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We - Dinosauric futurobic

Etichetta: Black balloon

Ascoltare questa nuova fatica discografica dei norvegesi We è un po' come affrontare un delizioso viaggio nel tempo, con una partenza insita nei rimpianti 70's, e con un arrivo che si assesta direttamente nei tempi più recenti, anzi attuali. Ed è direttamente una gigantesca antenna parabolica - quella raffigurata nella cover del disco, proprio come usarono gli Sheavy nel 2000 sul discreto "Celestial Hi-Fi" - a lanciare indietro nel tempo chi si appresta a navigare nei meandri di "Dinosauric futurobic". Direttamente nello spazio. Quella dei We è una commistione letale che non rinuncia a mettere sullo stesso piatto della bilancia tutti gli accessori richiesti per poter plasmare a regola d'arte una miscela psiche-oriented: la loro esperienza, oramai messa a lucido da ben sei anni di trascorsi discografici, consente all' ensemble di giocare con lo Space rock, con il Seventy Rock più intelligente e psichedelico ma non per questo accennante al Progressive, e soprattutto con nuove correnti quali lo Stoner Rock, decisamente influenzato dagli ultimi Kyuss - quelli più blueseggianti e meno 'in your face' - e qui proposto in una versione talvolta psichedelica, altresì catchy ed aperta a cadenze dalle più variopinte influenze, infine violenta e dal fascino quasi Rock 'n' Roll e vagamente punkeggiante, come avviene sulla fantastica "Toothgottago". La formazione riesce però a dare il meglio delle sue possibilità nei pezzi più criptati, che come nel caso di "Galactic racetrack" riescono a passare da introspezioni Space Rock a refrain altamente memorizzabili e dal carico emozionale ragguardevole nel breve volger di qualche attimo, ove Thomas Felberg, ugola d'oro del combo, gode di una parte da leone fatta a misura per la sua persona. Il gioco riesce bene un po' ovunque: dal singolone bluesy-rock "Jinxed", alla mirabolante e dinamica title-track, sino alla conclusiva e pachidermica "1971", tributo allo Stoner-Doom d'annata. Il tutto senza rinunciare ad invettivi cali di tono - vedi la scialba "(Still got the) Hats off", che incastonano qualche pennata di alti e bassi all'interno di un disco altrimenti perfetto. E ricordiamoci della relatività del termine da me appena utilizzato. Ora, sta a voi decidere: ipnotizzatevi e fatevi trascinare da questa coloratissima tempesta di sabbia, o statene alla larga per evitare traumi che potrebbero intaccare seriamente la vostra attuale definizione di "restrizioni di genere".

Voto: 8

Marco "Dark Mayhem" Belardi