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ZERO DAYS, ZERO SECS

Biografia Ronnie James Dio

 

 

 

We Rock 

“Non avere un altro Dio all’ infuori di Ronnie!”

 

 

 

Introduzione

Oltre ad un numero smisurato di Lp, Ep, singoli, Cd, tapes, edizioni limitate,Vhs, tour books, bootlegs, gadgets e T-shirts, posseggo una miriade di vecchie riviste con articoli dedicati all’ uomo in possesso della più straordinaria ugola di tutti i tempi. Molte sono Inglesi, altrettante Tedesche ed alcune addirittura Francesi; è una collezione a cui tengo molto in quanto in essa sono narrate tutte le vicende del mio vero eroe. Il manifesto a cui tuttavia sono più legato è certamente la biografia ufficiale dei Dio scritta nel 1987 dal celebre giornalista Piergiorgio Brunelli, un personaggio che, oltre a seguire costantemente i Dio in tour, fu anche fotografo ufficiale di altri importanti artisti quali Malmsteen, Thin Lizzy, Ozzy Osbourne ed M.S.G. Non posso certo nascondere di aver letto il libro più volte e di averlo imparato quasi a memoria ormai da tempi immemori, quindi ciò che leggerete rischierà in alcuni frangenti di rasentare il plagio; il tutto è comunque voluto dato che so bene di non esser stato il primo ad innamorarmi delle canzoni dei Dio. Perché quindi voler cambiare totalmente un racconto nato perfetto in partenza? A me basta cercare di trasmettere a tutti voi le emozioni che il mio artista preferito mi ha regalato fin da quando ero poco più che un adolescente. Voglio infine precisare che questo è un tributo ai Dio intesi come band,  non un sunto sull’ intera e ormai semi-secolare (si dice così?) carriera di Mr. Ronald James Padovano.

 

Cavalca la Tigre dell’ Heavy sound!

Scorrono le note dell’ inno metallico “We Rock” nella mia stanza. Non so per quali motivi ormai più di dieci anni or sono mi innamorai della sua musica, fattostà che per me Ronnie non è stato solo un cantante: Ronnie è da sempre un culto, è il signore del tuono e l’ unico vero paladino che l’ Heavy Metal abbia mai potuto ostentare. Sono un accanito sostenitore dell’ Hard Rock music e impazzisco per decine, forse centinaia, di inimitabili gruppi…ma nessuno è come Ronnie; nel corso dei passati decenni sono state infinite le parole spese sul suo operato, i giornalisti lo hanno sempre attaccato a causa del suo carattere deciso ed in alcuni frangenti addirittura dispotico, tuttavia i suoi Tour passfans non lo hanno mai abbandonato neanche in concomitanza dei momenti più difficili. Era il 1983 quando i Dio furono portati in trionfo da decine di migliaia di supporters con le braccia innalzate verso il cielo di Donington. Headliners della manifestazione erano i Whitesnake e la sclaetta prevedeva le esibizioni di ZZ Top, Meat Lof, Twisted Sister e Diamond Head. Dio era una band alle prime armi, ma il suo cantante aveva militato in due delle più importanti formazioni degli ultimi dieci anni, così quando fu annunciato l’ inizio del suo set, i settantamila rocker presenti esplosero nel classico gesto delle corna portando in trionfo il carismatico cantante che dimostrò così di essere la vera ed unica attrazione della giornata! Quegli anni furono magici per Ronnie James Dio…“Holy Diver” nel giro di pochissimo tempo vendette un milione di copie e fu votato come quarto miglior album di tutti i tempi all’ interno della celebre rivista Inglese Kerrang  (ho la fortuna di possedere quello storico numero 52). Qui in Italia Dio era una band rispettata al massimo vantando numerosi discepoli e la recensione di “Holy Diver” apparsa su Rockerilla, descrisse l’ album con toni entusiastici perfettamente in linea con il clamore che l’ Lp aveva destato in tutto il mondo! Personalmente non credo che sia mai venuto alla luce un 33 giri d’ esordio vulcanico come lo fu al tempo “Holy Diver”. Il disco nacque sulla scia di un contratto che il gruppo riuscì ad ottenere negli States con la Warner Brothers ed in Europa con la Polygram e fu ideato da Ronnie durante un suo soggiorno in Cornovaglia nel quale ebbe modo di visitatre l’ antico castello di Re Artù situato a Tintagel. Va detto che Ronnie seppe reclutare nella sua band degli ottmi gregari: personaggi come il vecchio amico-bassista Jimmy Bain (dopo aver militato nei Rainbow, aveva formato i Wild Horses collaborando in seguito anche su un album solista di Phil Lynott) ed il talentuoso batterista Vinnie Appice erano musicisti di prim’ ordine, tuttavia la vera mossa vincente era stata quella di chiamare alla propria corte un giovane chitarrista appena diciannovenne di nome Vivian Campbell, un ragazzo che all’ epoca suonava in una band semisconosciuta chiamata Sweet Savage. Viv partecipò in maniera massiccia alla stesura di “Holy Diver”, molte sue idee furono considerate da Ronnie assolutamente brillanti ed il giovane chitarrista non tardò ad essere paragonato a Eddie Van Halen divenendo quindi una sorta di Guitar Hero. Il suo tocco era magico, i suoi riffs incisivi come rasoi e molti suoi assoli divennero con gli anni dei classici assoluti!  Quanto vigore nell’ inno al tuono “Stand Up and Shout”, quanta magia nelle mistiche terzine di “Holy Diver” e quanta passione nelle fatate melodie di “Rainbow in the Dark”…l’ album era composto da nove splendide canzoni ognuna delle quali brillava di luce propria (“Don’ t Talk To Strangers” rimarrà in eterno leggendaria!) e dopo appena tre mesi dalla sua uscita, il gruppo -con  Claude Schnell alle tastiere- si era già inbarcato in un tour di supporto agli Aerosmith. Archiviata la già citata apparizione di Donington per la band era giunto il momento di presentarsi al pubblico nelle vesti di Headliner, così un nuovo tour prese il via in America e proseguì fino a toccare le più importanti capitali Europee. Esiste una Vhs ufficiale di quel periodo, si intitola “Live in Concert” ed in essa è possibile ammirare il fantastico show con tanto di effetti pirotecnici e coreografia nello stile della storica copertina del disco. Gli occhi rossi che luccicavano nel buio emanavano un alone mistico e le esplosioni coadiuvate da effetti di luce spettacolari non si sprecavano certamente…dietro ai musicisti si innalzava lo stage set con le montagne dalle quali appariva saltuariamente Murray (il nome dell’ enigmatico personaggio protagonista delle copertine dei Dio-albums) con un fare minaccioso. Ronnie ha sempre dato il 100% nei suoi concerti, in tutta la sua carriera non ha mai perso un filo di voce in tournée, è un vero fuoriclasse delle corde vocali, un campione dotato di uno stile unico che nell’ arco di più di trent’ anni di Hard Rock è stato ripreso da innumerevoli cantanti del settore; chiunque si sia avvicinato “vocalmente” all’ Heavy Metal deve qualcosa a Ronnie,  ed è un dovere di tutti riconoscere il suo genio e la sua superiorità.

