Biodevice cult – Yeworkwoha

Parlare di death metal in occasione di una band come quella dei toscani Biodevice cult sarebbe piuttosto riduttivo. Tendere a riassumere una proposta musicale come quella di questa inedita formazione in un solo termine, infatti, distruggerebbe un intricato operato che, in realtà, merita che su di esso vengano spese non poche parole. Il problema fondamentale col quale vengo ad imbattermi in concomitanza con la scrittura di questa recensione, fondamentalmente, è individuabile nel fatto che “Yeworkwoha” è composto da sole due tracce per una durata complessiva di sei minuti e cinquantanove secondi. Un materiale quantitativamente scarsissimo che non mi permette di certo di farmi un’idea generale sulla band, lasciandomi dinanzi due pezzi che, in sè, rappresentano un vero affronto ai canoni – tutt’altro che invulnerabili – del metallo. La band, sulla biografia allegata al disco, annuncia di essersi formata nel 1998 e di essere passata in breve da sonorità prettamente metal – da loro definite banali – ad una miscela che tutto è tranne che impersonale. L’inventiva, la chiarezza di idee, la voglia di uscire da un seminato sin troppo battuto sono tre caratteristiche fondamentali dei Biodevice cult: immaginatevi una base fortemente Sabbathiana, lontana dal doom triste ed allucinato dei Candlemass, diversa da quello dei Cathedral, Pentagram o Saint Vitus, e solamente legata, sotto quest’aspetto, alla band di Iommi. Assieme a questo elemento unite una corrente psichedelica che osa tanto quanto lo fanno i Tool più introspettivi, ovvero quelli successivi alla release di “Aenima”, influssi carichi di modernismo e derivazioni etniche, ed un macigno di esposizioni industrial, fondate soprattutto nelle serrate sezioni ritmate di cui “Yeworkwoha” è dotato. Ebbene si, ascoltando il lavoro in questione temo di non aver reso minimamente l’idea di quanto vi è effettivamente contenuto: “Yeworkwoha” è uno di quei dischi che richiedono perlomeno un ascolto per facilitare a chi vi interagisce una minima comprensione dei fatti musicalmente esposti in musica dai tre toscani, ed un numero imprecisato di passaggi nel lettore – seguiti con attenzione – perchè l’ascoltatore inizi a comprendere l’effettiva potenzialità di questo bizzarro calderone ideologico. In poche parole, nulla di convenzionale, ma un lavoro completamente open-minded che non lascia scampo a coloro che si nutrono di prodotti predefiniti. A tutto ciò vanno ad aggiungersi un look completamente fuori dalle righe, adottato dai tre membri del gruppo, ed una varietà sonica incredibile, dettata dal continuo variare della voce di Gerardo Zei e dall’introduzione – ragionata ma azzardata – di partiture elettroniche. Il mio giudizio potrebbe essere stato molto alto se “Yeworkwoha” non fosse stato composto da sole due canzoni, un numero che non mi permette certamente di verificare e confermare l’efficacia compositiva di una band alla quale faccio comunque i miei sinceri complimenti.