Krisiun – Ageless venomous

Descrivere un lavoro di questa band brasiliana non è di certo impresa facile, data l’enorme numero di elementi in contraddizione fra di loro che mi vengono in mente. “Ageless venomous”, nuovo lavoro dei Krisiun, segue alla perfezione la scia stilistica dei precedenti album della ormai affermata band sudamericana, proponendo un death metal furioso, dove le influenze principali vedono il combo carioca attingere elementi dai Suffocation di “Despise the sun”, dai Monstrosity di “In dark purity”, dagli Immolation di “Close to a world below” e “Failure of the Gods”, e da altri mostri sacri del death più brutale e meno razionale. Fin qui ci siamo….i problemi giungono altrove. Innanzitutto, incomprensibile il lavoro svolto nella produzione dal chitarrista dei Sepultura, Andreas Kisser (band che tra l’altro i Krisiun si ostinano a combattere a parole…), in quanto la registrazione manca di un soffio la perfezione, ma il mixaggio vede i volumi settati su livelli improponibili, con i suoni di cassa a coprire tutto il resto in maniera inesorabile. Quindi, si presenta la minacciosa sensazione di deja vu che affiora durante l’ascolto del disco, che spiegherò più avanti. Si parte con un’intro quieta, che accompagna la tipica sensazione da calma precedente una sontuosa tempesta, la quale giunge entro pochi secondi con l’avvento della furiosa ma poco efficace “Perpetuation”. La successiva “Dawn of flagellation” è indubbiamente il capolavoro del disco, grazie ad un riff arioso che scaturisce aggressività da ogni pennata, e porta il disco su livelli alti. Ciò che segue successivamente è la title track, discreta song dove è più il bagaglio tecnico della band a mettersi in mostra rispetto ad un songwriting non impeccabile. “Evil gods Havoc”, quarta song del disco, riporta alle stelle il livello qualitativo di quanto espresso dai Krisiun, ma il riff portante ed i lead rimandano paurosamente la memoria alla precedentemente eseguita “Dawn of flagellation”, ed i dubbi più minacciosi e contrastanti iniziano ad affiorare furiosi. Quanto segue è una perfetta dimostrazione tecnica eseguita senza sbavature da una band che sa suonare il death metal, che avrebbe le basi per affermarsi fra le migliori brutal death bands del globo, ma che non sa esprimersi: soli virtuosi e contorti si accavallano fra di loro, ottime parti strumentali come il break apportato al disco dall’ottima “Diableros” (dove esperimenti tribali/etnici fanno capolino senza cadere nel vago), ma, soprattutto nella parte terminale dell’album, la band ripete i medesimi schemi fino alla paranoia, e le speranze portate dalla parte iniziale dell’opera vengono spazzate via dimostrando che il problema dei Krisiun sta nella perseveranza riposta sul proporre su disco cose sin troppo simili fra loro disposte su tutta la durata dei lavori. Bravi, ormai esperti, ma di certo non basta la tecnica a produrre buoni album.