in un grappolo di minuti. Infatti, l’accattivante “Breaking me down” (lievemente rovinata dai soventi inserimenti rappati di McCombs ma comunque validissima e supportata da un chorus irresistibile) e la meravigliosa “Halo” rappresentano le prime due tracce del disco nonchè le migliori. Del resto, si segnalano solo sporadici episodi di rilievo come le discrete “Undestranding me” e “The one”, dove influenze di base come quelle di Corrosion of Conformity, Powerman 5000 e, in quanto all’uso di certi rallentamenti, percussioni ed alla semplicità con la quale i nostri s’imbattono in “masticabilissimi” refrain, Korn si alternano senza respingersi o creare ponti di disturbo fra le varie sezioni. Valida anche la prova dell’essenziale drummer Tom Schofeld, uno dei tanti elementi che rendono questo “Scars” un disco sufficiente, discreto, ma non certo esente da discontinuità e comunque rovinato dall’alto appoggio dato dal quintetto all’orecchiabilità dei brani proposti. I pezzi di rilievo non mancano affatto, ma quattro o cinque su tredici non caratterizzano di certo una buona media, per una release come questa.