 

Tra piramidi e sfingi…

Il “King dwarf” dell’ H.M. è sempre stato un personaggio fuori dal comune; durante gli anni di maggior successo gli fu inevitabile incotrare sulla propria strada numerosi nemici ed in un certo senso, fu naturale che, giunti ad un certo punto, qualcuno all’ interno della band si sentisse quantomeno “frenato” dalla sua forte personalità; Ronnie aveva una fiducia incontrastata nei confronti di Viv, ma qualcosa deve pur essere accaduto se già nel tour di “The Last in Line” i due cominciarono a comunicare sempre più raramente. Il secondo Dio-album fu registrato nel 1984 in Colorado e fu pubblicato (dalla Warner Bros in america, dalla Vertigo in Europa) quando “Holy Diver” era ancora nelle rock charts; l’ Italia regalò al disco una lunga ed entusiastica recensione (Rockerilla n° 49), ma i soliti detrattori se ne uscirono per la prima volta con i loro commenti riguardo la presunta “non evoluzione” del Dio-sound, frecciate che non intaccarono minimamente il giudizio di un pubblico tremendamente affezionato a Ronnie e alle sue gesta! Non so voi, ma io ogni volta che ho modo di ascoltare il vinile di “The Last in Line” mi soffermo sempre per qualche minuto ad ammirare la mega foto allegata al 33 giri nella quale è immortalata una folta schiera di Dio-fans: nei loro sguardi vi è tutto l’ amore per un artista grandissimo, il loro entusiasmo è il giusto premio per una band unica in grado di regalare ai propri sostenitori dei concerti che sono una vera e propria fuga dalla realtà, eventi giganteschi (e costosi!) dove lo spettatore si trova improvvisamente catapulatato in un altro mondo ai confini del tempo. Del resto il mito del medioevo o, più in generale, l’ amore per ere antiche e mitologiche, è sempre stato presente nell’ immaginario di Dio: i suoi testi sono intrisi da un insieme di immagini ambigue, simboli e metafore il cui significato è spesso di difficile interpretazione. Questo suo rifugiarsi ai confini di un altro mondo o i continui riferimenti alla magia e all’ eterna lotta tra bene e male, non sono però sinonimo di superficialità o di incapacità nel relazionarsi con tematiche più attuali e concrete: Dio nelle sue interviste ha sempre dimostrato di essere una persona attenta e critica di fronte ai problemi della società, spesso si è fatto portavoce di importanti messaggi a dimostrazione di una sensibilità e di una nobiltà d’ animo fuori dal comune. Ma torniamo a parlare di musica; “The Last in Line” poteva vantare, come il suo predecessore, canzoni realmente incredibili: partendo dalla cavalcata “We Rock” fino ad arrivare alla mega cadenzata “Egypt” era tutto un susseguirsi di emozioni, emozioni regalateci anche dalle splendide melodie di “One Night in The City” e “Mistery”, nonchè dai ritmi terremotanti di “Evil Eyes” e della super fast  “I Speed at Night”! Lo show di supporto all’ album fu ideato prendendo spunto  dai contenuti del brano “Egypt (The Chains Are On)”: furono costruiti due differenti stage-set, uno per gli States ed uno per l’ Europa. Il primo era nettamente più spettacolare dato che oltre ad uno sfondo in perfetto stile Egizio, veniva arricchito da statue, sfingi, serpenti con gli occhi al laser e da una piramide sopra la quale era collocata la batteria. La Vhs “Special From The Spectrum” è la testimonianza di tutto questo: un mega evento che in quanto a grandezza, sarà superato solo dall’ esagerato tour di supporto al successivo disco “Sacred Heart”. Tornando all’ epoca di “The Last In Line”, va detto che il tour cominciò negli U.s.a. dove le support bands furono Twisted Sister e Whitesnake, mentre l’ Europa fu visitata in un secondo momento. Il set Egiziano dei Dio, è bene precisarlo, precedette di un mese quello degli Iron Maiden che casualmente avevano scelto lo stesso tema per il loro nuovo Lp “Powerslave”; la diatriba su chi fosse stato il vero “padrino” di quell’ idea non fu mai risolta.

 

We Stars!

Parlavo prima della forte sensibilità che da sempre ha contraddistinto l’ animo di Ronnie James Dio; il progetto Hear ‘n’ Aid ideato per  tentare di combattere la fame nel mondo ne fu una tangibile prova! Sponsorizzato dalla stazione radio FM “Klos”, Hear ‘n’ Aid fu sostanzialmente un’ idea di Vivian Campbell e Jimmy Bain; i due immaginarono un progetto musicale che coinvolgesse numerosi ed importanti personaggi della scena Hard ‘n’ Heavy mondiale riuniti per donare i profitti di una canzone ad un Africa sempre più decimata dalle carestie. Ronnie Dio, oltre a prendere parte alla fase di composizione assieme ai suoi due sopracitati musicisti, si rese autore del testo del brano “Stars”, una fantastica Hard Rock song che in seguito sarebbe stata registrata con l’ ausilio di eccezionali strumentisti e cantanti! Ronnie si autoaffidò inoltre l’ incarico di produrre il brano e le registrazioni si svolsero in un clima alquanto festoso in uno studio collocato a Hollywood. Chi ha avuto modo di vedere il documentario relativo al progetto in questione, sa di cosa io stia parlando…poter ammirare contemporaneamente in un’ unica sede l’ operato di singers come Ronnie Dio, Dave Meniketti (Y&T), Rob Halford (Judas Priest), Kevin DuBrow (Quiet Riot), Don Dokken (Dokken), Paul Shortino (Rough Cutt, Quiet Riot), Geoff Tate (Queensryche) ed Eric Bloom (Blue Oyster Cult), nonché le fantomatiche esibizioni di chitarristi come Y.J. Malmsteen, Vivian Campbell, Craig Goldy (futuro Dio), George Lynch (Dokken), Eddie Ojeda (Twisted Sister), Adrian smith/Dave Murray, è un qualcosa di straordinario! Se aggiungiamo che il mega ritornello della canzone fu cantato in coro da tutti i quaranta partecipanti (ricordiamo tra gli altri Vince Neil dei Motley Crue e Blackie Lawless dei W.a.s.p.), potrete ancor più facilmente immaginare quale sia stata la caratura di un simile evento! Ciò che deluse enormemente Ronnie, fu il comportamento assunto dai vari artisti una volta ultimate le sessions di registrazione. Va precisato che il brano “Stars” sarebbe dovuto esser pubblicato sia in versione singolo, sia all’ interno di un Lp comprensivo di brani inediti donati da Twisted Sister, Iron Maiden, Judas Priest, Ozzy Osbourne e Scorpions. Evidentemente quando tutti si trovano assieme in una stessa stanza è facile “promettere”, ma quando viene espressamente richiesto l’ aiuto di una persona, è prevedibile che essa si tiri indietro con la scusa dei numerosi impegni da sostenere: il singolo vide la luce come da copione, ma l’ album di inediti fu sostituito da un 33 giri nel quale oltre a “Stars”, furono inseriti brani live di Accept, Kiss, Y&T, Dio ed altri.

 

Il Sacro Cuore.

