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Bon Jovi, These Days - Perché è il disco più maturo e rivelatore

Domenico Donati

Domenico Donati

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16 marzo 2026

Copertina CD "These Days" dei Bon Jovi, con i quattro membri della band.

Bon Jovi These Days è uno di quei dischi che non si capiscono davvero se lo si ascolta come semplice raccolta di singoli. Qui mi concentro soprattutto sull’album del 1995 e sul brano omonimo, perché il loro senso sta nel cambio di tono: meno euforia da arena, più tensione emotiva, più scrittura adulta. Se vuoi capire perché questo lavoro continua a pesare nella storia dei Bon Jovi, qui trovi contesto, brani chiave e il modo giusto per ascoltarlo oggi.

These Days è il Bon Jovi più maturo e meno immediato

  • È il sesto album in studio dei Bon Jovi, uscito il 27 giugno 1995.
  • Contiene 12 brani e dura quasi 64 minuti, quindi va ascoltato come un disco intero.
  • Il suo tratto distintivo è un rock più cupo, riflessivo e adulto rispetto alla fase dei grandi inni anni ’80.
  • I brani da conoscere subito sono Hey God, Something for the Pain, This Ain’t a Love Song e la title track These Days.
  • Su alcune edizioni internazionali compaiono anche bonus track, quindi vale la pena controllare quale versione si sta ascoltando.

Perché These Days resta un album di svolta

Nel catalogo dei Bon Jovi, These Days non è soltanto “un altro disco degli anni ’90”: è il punto in cui la band cambia asse senza perdere identità. Arriva nel 1995, dopo il successo di Cross Road, in un momento in cui il rock mainstream sta cambiando velocemente e le formule più immediate cominciano a mostrare la corda. In più, il gruppo si presenta in una formazione diversa dal passato, con il basso affidato in studio a Hugh McDonald e una scrittura che mette al centro una sensibilità meno trionfale e più osservativa.

Io lo leggo come un album che non prova a fingere di essere giovane a tutti i costi. Non rincorre il riflesso di Slippery When Wet; semmai cerca una voce più credibile per la metà dei Novanta, quando l’idea di essere una rock band di successo non bastava più. È proprio questa scelta a renderlo interessante ancora oggi: non è un disco costruito per piacere subito, ma per restare. E da qui si capisce meglio perché il suo suono sia così diverso da quello dei lavori più celebri della band.

Il suono più scuro che i Bon Jovi hanno messo in primo piano

La prima cosa che colpisce è l’atmosfera. These Days non ha la luminosità immediata di molti classici dei Bon Jovi; preferisce una tavolozza più scura, con chitarre più tese, ritmi meno lineari e qualche sfumatura soul e R&B che allarga il quadro. Non è un disco “pesante” nel senso metal del termine, ma è certamente più denso emotivamente di quanto il nome Bon Jovi faccia immaginare a chi li associa solo ai cori da stadio.

Aspetto Com’era prima Cosa fa These Days Effetto sul disco
Impatto immediato Ritornelli più solari e diretti Più tensione e meno leggerezza Richiede più ascolti, ma ripaga di più
Temi Rivalsa, amore, fuga, ottimismo Disincanto, fatica, fede, distanza Rende il disco più adulto e credibile
Produzione Lucida e molto radiofonica Più piena, più ruvida, meno levigata Fa respirare meglio le sfumature emotive
Identità della band Arena rock classico Rock da grande pubblico con ambizione narrativa Mostra che i Bon Jovi sanno cambiare senza sparire

Il punto, secondo me, non è che il disco sia “triste”. È più corretto dire che è meno accomodante. Anche quando apre il gancio melodico, non lo fa per rassicurare: lo usa per dire qualcosa di più complesso. Ed è per questo che vale la pena fermarsi sui brani chiave, perché lì si capisce davvero come funziona l’album.

I brani che raccontano meglio il disco

Se vuoi entrare subito nel cuore del lavoro, non partire dai pezzi più noti solo per nostalgia. Io farei il percorso opposto: ascolterei prima le canzoni che mostrano la varietà del disco, perché è lì che emerge la sua forza. These Days è un album con un’identità precisa, ma non è monocorde.

Brano Cosa ascoltare Perché conta
Hey God Chitarre tese, urgenza vocale, senso di protesta Apre il disco con un tono più duro e dichiarato rispetto al Bon Jovi classico
Something for the Pain Groove elastico e ritornello molto forte Mostra quanto la band sappia ancora costruire un hook immediato senza sembrare leggera
This Ain’t a Love Song Ballata amara, meno zucchero e più resa dei conti È uno dei momenti in cui il disco parla a un pubblico ampio senza perdere profondità
These Days Andamento più riflessivo e tono introspettivo È il centro emotivo dell’album e la sua chiave di lettura più chiara
Lie to Me Energia più diretta e una vena quasi da sfogo Allarga il registro del disco e impedisce che tutto scivoli nel solo malinconico
Something to Believe In Chiusura più contemplativa, meno immediata Ricapitola bene l’idea di fondo: cercare senso, non solo un altro singolo

Il mio consiglio è semplice: non ascoltare questi pezzi come singoli scollegati. Presi uno per uno funzionano, ma in sequenza rendono meglio l’idea di un gruppo che ha deciso di non nascondere le crepe. E proprio da quella crepa si arriva alla title track, che è la vera bussola del disco.

