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Mammoth Volume - The early years

Etichetta: Music cartel

"Mammoth Volume. Really, the band's name says it all". Così vengono presentati questi quattro svedesi, con una frase che più azzeccata non poteva risultare, e con una definizione che racchiude in sè tutta la pesantezza pachidermica e la raffinatezza felpata e deliziosa del sound dei Mammoth Volume. Impossibile, direte voi. Ma le leggi della musica negano che tale termine possa sussistere in questi casi. Il sound dei Mammoth Volume è come un contenitore di sicurezza: d' alta accessibilità è la matrice Stoner Rock insita in esso, ed al suo pari si trova una fortissima tinta ora sabbathiana, ora prettamente 70's Rock - che amalgama senza profusioni di diffidenza la pesantezza dei primi con lo stampo melodico-sperimentale della seconda corrente. Il problema è che, osservando con attenzione il tutto, ci si accorge che quanto descritto da me poco sopra non funge che da anticamera al retro del 'contenitore', dall' ingresso assai più arduo da scardinare, ma meraviglioso e variopinto agli occhi dell' osservatore una volta che il suo varco viene penetrato. Ed a questo punto, lo Stoner Rock si fonde ad hoc col progressive settantiano, richiamando ora i blasonati King Crimson, ora i Marillion più 'complessi', ivi - a ruota - Gentle Giant, Jethro Tull e tanti altri maestri del Prog Rock della vecchia scuola. Un corso che i Mammoth Volume hanno seguito con dedizione sin dai propri arbori compositivi, i tempi che la band - dopo aver prodotto ben tre dischi d' altissima qualità - ci ha recentemente proposto in "The early years", miniera d'oro contenente la rimasterizzazione del materiale risalente alle loro release non ufficializzate pre-1999. E se gli arbori discografici dei Mammoth Volume assimilano con tanta facilità ed estro influssi di demoninazione kyussiana e spunti progressive Rock degni dei migliori Yes - quelli dello stile di "Fragile" del 1972, per intendersi - potete benissimo immaginarvi quanto la band possa essere maturata in occasione dei successivi dischi. Rispetto a quanto contenuto nei più recenti ellepì, "The early years" può presentarsi come una sorta di full lenght effettivo, logico ed anticipato rispetto all' omonimo album del 1999: il materiale in esso incastonato è egualmente pesante, potente e distorto nei suoni, guadagna molto in produzione grazie alla diligente rimasterizzazione, ma forse non raggiunge totalmente i livelli di qualità grazie ai quali il debut celebrò la band nel 1999, sempre su Music Cartel. Uno Stoner intelligente (i Clutch insegnano...), non complesso ed indiretto a causa della psichedelia che spesso tinge in maniera univoca lavori del genere, ma che propone brani d'assimilazione semplice in coppia con fasi strumentali che suscitano classe sopraffina perdendo però lievemente sul fattore groovy. Stupefacente anche il livello tecnico dei quattro: Nicklas Andersson impone ora passaggi dalla scorrevolezza assoluta ma dall' attenzione degna del miglior Carl Palmer, ora fraseggi batteristici posti su livelli di difficoltà elevatissimi, di scuola Stoner Rock per l'alto uso di timpani e piatto 'ride', ma dall' ispirazione - relativa all' impostazione - volta a capisaldi quali il collega alla lontana Bruford. Il resto è pura accademia, dal cantato malleabile di Jorgen Andersson, ora dal gusto radiofonico ( vedi "Trod alot"), ora aggressivo e kyussiano ma con occhiate di riguardo nei confronti del carisma vocale del miglior Vedder, sino allo splendido lavoro svolto dagli strumentisti Daniel Gustafsson e Kalle Berlin. Sconsiglio a chi ancora non ha assaporato la validità di questa band di partire dall' acquisto di "The early days", mentre per gli altri si tratta di una tappa quasi obbligatoria.

Voto: 8

Marco "Dark Mayhem" Belardi