“Sacred Heart”…quanto si è discusso sul terzo Lp dei Dio, quante polemiche sono state rivolte nei confronti di un sound, a detta di molti, fin troppo autocelebrativo e poco incline a qualsiasi forma di innovazione; è stato perfino ipotizzato che lo svolgersi del progetto Hear ‘n’ Aid durante le fasi di registrazione dell’ album in questione, possa aver contribuito ad alimentare i malumori che già esistevano tra Ronnie Dio e Viv Campbell. Le motivazioni e l’ interesse di Viv nei confronti della band “Dio” erano sicuramente diminuiti già dai tempi di “The Last in Line”, ma personalmente (conoscendo praticamemte a memoria le splendide canzoni contenute in “Sacred Heart”) non ho mai avvertito un calo di ispirazione in lui e nel suo stile… anzi, devo ammettere di considerare “inarrivabili” (e quindi più spettacolari dei loro più che illustri predecessori) almeno cinque pezzi del terzo Dio-album: come non considerare tali, capolavori emotivi del calibro di “Rock ‘n’ Roll Children” e “Hungry For Heaven”, lo spettacolare fast-anthem “King of  Rock and Roll”, la cavalcata “Just Another Day” o la saga epica della lunga Title Track (per il sottoscritto la sola ed unica erede di “Stargazer”)? Sul magazine Italiano Rockerilla, il disco fu giudicato con un “sette di stima ed affetto”, ma a Ronnie Dio fu imputato il fatto di essere addirittura prigioniero di se stesso limitandosi ad autoglorificarsi nelle medesime sonorità! Insomma, “Sacred Heart” passerà alla storia per esser stato un album non all’ altezza di “Holy Diver” e “The Last in Line”, ma a costo di andare contro tutto e tutti, ribadisco il mio amore per questo Lp di incredibile spessore, una delle pagine fondamentali dell’ Heavy Rock music! Ciò che fu realmente indimenticabile furono i live-show riuniti nell’ interminabile “Sacred Heart Tour”, un evento che in quanto a grandezza e spettacolarità, non è mai più stato superato da nessun altro avvenimento nel campo dell’ Heavy Metal.

Il gruppo debuttò dal vivo in Giappone in occasione di un festival rock, ma presto si trasferì in America dove tenne una serie impressionante di concerti di  fronte a folle oceaniche di Heavy Metal rockers impazziti per gli spettacolari effetti pirotecnici che il concerto offriva loro! La principale attrattiva fu il drago meccanico gigante che muovendo la propria testa spruzzava fiamme, ma su tutto il palco era allestita una coreografia gigantesca: batteria e tastiere erano arroccate su una serie di finte montagne ed ogni canzone poteva vantare un particolare gioco di luci, esplosioni ed effetti laser! Durante la prima parte del tour i rapporti tra Ronnie e Viv si ruppero definitivamente così quest’ ultimo fu contattato da Wendy (moglie di Ronnie da sempre manager dei Dio) e licenziato prima ancora di presentare le proprie dimissioni che comunque di lì a poco sarebbero arrivate. Un grande chitarrista se ne era andato, ma il suo sostituto non fu da meno: Craig Goldie, ovvero una delle più incredibili criniere che il mondo dell’ Heavy music abbia mai potuto vantare! Craig, che in passato aveva militato nei Giuffria e nei Rough Cutt, stava a quel tempo collaborando con il bassista Rudy Sarzo ed il batterista Tommy Aldridge al progetto Driver (uscito postumo a nome M.A.R.S.); la sua dipartita non fu vista di buon occhio dalla futura sezione ritmica dei Whitesnake di “Slip of the Tongue”…Craig era prima di tutto un amico ed il suo “andare a parare” sotto le ali protettive di Dio, fu giudicato da Sarzo come uno sporco gioco. Ma per Goldie era un’ offerta impossibile da rifiutare, era l’ occasione definitiva per sfondare nel music buisness, così dopo un mese di prove collettive i Dio si imbarcarono verso l’ Europa in vista della seconda parte del tour.

 

“Intervallo”.

Una villa situata in cima ad una collina che sembra un castello: all’ esterno un bel giardino con tanto di pisicna, all’ interno uno studio di registrazione ed un impressionante numero di stanze arredate nel più classico stile medievale collocate su tre piani.

Ronnie Dio ebbe pochissimo tempo per riposarsi tra le mura della sua nuova reggia di Los Angeles; come prima accennavo, Craig Goldie era ormai diventato una pedina importantissima all’ interno della band e l’ Europa stava impazientemente aspettando di ammirare il gigantesco live show di Dio. Nel frattempo il gruppo aveva preso parte alla colonna sonora del film “Iron Eagle” con una canzone nuova di zecca intitolata “Hide in the Rainbow”. Il brano in questione era un classico cadenzato alla Dio, epico nel suo incedere e solenne in virtù di magiche linee vocali, ma la scelta di citare per l’ ennesima volta gli arcobaleni generò come al solito una serie di contestazioni: “Se mi criticano per l’ uso della parola Rainbow, allora faccio tutte le canzoni con la parola Rainbow! I critici sanno fare il mio mestiere, mentre io posso fare il loro: sparare merda su un foglio di carta. Quelli che contano sono i Kids, sono loro che apprezzano la mia musica; io ricevo cartoline dai miei fans e spesso ci sono arcobaleni sopra, quindi vuol dire che a loro piacciono”. Tornando alla musica, va detto che nell’ ultima parte della tourneè americana i Dio inserirono in scaletta un nuovo brano: si chiamava “Time to Burn” ed era stato scritto da Goldie! La song in questione fu pubblicata prima come singolo e subito dopo inserita in “Intermission”, un mini Lp dal vivo comprendente cinque pezzi più il medley conclusivo di “Rock ‘n’ Roll Children”, “Long Live Rock n’ Roll” e  “Man On the Silver Mountain”. Il Sacred Heart-tour si concluse nell’ Ottobre del 1986 in Australia dopo che la band si era esibita in una serie di date in Giappone: durò un anno e due mesi e fu suddiviso all’ incirca in centocinquanta live show allestiti nelle più importanti città del globo! A tutti coloro che volessero vivere le emozioni provocate dalla visione di un concerto dei Dio, consiglio di andare a ricercare la spettacolare Vhs “Sacred Heart – The Video”, preziosa testimonianza di un evento che mai più si potrà ripetere…

 

Sogni malingi.

“To all Italian Rock and Roll Dreamers: I Rock, You Rock…We Rock. Magic, Ronnie James Dio”. L’ uscita del quarto, incredibile studio album  “Dream Evil” (estate 1987) portò anche questo messaggio ai fans Italiani: il sogno di molti rockers stava per divenire realtà, Ronnie James Dio e la sua band, di lì a poco sarebbero per la prima volta giunti nel “Bel Paese” per esibirsi in una serie di concerti! Ma andiamo per ordine… “Ho scritto di cose malvagie per tanto tempo, ma non ho mai descritto il male in modo produttivo, molte di queste immagini (in riferimento alla splendida copertina dell’ album n.d.R.J.Daddo) sono le tentazioni cattive che ci circondano, oppure quello che vediamo da bambini, noi le sogniamo soprattutto nella nostra infanzia. Di questo parla il nuovo album”. Credo che per capire a fondo quello che io considero il più bel disco della storia della musica, basti leggere ed interpretare direttamente i commenti del suo principale artefice, dichiarazioni rilasciate al tempo alla rivista H/M: “Personalmente mi sono sentito molto legato ed intrappolato dal dover parlare di quello che credo le persone si aspettino da me nei testi. Il male, l’ oscurità, i maghi, le streghe sono sempre lì e credo che in questo album io sia riuscito a parlare un po’ di più della gente, soprattutto in “Sunset Superman” e “When a Woman Cries”. Sempre in tema è “Night People”, che però non è così specifico essendo una riflessione generale sulla vita”.