La title track come ritratto di disincanto

These Days, la canzone, non è costruita per esplodere al primo ascolto. È più misurata, più trattenuta, quasi più adulta di quanto ci si aspetterebbe da un nome grande come Bon Jovi. La sua forza sta nella combinazione tra melodia ampia e tono emotivo controllato: non cerca il colpo da arena, ma un senso di bilancio personale, come se la band guardasse avanti senza fingere che tutto sia semplice.

È qui che il disco trova il suo centro. La title track parla di stanchezza, distanza, desiderio di tenere insieme qualcosa che sta cambiando; io la sento come una canzone sul prezzo della maturità, più che sulla fine di un amore in senso stretto. Questo la rende meno prevedibile e molto più interessante di tante ballate “grandi” ma vuote. Se questo brano ti prende, allora capisci anche il resto dell’album: non è un set di canzoni malinconiche, è una dichiarazione di identità in un momento in cui il rock commerciale stava perdendo certezze.

Da qui si apre la domanda pratica: come ascoltarlo oggi senza sbagliarne il contesto?

Come ascoltarlo oggi senza sbagliarne il contesto

Il modo migliore per avvicinarsi a questo album è accettare che non nasce per sostituire i classici più radiofonici della band. Io farei così:

  • partirei da These Days e This Ain’t a Love Song per capire subito il nucleo emotivo del disco;
  • passerei a Hey God per sentire la sua parte più tesa e meno conciliatoria;
  • ascolterei l’album in ordine, almeno una volta, perché la sequenza aiuta a percepire il cambio di umore;
  • lo confrontarei con Keep the Faith, non con Slippery When Wet, se voglio capire davvero da dove arriva questa fase della band.

Il rischio più comune è aspettarsi un disco di soli ritornelli luminosi e ritmi immediati. Non è quello il suo obiettivo. These Days funziona meglio quando lo si prende per quello che è: un lavoro di transizione, ma di una transizione riuscita, perché sa tenere insieme accessibilità e malinconia senza sembrare artificiale. E proprio per questo, anche nel 2026, resta una tappa essenziale per leggere i Bon Jovi oltre il cliché da stadium rock.

Perché questo disco conta ancora nel 2026

Nel presente, il valore di These Days sta in due cose molto concrete. La prima è che mostra una band capace di cambiare pelle senza perdere mestiere: le melodie restano forti, ma il linguaggio si fa più sfumato. La seconda è che offre un modello di hard rock mainstream adulto, utile per chi ama il genere ma non vuole solo l’adrenalina del primo colpo.

Se devo consigliarlo a qualcuno che vuole capire i Bon Jovi oltre i singoli più famosi, io direi di ascoltarlo in questo ordine: prima la title track, poi Something for the Pain, Hey God e This Ain’t a Love Song. In pochi brani si vede già tutto: la tensione, il mestiere, la voglia di non restare fermi. È per questo che l’album merita ancora spazio nelle discussioni serie sulla band, non come reliquia nostalgica, ma come prova di maturità musicale.

Se vuoi davvero capire cosa sono diventati i Bon Jovi a metà anni ’90, questo è il punto da cui partire: non il più facile, ma probabilmente il più rivelatore.

Domande frequenti

"These Days" segna un cambio di tono per la band, abbandonando l'euforia da arena per un rock più cupo, riflessivo e adulto, mostrando una maturità compositiva e tematica che lo distingue dai lavori precedenti.
Brani come "Hey God", "Something for the Pain", "This Ain't a Love Song" e la title track "These Days" sono essenziali per cogliere la profondità e la varietà emotiva dell'album.
L'album presenta un'atmosfera più scura, chitarre tese, ritmi meno lineari e sfumature soul/R&B, rendendolo meno immediato ma emotivamente più denso rispetto ai classici inni da stadio.
Non è "triste", ma "meno accomodante". Esplora temi come il disincanto e la fatica, offrendo una prospettiva più complessa e adulta, senza però perdere la capacità di creare melodie potenti.
Ascoltalo come un'opera completa, non una raccolta di singoli. Inizia con le tracce più emotive come "These Days" e "This Ain't a Love Song", poi esplora l'intero album per coglierne la narrazione.

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Autor Domenico Donati
Domenico Donati
Sono Domenico Donati, un esperto nel mondo della musica rock e metal, con oltre dieci anni di esperienza nella scrittura e nell'analisi di contenuti legati alla cultura underground. La mia passione per questi generi musicali mi ha portato a esplorare a fondo le dinamiche del settore, dalle ultime tendenze alle band emergenti, offrendo sempre un'analisi obiettiva e informata. Mi specializzo nella realizzazione di articoli che mettono in luce non solo la musica, ma anche il contesto culturale e sociale che la circonda. Credo fermamente nell'importanza di fornire informazioni accurate e aggiornate, e mi impegno a garantire che ogni pezzo pubblicato rispetti elevati standard di qualità e veridicità. Il mio obiettivo è creare un ponte tra i lettori e il mondo della musica rock e metal, offrendo contenuti che ispirino e informino, contribuendo così alla crescita di una comunità appassionata e ben informata.

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