Helmet – Size matters

Cosa rimane dei ’90? I ’90 intesi come musica grezza e sporca, ruvida ed emotiva. Non rimarrà il nu-metal o il crossover nei nostri cuori, non i Metallica e neppure i Guns and Roses. Chi si aggira tra i 20 e i 26 ricorderà il rock massiccio e d’autore dei gruppi che oggi sono stati dimenticati, e che al tempo vennero indicati come grunge. Alice in chains o Soundgarden per esempio, rispettivamente Dirt e Badmotorfinger… Potremmo nominarne un centinaio per poi scoprire che in qualche modo tutte erano collegate con amicizie e collaborazioni, città natale e influenze. Nulla è rimasto di quei tempi, o comunque molto poco. Nessuna band ha saputo ricordare in maniera seria quel rock spesso fatto di pesantezza, ricerca ed emozioni. Avete più sentito una Rusty Cage o una Angry Chair… o una Cherub Rock??? Forse parte di questo patrimonio è stato recuperato da alcune band come i Muse, che in qualche modo oggi occupano, pomposamente e virtuosamente come un pianoforte laccato in un salotto Luigi XIV, la stessa identica fetta di mercato. Se avessi 16 anni in questo periodo forse seguirei la stessa fetta di mercato attraverso Qotsa, White Stripes o Audioslave. Sarà l’età ma le cose comunque non hanno più lo stesso gusto, e credo che qualcuno capisca bene quanto dico. Gli Helmet sono tornati. Non sono mai stati parenti, figli o nipoti del fenomeno di Seattle, ma rientrano nel rock pesante, grezzo e mastodontico dei ’90. Un tempo erano una costola del “crossover”, gentaglia che arriva sul palco in giacca, cravatta e mocassini per poi scaraventare quel suono ruvido e violento dei ’90. Oggi la trovata da “shock” di band come i Cumshot è quella di far scopare due tizi durante le loro esibizioni. La cosa più vecchia del mondo nell’anno 2004 incute più terrore ed agita più censure di un telegiornale qualsiasi. Impressionante. Come suonano gli Helmet dopo 7 anni di assenza? Bene. Benissimo. Grandiosamente. Molto vicini allo stile di Betty… che non tutti apprezzavano. A volte sono i dischi che hanno delle sensazioni che si propagano nell’aria fino a contagiarci le giornate e le vite, questa volta sono io che saturo queste melodie con i miei ricordi, le mie giornate, le mie idee e tutto il resto dei favolosi, flanellosi e spettinati “nineties”. In poche parole, un grandioso calcio in culo alle mode di oggi per celebrare il passato prossimo e farci tornare a capire cosa abbiamo perso negli anni.

Voto: in tutta onestà… cosa mi frega di dare un voto ad un disco che potrà pur sembrare mediocre ai soliti esteti e onniscenti cultori underground della musica pesante, quando questo disco regala a me, e a quelli come me, un tuffo spaventoso nelle cose che abbiamo perso???