“Dream Evil” è per me un qualcosa di indescrivibile, un Lp perfetto in ogni sua nota, in ogni suo passaggio strumentale e vocale. Craig Coldie è grande, il suo stile chitarristico, così intenso e sublime, valorizza al massimo la prestazione canora di Ronnie, che nel must “All the Fools Sailed Away” raggiungerà livelli di pathos in passato mai toccati da nessun altro cantante. Le note di “Night People”, “Dream Evil”, “Sunset Superman”, “Naked in the Rain”, “Overlove”, “I Could Have Been a Dreamer”, “Faces in the Window” e “When a Woman Cries” rimarranno in eterno radicate nel mio cuore: ringrazio Ronnie e la sua band per esser riusciti a donar me emozioni così intense, sensazioni che ho avuto modo di condividere con una persona in particolare…ma questa è un’ altra storia! Ritorniamo quindi nel 1987 allorquando i Dio, che non erano riusciti ad ammortizzare gli eccessivi costi del tour precedente, si trovarono costretti a promuovere inizialmente il nuovo disco solo in una serie di festival estivi tra i quali voglio ricordare quello di Norimberga (posseggo un vecchissimo Metal Hammer Tedesco con un mega reportage al suo interno!), di Donington e naturalmente di Milano e Reggio Emilia. Ma in occasione di questi ultimi due eventi qualcosa andò storto: un incidente di percorso non permise ai kids Italiani di poter ammirare la nuova coreografia mitologica che impreziosiva il nuovo live show di Dio. Ronnie promise al pubblico che sarebbe tornato a calcare un palco Italiano entro pochi mesi, così nel novembre del 1987, furono tenuti i due più spettacolari concerti mai visti in Italia (Milano e Padova) dai tempi dell’ unico tour dei Kiss (parole di Beppe Riva!): “Un ragno meccanico veniva abbattuto dalla chitarra-laser di Goldie durante l’ assolo, ed in seguito si svolgeva un nuovo combattimento dell’ aracnide gigante contro un imprecisato ordigno metallico; la batteria di Vinnie Appice si sollevava ad un’ altezza vertiginosa e Claude Schnell era arroccato in una fortezza di tastiere…poi gli scenari scomponibili ed il più completo sistema di laser mai portato da queste parti!” Quanto darei per poter tornare indietro nel tempo ed assistere a quel mega evento, anche perché la band di supporto  di turno fu nientemeno che Warlock! L’ unica mia consolazione è quella di possedere il celebre doppio bootleg “Where Eagles Blare”, che, anche se registrato in condizioni pessime, rimane ugualmente una preziosa testimonainza della magica serata di Milano che fu. Il Dream Evil Tour (che è bene ricordarlo, durò l’ arco di almeno otto mesi) non fu però un successo come quello che lo aveva preceduto. Disse Ronnie Dio: “Il problema è che il Drago era una cosa troppo eccezionale per essere superata e sei nel torto sia se provi a far qualcosa di migliore, sia se non fai nulla. Non vinci mai perché, o sei uno sprecone esagerato, oppure sei un taccagno che tira al risparmio. Ai Kids comunque il ragno è piaciuto, non l’ hanno considerato uno scherzo”.

 

 

Due anni di stasi…

Non appena si sparse la notizia che Craig Goldie aveva lasciato la band (“Seguitava ad uscirsene fuori con idee che erano differenti dal Rock Heavy che era il mio marchio di fabbrica”), Ronnie cominciò a ricevere un numero imprecisato di offerte da parte di una miriade di nuovi aspiranti chitarristi. Lo staff di Dio ascoltò e valutò attentamente almeno cinquemila nastri provenienti dai più disparati posti del globo, anche se la maggioranza provenivano dalla California. Iniziarono inoltre ad esser diffuse strane voci che volevano nuovamente Vivian Campbell al servizio dell’ elfo dalla voce tuonante o addirittura che sua maestà Yngwie J. Malmsteen sarebbe stato in procinto di unirsi ai Dio. Nulla di questo era comunque vero, anche perché dopo aver analizzato le cinquemila richieste, Dio ed i suoi collaboratori avevano selezionato dieci musicisti per la prova finale. Fu scelto Rowan Robertson, un diciottenne nato a Cambridge dal carattere umile e dotato di incredibili capacità: “Rowan è un ragazzo d’ oro, il migliore con cui io abbia lavorato, è un chitarrista favoloso ed è sincero, spontaneo e per nulla egocentrico…è anche convinto di non valere molto come musicista, ma credimi un giorno sarà proprio grande”. Gli addii si ricordano sempre con amarezza e Ronnie fu molto addolorato nel dover “sciogliere” una situazione a cui teneva molto; Vinnie Appice e Jimmy Bain se ne erano andati, così il singer Italo-Americano non tardò a reclutare nuovi elementi al suo servizio: furono chiamati l’ ex tastierista di Malmsteen Jens Johansson, un bassita di New York chiamato Teddy Cook e l’ ex batterista dei Tytan ed Ac/Dc Simon Wright. Il nuovo capitolo della Dio-saga stava per vedere la luce…

 

Sulle orme dei Lupi…

“Pensi sia necessario per te qualcosa di più avventuroso?” (Piergiorgio Brunelli in una intervista a Ronnie nell’ autunno del 1990). “Non credo. Se vogliono sentire i Pink Floyd, vadano a comprare un disco dei Pink Floyd. Noi siamo quello che siamo. Possono dire che ogni album ha il suono di un album di Dio…ma che suono dovrebbe avere altrimenti?”. Troppa gente ha in Tour passpassato scherzato sull’ operato svolto negli anni ottanta dal miglior Heavy Metal singer di tutti i tempi. Ronnie Dio, il vero ed unico paladino dell’ Heavy Metal, non mancò di essere aspramente criticato dal popolo metallico (di cui facevano tra l’ altro parte molti suoi, perlomeno fino ad allora, accaniti discepoli) quando nel 1990, con impeto ed entusiasmo, si accinse a presentare la sua ultima fatica intitolata fascinosamente “Lock up the Wolves”. La verità, la sacrosanta verità, è che a quei tempi l’ LP in questione non fu semplicemente ascoltato; il mitico quinto studio-album dei Dio, fu un’ opera concepita e realizzata unicamente per soddisfare i veri Rockers, coloro che, contro tutto e tutti, non si erano ancora stancati di innalzare il proprio pugno al cielo in onore di un’ unico vessillo…quello dell’ Heavy Metal più esplosivo e graffiante! Il Rock sanguigno in perfetto Dio-style di “Wild One” e “Walk on Water” aveva un impatto magnifico, “Born on the Sun” e la Title Track erano intrise di un flavour epicheggiante che le rimandava ad alcuni classici del passato (Rainbow e Black Sabbath compresi), mentre “Why are They Watching Me” era costruita su una splendida base di riffs ad effetto! Un discorso a parte lo merita il brano conclusivo del lotto, quella “My Eyes” che tanto mi ha fatto sognare.  E’ una canzone autobiografica che inizialmente parla dello scioglimento della prima band con Vinnie Appice e Jimmy Bain. Nel testo sono ricordati alcuni classici tanto cari a Ronnie come “Heaven and Hell” e “Stargazer”, citazioni accompagnate dal ricorrente tema del Rock ‘n’ Roll (“R’n’R Eyes…my eyes!”) visto in questo frangente come un qualcosa di forte, sincero e vero…in poche parole immortale! L’ album, almeno qui in Italia, ricevette critiche positive (ricordo un paio di recensioni apparse su H/M e Flash), ma in generale fu tutt’ altro che un successo: il tour durò solo cinque mesi ed inesorabilmente i Dio, in occasione di alcuni raduni Tedeschi come il Super Rock ed il Metal Hammer Festival, dovettero accettare di suonare di spalla a Whitesnake e Metallica (era già accaduto in passato con i Deep Purple nel 1987); va comunque detto che in America (Throw 'em To The Wolves Tour) ed in Inghilterra la band fu protagonista in una numerosa serie di date da Headliner corredate da numerosi e “pericolosi” effetti pirotecnici, concerti nei quali i gruppi di supporto furono rispettivamente Malmsteen e Trouble (i Love Hate aprirono per i Dio nell’ ultima parte del tour americano). Ronnie credeva molto nei suoi nuovi compagni: durante il corso degli anni novanta infatti, quando quel periodo era stato da tempo archiviato, non mancò di rilasciare dichiarazioni sull’ alta caratura della formazione che aveva registrato “Lock up the Wolves”, ribadendo anche che quell’ album era semplicemente nato in condizioni non ottimali che avevano portato i musicisti a non esprimersi al meglio. Io come ho già più volte detto, lo adoro letteralmente, credo addirittura che se il divin cantante non avesse deciso di intraprendere una nuova avventura con i Black Sabbath, l’ accoppiata Ronnie/Rowan avrebbe potuto regalar noi un ipotetico nuovo Lp-bomba! Ma così non è stato…

