God dethroned – Into the lungs of Hell

Un richiamo in sottofondo, il charleston che si apre e si chiude a scandire gli ottavi, cassa e tom che danno il tempo e ricreano l’atmosfera, l’entrata delle chitarre con note lunghe… poi un riffettone cadenzato, doppia cassa ed un grido: “Welcome into the lungs of hell!”… Così comincia il nuovo capitolo dei God dethroned, fenomenale combo olandese in continua e strepitosa ascesa. Se con le prime due uscite, “The Christhunt” (1992, sotto Shark Records) e “The grand grimoire” (1997, il primo con la Metal Blade), pur essendo buone, ci trovavamo davanti a lavori ancora piuttosto acerbi, la svolta avviene nel 1999 con “Bloody blasphemy”, album che ha segnato la definitiva conferma della band in ambito internazionale. E’ questo il periodo della maturazione artistica, del notevole miglioramento in fase di songwriting, proprio nella fase in cui la scena death sembrava lentamente decadere. Il death di matrice floridiana unito a quello svedese, a tratti melodico, con frequenti strizzate d’occhio al thrash slayeriano sono stati gli ingredienti ottimamente dosati che hanno contribuito alla formazione di “Bloody blasphemy”, la cui formula vincente è stata riprodotta due anni dopo in “Ravenous”, disco più violento e roccioso del precedente, ma con i medesimi risultati. Con “Into the lungs of hell” il suono si è alleggerito e, nonostante i frequenti stacchi di death furioso, la componente melodica gioca un ruolo di fondamentale importanza nello sviluppo del disco. Non meravigliatevi quindi se dalla bellissima opener “Into the lungs of hell”, lenta e armoniosa, verrete spediti in orbita dalla seguente “The warcult”, che dopo l’inizio alla Dark tranquillity parte in una sparata death d’altri tempi, seguita subito a ruota da stacchi devoti a Kerry King. L’album rimane su altissimi livelli anche con le successive “Enemy of the state” e “Soul sweeper”, perdendo punti però con le non impeccabili “Slaughtering the faithful” e “Subliminal”, per poi riprendersi con la spietata “The tombstone”. La chiusura spetta a “Gods of terror”, song che conclude un album dalle molte sfaccettature, pestato ma allo stesso tempo melodico, bello (soprattutto la prima metà) ma forse troppo breve e discontinuo per raggiungere le vette toccate prima con “Bloody blasphemy” e dopo con “Ravenous”. Da segnalare anche che oltre al full-lenght, all’interno del curatissimo booklet troverete un altro cd contenente 6 brani live, la cover di “Satan’s curse” dei Possessed, la versione rimasterizzata di “God dethroned” e 2 video-clip; il tutto, al prezzo di uno… Capito Cradle of filth???