Impellitteri – Pedal to the Metal

Questo nuovo lavoro di Impellitteri, “Pedal to The Metal”, pur senza riservare grosse sorprese ai fans del chitarrista statunitense, ci mostra una band sufficientemente aggressiva che suona con la giusta dose di cattiveria, fermo restando che il loro è un rock-metal assai melodico (e senza grosse pretese) che strizza l’occhio alle classifiche. La novità di questo disco si chiama Curtis Skelton, vocalist a cui è stato affidato il compito di cantare i dieci brani che compongono Pedal To The Metal; la sua prova può essere giudicata positiva anche se non mancano le defaillances e le cadute di stile in assenza delle quali il valore complessivo dell’ opera in discussione sarebbe aumentato. Mi riferisco in particolare ad una canzone come Punk in cui il cantato rap che la contraddistingue è francamente ridicolo e soprattutto fuori posto in un album come questo incentrato su sonorità tipiche del rock e dell’ heavy metal. Ad Impellitteri va la responsabilità di aver ideato questo obbrobrio seppur spinto da buoni propositi quali possono essere la critica e la condanna della scena musicale odierna dominata da gente come Eminem e Fred Durst (citati nel testo) ed in generale dai cantanti rap, la scelta (discutibile) di utilizzare forme vocali tipiche dell’ hip-hop va dunque interpretata come il tentativo di fare una parodia del genere più in voga negli ultimi 10-15 anni. Se Punk va quindi considerato come un episodio totalmente negativo, a suscitare non poche perplessità è anche un brano come Crushing Daze in cui l’ottimo lavoro svolto da Chris alla chitarre viene ridimensionato (se non proprio rovinato) da un ritornello che definire orrendo è poco, si tratta di una delle cose più sciocche che ho avuto modo di ascoltare in quest’ ultimo periodo. La cosa più assurda poi è che questo chorus viene inserito in quello che può essere considerato il brano più cattivo di tutta l’opera, all’ interno del quale Impellitteri sfodera un potentissimo riff capace di farmi muovere la testa anche se solo per brevi istanti. Peccato…! L’album in generale ha un’ impronta rock-metal con arrangiamenti semplici, volti ovviamente a rendere le composizioni più dirette; non mancano come era lecito attendersi i solos ultraveloci di Chris la cui frenesia non può ovviare a quella che sembra essere una significativa mancanza di pathos, del tutto assenti invece gli spunti neoclassici che si possono apprezzare solo nell’ultimo brano The Writing’s On The Wall. Tra le dieci canzoni che compongono l’album due sono quelle che hanno colpito maggiormente la mia attenzione, si tratta di The Kingdom Of Titus e Destruction, entrambe recano una traccia profonda dello stile di Mr. Impellitteri e sono costruite attorno a dei pregevoli riffs di chitarra, ciò non basta però a risollevare le sorti di un lavoro discreto ma non certo ispiratissimo, si sentono qua e là delle buone cose, ci sono diversi elementi positivi ma non si grida affatto al miracolo, l’impressione è che la band sia entrata in studio per timbrare il cartellino, se capite ciò che intendo dire…