 

La macchina del tempo.

Siamo ancora nell’ anno 1990 quando, sulla scia di “Lock Up the Wolves”, Dio (in collaborazione con l’ etichetta Warner Reprise Video) decide di pubblicare la sua quarta Vhs ufficiale. Fino ad allora i kids avevano potuto gustarsi su Home Video solamente tre prodotti inerenti ai tours di supporto a “Holy Diver”, “The Last in Line” e “Sacred Heart” (in Giappone era uscita anche un’ ulteriore videocassetta intitolata “Super Rock ’85 in Japan”). L’ idea fu quella di raggruppare in un unico “documentario”  tutti i videoclips che in passato erano stati filmati per lanciare i più importanti Dio-hits in tv. “Time Machine”, dalla cui scaletta erano stati tagliati unicamente i clip di “Mistery”, “I Could Have Been a Dreamer” ed “Hey Angel” (rispettivamente da “The Last in Line”, “Dream Evil” e “Lock Up the Wolves”), poteva vantare anche esclusive narrazioni da parte dello stesso Ronnie che introduceva con un suo discorso ogni canzone. Era un vero piacere poter ammirare in azione la nuova band davanti ai kids della strada (“Wild One”), ma altrettanto affascinante era immergersi all’ interno di uno scenario medievale nel quale era narrata la storia della mitica “Holy Diver”, o nella Londra dei primissimi anni ottanta che faceva da contorno alle sognanti note di “Rainbow in the Dark”! Con “The Last in Line” venivamo a conoscenza di una minacciosa razza robotica intenta a schiavizzare noi umani nelle profonde viscere della terra, mentre in uno scenario tipicamente live erano stati girati i video di “Hungry for Heaven” (mastodontico concerto dell’ era “Sacred Heart”!), “King of Rock and Roll” e “Stand up and Shout” (1987 con Goldie alla chitarra!). “Rock ‘n’ Roll Children” narrava la storia di una giovane coppia di ragazzi/rockers emarginata dai loro coetanei e incompresa dalle proprie famiglie, tanto che un giornalista arrivò scherzosamente a definirlo come “un viedo clip sulla salvaguardia dei capelli lunghi e sul diritto di poter suonare la chitarra”! Insomma, quello che dai Twisted Sister era stato fatto solo per scherzo, fu ripreso e reinterpretato da Ronnie Dio con un modo di fare assolutamente serio che in alcuni casi fu persino oggetto di burla. “Time Machine” era conclusa in bellezza dallo stupendo e malinconico video di “All the Fools Sailed Away”, un filmato nel quale un gruppo di persone evidentemente senza un brillante futuro, veniva portato via dalle onde del mare per andar inesorabilmente incontro ad un triste destino…

 

I Diamanti di Dio.

Nell’ Agosto del 1990 Greezer Butler ebbe modo di assistere ad uno show del “Throw 'em To The Wolves Tour” in quel di Minneapolis. Dopo il concerto il famoso bassista dei Black Sabbath propose a Ronnie di tornare a far parte della titanica band Inglese: l’ idea di ricominciare a scrivere musica a fianco di Tony Iommi sembrò piacere non poco allo storico cantante di “Heaven and Hell”, così i Dio, che avrebbero dovuto realizzare un album entro il Maggio del 1991, furono temporaneamete messi da parte. Rowan Robertson e gli altri componenti della ciurma, desiderosi di dedicarsi a propri progetti personali, preferirono non aspettare i comodi del divino singer ed optarono per abbandonare il gruppo…un gruppo che sarebbe rinato sotto un’ altra veste solamente due anni più tardi. Nel 1992 la Warner Bros in America e la Vertigo in Europa, decisero di immettere sul mercato il primo “Best of” relativo ai Dio, un prodotto che giunse esattamente nove anni dopo la realizzazione del primo Lp “Holy Diver”. L’ album in questione,  “Diamonds – The Best of Dio”, era composto da dodici classici del gruppo estrapolati dai cinque albums in studio sino ad allora pubblicati. Vera chicca in scaletta era “Hide in the Rainbow”, che come vi ho accennato in precedenza, era stata composta appositamente per il film “Iron Eagle”. Il brano in questione era già stato pubblicato nel “The Dio Ep” del 1986 (un Ep a quattro tracce uscito sia in versione normale -contenente il “family tree” della band- che picture), ma non era mai stato incluso in nessun Lp “regolare”. L’ ultima curiosità riguardante “Diamonds”, fu che il brano “Sacred Heart” fu erroneamente chiamato “Sacred Children” nella scaletta stampata sul retro el cd; sia la versione in cassetta che quella in vinile non riportarono questo errore.

Per la cronaca va aggiunto inoltre che sul mercato esistono in tutto, oltre a “Diamonds”, almeno sette raccolte più o meno ufficiali dedicate ai Dio, l’ ultima delle quali chiamata “Stand Up and Shout: the Dio Anthology”, è di recente pubblicazione. Ecco i restanti titoli in ordine puramente casuale: “Anthology”, “Anthology Volume Two”, “Evil Collection”, “Grat Box”, “Master Series” e “The Very Beast of Dio”.

 

Strane Autostrade…

Credo che la nascita  di un Lp come “Dehumanizer” (l’ album dei Black Sabbath del 1992) abbia in un certo senso contribuito a modificare, seppur di poco, lo stile canoro Ticketdi Dio; a quei ritmi così ipnotici impregnati di melodie ossessive, Ronnie cercò di adattare le proprie corde vocali modulando una timbrica più aggressiva e meno incline a certi paggaggi più armonici ai quali ci aveva abituato soprattutto verso la metà degli anni ottanta. L’ album che 1993 segnò il ritorno dei Dio sulle scene, fu chiamato “Stange Highways” e a mio modesto parere, altro non fu che l’ ideale seguito di “Dehumanizer”. Il disco si muoveva prevalentemente su tempi ancor più cadenzati che in passato: definire “monolitico” l’ incedere della maggior parte dei brani che lo componevano credetemi, sarebbe alquanto riduttivo! Se le caratteristiche di cui vi ho appena parlato potevano conferire un certo “potere mistico” all’ Lp nella sua globalità, va anche detto che ascoltare tutte e undici le canzoni di fila è sempre stata un’ impresa piuttosto ardua…personalmente ho sempre preferito concentrarmi sugli episodi di mggior spessore artistico come ad esempio l’ opener “Jusus, Mary & the Holy Ghost”, l’ epica Title Track, la massiccia accopiata “Hollywood Black”/“Evilution” (di questa song fu anche girato un video clip promozionale), la sofferta “Give Her the Gun” o l’ incalzante “Here’ s to You”, in pratica l’ unico vero fast dell’ album. L’ arrivo del chitarrista Tracy G. fu senza dubbio la novità più difficile da accettare dall’ ancora consistente massa di Dio-fans: il suo stile scarno ed essenziale, certamente meno incline a virtuosismi o passaggi più pirotecnici, disorientò infatti coloro che avrebbero voluto alla corte di Ronnie un musicista della caratura di Viv Campbell o Craig Goldie. Il resto della band era composto dal fido batterista Vinnie Appice e da Jeff Pilson, bassista preso temporaneamente in prestito dai Dokken. Il gruppo registrò il disco presso i Rumbo Studios di Los Angeles sotto la regia di Mike Fraser, lo stesso produttore che pochi mesi prima aveva lavorato insieme a Coverdale e Page in occasione del loro omonimo disco. La prima parte del tour (con Scott Warren alle tastiere) si svolse in Europa negli ultimi due mesi del 1993, mentre i concerti americani iniziarono a Maggio del 1994 e finirono a Settembre dello stesso anno. Le date furono in tutto un centinaio, anche se mi duole precisare che la serata nella quale si sarebbe dovuto celebrare il ritorno dei Dio in Italia dai tempi di “Dream Evil”, fu clamorosamente annullata per scarsa prevendita di biglietti! Lo show si sarebbe dovuto svolgere al Palasesto di Milano; io a quel tempo avevo solo quindici anni (da circa tre anni avevo iniziato a seguire il Rock duro e da pochi mesi avevo iniziato a comprare le varie riviste Heavy Metal), ma ricordo perfettamente tutta la delusione ed il rammarico che trapelarono dalla lettera di un fan, un fan incredulo sul fatto che Ronnie James Dio, fino a poco tempo prima uno degli idoli incontrastati di ogni Hard Rocker, avesse potuto ricevere un simile trattamento dai suoi sostenitori…

 

 

La “Rivolta” delle Macchine.

Nel periodo di passaggio tra il 1994 ed il 1995, furono numerose le voci che si sparsero nell’ ambiente del music business riguardo alla carismatica figura di Ronnie James Dio. Una di queste riguardava addirittura un particolare progetto denominato “Vienna” al quale avrebbero dovuto partecipare Dio, Steve Vai e Cozy Powell: un super gruppo che in realtà non fu mai formato. C’ era anche chi sosteneva che Ronnie stesse urgentemente cercando un nuovo chitarrista da inserire nella band al posto di Tracy…ma anche questa notizia si rivelò infondata. Nel frattempo, dopo che Jeff Pilson era tornato a far parte dei Dokken, i Dio si erano separati dalla loro vecchia major ed erano entrati a far parte della scuderia dell’ etichetta indipendente tedesca SPV. Pilson fu temporaneamente sostituito al basso da Jerry Best, ma in occasione delle sessions del nuovo album “Angry Machines”, rientrò nelle fila della band. Il disco fu registrato presso i Total Access studios in California e fu prodotto dallo stesso Ronnie Dio. Fu pubblicato nell’ Ottobre del 1996 e composto da dieci canzoni per una durata di circa quarantacinque minuti. Fu inspiegabilmente esclusa dal lotto la track “God Hates Heavy Metal”, a mio avviso una delle migliori composizioni dei Dio di metà anni novanta. Per ascoltare la song in questione ho dovuto fare un piccolo sforzo economico procurandomi la versione Giapponese del Cd edita (come il primo album “Holy Diver”) dalla Mercury. Pur essendo affezionato ad “Angry Machines” per vari motivi (è sempre un album del mio artista preferito, un prodotto che in un certo senso rispecchia ciò che egli desiderava fare in quegli anni a me tanto cari), devo ammettere che nel suo insieme il disco non è mai stato il massimo!  Tra le interviste che Ronnie rilasciò all’ epoca, mi colpirono soprattutto delle dichiarazioni che il cantante rilasciò ai microfoni di Psycho!: “I solo di chitarra sono ridotti perché ritengo che l’ era dei Guitar Heroes sia definitivamente relegata al passato; “Strange Highways” è stato il primo album dei Dio che io abbia prodotto personalmente ed il risultato è finito per essere troppo eighties-oriented…“Angry Machines” suona molto più live e Tracy è il miglior chitarrista che abbia mai avuto”. Cecità o semplicemente una comprensibile necessità di negare l’ evidenza? Francamente non mi importa poi molto risalire ad una verità piuttosto intuibile, quello che mi preme sottolineare è che “Angry Machines” non fu quel disastro che oggi tutti (Ronnie compreso)  amano “decantare”: “Istitutional Man”, anche se piuttosto monotona, aveva un buon piglio sull’ ascoltatore, i ritmi fast di “Don’ t Tell the Kids” invitavano il fan ad innalzare nuovamente le mani verso il cielo nel classico gesto delle corna e “Dying in America” graffiava al punto giusto. Se consideriamo inoltre che l’ album si concludeva con le splendide trame melodiche per pianoforte e voce di “This is Your Life”, potrete facilmente intuire che in realtà “Angry Machines” è un album, perlomeno in parte, da riscoprire e rivalutare attentamente! Il gruppo si rese protagonista come al solito in una lunga tourneè Americana, Giapponese ed Europea che partì nel Novembre del 1996 e si concluse nel Novembre dell’ anno successivo con le date Brasiliane . Dio suonò nuovamente in Italia il quattordici Marzo in quel di Pordenone di fronte ad una platea ancora terribilmente affezionata a lui: i tempi stavano fortunatamente cambiando ed il futuro sarebbe stato per Ronnie ricco di soddisfazioni…

 

Dio Live!!!

Vi siete mai chiesti come mai Ronnie James Dio non abbia pubblicato un doppio Live album ai tempi di “Sacred Heart” o, meglio ancora, di “Dream Evil”? Vi immaginate come sarebbe potuto essere un mega doppio Lp apribile sullo stile del classicissimi “Live After Death”, “World Wide Live” o “Priest Live”? Francamente è questo l’ unico appunto che mi sento di rivolgere alla mia band preferita, quello cioè di non aver immortalato su disco, eventi che mai più potranno esser ripetuti;  purtroppo il tempo per certe cose fatte “in grande” è ormai terminato da più di un decennio e l’ era dell’ Heavy Metal “per le masse” è un qualcosa che mai più potrà tornare. Comunque, come si suol dire in molte occasioni, meglio tardi che mai…durante l’ “Angry Machines Tour” Jeff Pillson era stato sostituito al basso da Larry Dennison, anche se in occasione delle date in Sud America di Novembre, era rientrato a far parte della ciurma al servizio dell’ Elfo dalla voce utonante. Con una formazione a cinque comprendente Vinnie Appice dietro i tamburi, Tracy G. alla chitarra, il sopracitato Larry Dennison al basso e Scott Warren alle tastiere, i Dio pubblicarono finalmente (sempre su etichetta SPV) il primo Lp live della loro lunga carriera: titolo scelto per l’ eccezionale evento discografico fu “Dio’ s Inferno – The Last in Live”, un prodotto che raccolse un folto numero di Dio-classics registrati durante il corso di alcune date tenute negli States, in Germania ed in Giappone. Con  “Dio’s Inferno”, Ronnie pose in un certo senso le basi per una sua clamorosa “rinascita artistica” in grande stile: se i due precedenti dischi in studio erano infatti stati trattati nel migliore dei casi con un atteggiamento poco più che “di sufficienza” (quante volte avrò letto frasi del tipo “parlare di Dio nel 1996 mi fa un effetto un po’ strano” oppure “negli anni novanta non c’ è più spazio per personaggi come Ronnie james Dio” ecc…), questa nuova release fu accolta dalla critica in maniera alquanto entusiastica. La potente voce di Dio era finalmente tornata ad occupare il trono dell’ Heavy Metal che di diritto gli spettava: Tracy G. non era certo un corsaro capace col suo strumento di compiere quei mirabili arrembaggi stumentali tanto cari a Vivian Campbell o Craig Goldie, ma sapeva ugualmente difendersi in virtù di uno stile (perlomeno in sede live) apprezzabilissimo e di grande impatto! “Dio’ s Inferno” suonava insomma tremendamente “loud”…e grazie all’ immortalità di classici come “Stand up and Shout”, “The Last in Line”, Heaven and Hell”, “Rainbow in the Dark”, “Mistreated” e soprattutto “We Rock” (mancavano però come al solito estratti da “Sacred Heart” e “Dream Evil”), l’ album in questione era riuscito nella difficile impresa di riaccendere in molti cuori la passione per il più sviscerato Heavy Rock epico/mitologico! Nuovi momenti di gloria avrebbero di lì a poco atteso Ronnie al varco…

 

On the Road again…

Cosa sarebbe l’ Hard Rock senza la voce di Ronnie James Dio? Come potrebbe un rocker considerarsi tale, senza magari aver mai ammirato le gesta di cui il piccolo grande singer Italo-americano è capace in un suo concerto? Di occasioni per dimostrare il suo enorme talento (una volta si è addiritutra espresso in questi termini: “C’è chi è bravo a fare una cosa e chi è bravo a farne un’ altra…a me è semplicemente stato fatto il dono di saper cantare meglio degli altri…”), Ronnie ne ha avute davvero tante nel corso della sua vita: certo è che se, superati da un pezzo i cinquanta (la sua vera età è sempre stata un mistero, anche se sono spesso state tirate in ballo le annate 1948-1949), riesce ancora a regalarci vocalizzi al massimo delle sue (illimitate) possibilità, qualcosa di sovra-umano dovrà pur avere! Alla pubblicazione di “Dio’s inferno” seguirono nuovamente delle date dal vivo nelle quali fu presentato al pubblico il redivivo drummer Simon Wright ( direttamente dalla “Lock up the Wolves” era…): in Europa i Dio suonarono nelle vesti di Headliner con Bob Daisley al basso nelle tappe scandinave, mentre in America, dopo diverse serate con i Love/Hate di supporto, la band aprì una serie di concerti degli Iron Maiden. Eravamo così giunti nell’ anno 1999 quando, stufi di sentir ogni volta stravolgere i classici assoli degli innumerevoli Dio-hits, molti supporters cominciarono a nutrire un certo risentimento nei confronti di Tracy G. “I fan continuavano a venire da me dopo i nostri concerti per dirmi di cambiare chitarrista…non mi era mai capitato di stare sul palco con qualcuno che venisse fischiato!” Il ritorno “all’ ovile” di Craig Goldie fu quindi visto da Ronnie come un qualcosa di necessario ed in fin dei conti molto naturale: “Non avevo più suonato con lui da tanto tempo, mi ero dimenticato di quanto fosse bravo”. Nell’ estate del 1999 Dio fu protagonista in una serie di mega festival in Europa in compagnia di altri gruppi storici come Deep Purple, W.A.S.P., Motorhead e Manowar. All’ interno della manifestazione più importante, il Bang Your Head di Balinghen (Germania), Joey De Maio irruppe a sorpresa sul palco di Dio intonando col suo basso le note del mega classico “Holy Diver”: una grande ovazione accolse questa improvvisa ed inaspettata apparizione che confermò una volta per tutte la sincera amicizia che da sempre aveva legato i due personaggi! A Novembre dello stesso anno partì l’ ennesimo mini tour (Monsters of the Millennium) durante il quale, in compagnia di Motorhead e Manowar, il gruppo ebbe modo di esibirsi davanti alle platee del nord Europa…Jimmy Bain nel frattempo era anch’ esso tornato a far parte della band, ma purtroppo non potè partecipare all’ evento a causa di alcuni problemi che gli avevano impedito di lasciare gli States.

 

Un libro Magico!

Anno 2000. Ronnie James Dio, Craig Goldie, Jimmy Bain, Simon Wright: una formazione altamente spettacolare, un cantante straordinario ed un axe-man di altissimo livello coadiuvati da una sezione ritmica che definire “tellurica” sarebbe stato alquanto riduttivo! Se escludiamo l’ incomprensibile cambio di etichetta discografica (perché passare dalla SPV alla Spitfire Records?), le premesse per un ritorno in grande stile vi erano tutte…ormai la figura di Ronnie Dio, dopo un buio periodo durato l’ arco di quasi un decennio, sembrava esser tornata definitivamente a destare interesse tra i giovani sostenitori dell’ Heavy Metal. “Magica” fu pensato ed ideato per esser un album alquanto ambizioso, un disco che avrebbe dovuto ricondurre i Dio sui gloriosi sentieri del classico Heavy Rock epico: come al solito la critica paragonò il disco in questione (che è bene ricordarlo, fu un concept album a sfondo fantascientifico) ai pionieristici “Holy Diver” e “The Last in Line”, anche se fortunatamente qualcuno si accorse di quanto fosse in realtà più sensato (anche in virtù di un sovra-utilizzo delle tastiere) un collegamento tra “Magica” e due dischi come “Sacred Heart” e “Dream Evil”. Come al solito la mia posizione è sempre stata alquanto differente dalle principali opinioni allora espresse dalla critica: se infatti escludiamo l’ indimenticabile incedere rainbowiano di “Fever Dreams”, il granitico anthem da stadio  “Challis) o il semi lento “As Long As It’ s Not About Love”, le restanti composizioni avrebbero tranquillamente potuto far parte di un ipotetico e più epicheggiante seguito del sabbathiano “Dehumanizer”. “Magica” fu un platter dai toni estremamente cadenzati, un disco che adoro anche se difficilissimo da ascoltare tutto d’ un fiato…la voce di Ronnie era sempre splendida e cristallina, ma purtroppo (comunque già dai tempi di “Dehumanizer”) lo storico cantante aveva mutato non poco il suo approccio al canto: secondo me fu una scelta adottata per conferire maggior aggressività alle proprie vocals, o comunque fu un tentativo per rendere più oscure ed ossessive certe canzoni come la pachidermica “Lord of the Last Day” o l ‘ipnotica “Feed My Head”. Ciò che comunque conta, è che “Magica” fu un album di altissimo livello in grado di regalare a tutti noi un tour indimenticabile; il concerto che la band tenne sotto le montagne nella provincia di Udine con gli spettacolari Saxon di G.Oliver e S.Dawson di supporto, fu infatti il più intenso avvenimento a cui abbia partecipato nella  mia carriera di Heavy Metal Rocker! Il Magica-tour durò all’ incirca un anno e due mesi e fu principalmente suddiviso in quattro lunghe tappe: Marzo ed Aprile furono interamente dedicati agli States, mentre durante il periodo di Maggio e Giugno il team si spostò in Europa. I concerti ripartirono a Novembre dello stesso anno negli U.S.A.: fu una serie di circa venti date con Doro e Malmsteen nelle vesti di support bands, mentre nel Febbraio/Marzo del 2001 i Dio furono impegnati sempre in casa ma questa volta in compagnia di Armore Saint e Lynch Mob! Dopo un mini tour sud-americano, fu il momento di intraprendere (assieme ai Ratt) in Scandinavia ed in Inghilterra alcuni concerti di supporto ad Alice Cooper, l’ ultimo dei quali si tenne ad Edimburgo il ventun Maggio.

 

Il ritorno del Dragone.

“24 Maggio 2002: oggi l’ Heavy Rock più epico e mitologico sta vivendo uno dei momenti più esaltanti della sua travagliata storia. Due titani del genere, due bands leggendarie si sono involontariamente date appuntamento per ristabilire una volta per tutte le gerarchie del metallo più epico e fragoroso! Dio e Manowar hanno scelto due strade diverse che conducono alla stessa meta, il paladino del Rock duro ed i figli di Odino sono destinati ad entrare di diritto nella storia della musica, gloria a loro, Hail!”

Devo ammettere che per me la sopracitata data fu davvero speciale…poter ascoltare nello stesso giorno i nuovi Lp delle tue due band preferite non è certo una cosa che capita tutti i giorni, specie se i gruppi in questione si chiamano Manowar e Dio, ovvero artisti che negli ultimi anni hanno pubblicato materiale inedito col contagocce!  Per quanto mi riguarda, spero che prima o poi sia composta almeno una canzone nella quale Ronnie James Dio ed Eric Adams dimostrino con un clamoroso duetto (se mai ce ne fosse ancora bisongo), chi davvero può vantarsi dell’ appellativo di “voice of Hard Rock”…ma se definire un evento del genere “pura utopia” sarebbe forse troppo esagerato, poco ci manca! Quel che conta in fondo è che con “Killing The Dragon”, Ronnie ha fatto capire al mondo intero di cosa ancora è capace: comporre e registrare un album Heavy Rock Metal d’ altri tempi, una musica che entra bruscamente dentro di te per impossessarsi della tua anima, un sound in grado di donarti terremotanti scosse di adrenalina in virtù di un rock incandescente ed incalzante! Dough Aldrich (chi di voi lo ricorda nei mitici Lion a fianco di Kal Swan?) è un chitarrista fantastico, uno strumentista per certi versi simile al Vivian Cambpell d’ annata, una macchina che macina in continuazione riffs ad alto voltaggio supportata come sempre da una sezione ritmica tellurica e naturalmente da lei, la voce dell’ Heavy Metal! In brani come “Along Comes the Spider”, “Better in the Dark” o “Before the Fall”, Dio è tornato finalmente a cimentarsi su ritmi fast e graffianti, mentre la spettacolare title track può addirittura ostentare cadenze sullo stile della Maideniana “Powerslave”! Per “Push” è stato girato appositamente un video clip promozionale, dopotutto si tratta di un bel brano orecchiabile, ma la canzone che senza dubbio mi ha colpito di più è stata l’ emozionante “Throw Away Children”, un pezzo inizialmente pensato da Ronnie per essere l’ ideale seguito della storica “Stars” (il progetto “Children of the Night” avrebbe dovuto avere le stesse finalità di “Hear ‘n’ Aid”…). Partendo dal Maggio del 2002 sino ad arrivare ai giorni nostri i Dio hanno già effettuato più di cento concerti e per l’ imminente Agosto sono già state pianificate numerose date in compagnia degli Iron Maiden. Recentemente ho assistito alla spettacolare esibizione che la band ha tenuto nelle vesti di Headliner durante la prima giornata del festival Tedesco Bang Your Head: poter ammirare Ronnie in un contesto così grande, supportato da un mega impianto sonoro e da un palcoscenico enorme, è stato un qualcosa di indimenticabile…Craig Goldie è nuovamente rientrato a far parte della band (Doug Aldrich si è nel frattempo unito ai redivivi Whitesnake) munito di una capigliatura che per certi versi è tornata ad essere simile a quella che ostentava ai tempi di “Dream Evil”…con la sua mitica chitarra lo stellare axe-man ha regalato a tutti noi gli immortali riffs di “Evil Eyes”, “We Rock”, “I Speed at Night” e “Dream Evil”, ovvero brani che da tantissimo tempo non erano stati più inclusi nella scaletta dei Dio-shows, canzoni che l’ immortale singer ha saputo interpretare con un piglio da antico condottiero in battaglia!

 

Evil or Divine?  Dio on DVD!

Il mio sogno è quello di veder realizzato, in un prossimo futuro, un bel doppio/triplo Dvd che racchiuda tutti i principali momenti live della ventennale carriera dei Dio. Dato che comunque esistono già diverse Vhs inerenti agli anni 1983-84-85-86, vorrei che un’ ampia sezione del prodotto in questione fosse dedicata alle epoche “Dream Evil” e “Lock Up the Wolves” (anche perché è difficilissimo scovare bootlegs dei tours del 1987 e del 1990!); circolano voci di una probabile ripubblicazione in formato digitale  della vecchia videocassetta “Sacred Heart – The Video”, tuttavia quel che è certo è che proprio in questi giorni è stato immesso sul mercato “Evil Or Divine”, il primo Dvd ufficiale della band! “Evil or Divine” altro non è che la riproposizione di un concerto tenuto dai Dio a New York City in data 13 Dicembre 2002, forse un po’ pochino per chi, come me, si attendeva qualcosa di veramente monumentale! Ciò nonostante, devo ammettere che è sempre un piacere poter ammirare uno show attuale dei Dio (i momenti più emozionanti, per il sottoscritto, coincidono con le riproposizioni di “Egypt”, “Don’ t Talk To Strangers” e “We Rock”!) e comunque “Evil Or Divine” sarà ricordato ai posteri per essere stato l’ unico prodotto Live ufficiale con Doug Aldrich alla chitarra…e questo credo che non sia poco.

 

Il futuro…

Ronnie ha già rilasciato diverse interviste manifestando l’ intenzione di voler ampliare, a fianco di Craig Goldie, la saga di “Magica”…pare che egli stia già pensando a come sviluppare la seconda e terza parte del concept in questione. Non voglio pronunciarmi su questa decisione presa dal boss, tuttavia spero che l’ energia e la freschezza che avevano reso grande un Lp come “Killing the Dragon”, non siano messe in futuro da parte. Craig è un signor chitarrista ed un ottimo compositore, non nascondo di aspettarmi moltissimo da lui: dentro di me porto sempre la speranza di poter rivivere i fasti del mio adorato “Dream Evil”!!!

 

RonnieJamesDaddo