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London Underground - Through a glass darkly

Etichetta: Musea / Frontiers

Avete preparato i bagagli? Peccato, perchè stavamo per partire per un lungo viaggio, un percorso temporale che ci avrebbe portati direttamente agli esplosivi anni settanta (per lo meno per la situazione italiana dell'epoca e per la grande ondata di svariati generi musicali), anni dai quali i London Underground, combo di quattro esperti musicisti italiani, sembrano essere arrivati direttamente, saltando le tappe intermedie. Sia chiaro quindi che se non amate le atmosfere retrò, e se credete che ciò che è uscito prima del 2000 sia vecchiume degno soltanto di essere posto in soffitta, potete evitare di leggere questa recensione, ma vi perdereste un eccellente disco. Questo Through a Glass Darkly infatti è senz'ombra di dubbio un ottimo esempio di prog vecchio stampo (anche se le influenze maggiori risalgono ai primissimi '70 e non riguardano gruppi come gli Yes), spruzzato da ventate psichedeliche; insomma oltre ad un grande lavoro da parte del basso rickenbacker di Stefano Gabbani e della chitarra di Gianni Vergelli, la parte del leone è recitata dall'hammond e dal mellotron di Gianluca Gerlini. Grazie al reparto tastiere, grazie alla voce del batterista, cantante e leader Daniele Caputo (che in alcuni tratti mi ricorda Rod Evans, vecchia gloria dei primi Deep Purple e dei Captain Beyond poi), grazie ad un artwork a colori pastello e a splendidi disegni che fanno da corredo alle lyrics i London Underground sono riusciti nella magia non facile di trasportarci agli inizi degli anni settanta. Una magia che possiede il dono raro di trascinare verso altri lidi come in un viaggio su un tappeto volante chi, come me, nutre un amore sincero e profondo per quel periodo musicale. Difficile quindi analizzare traccia per traccia questo disco, dato che le canzoni prese singolarmente probabilmente non direbbero molto, ferma restando la bella prova offerta con Can't find the Reason scritta dal compianto Vincent Crane. Notevole comunque l'apertura affidata a End of The Race, nella quale troneggia imperioso l'hammond; estremamente particolare (e molto filo Atomic Rooster) l'onirica Sermonette, anche se il top viene raggiunto grazie a Days of Man, canzone dotata di un incipit che sembra quasi una filastrocca cantata da un adulto e che prosegue con un riff elettrico che personalmente mi ha ricordato i Captain Beyond di Sufficiently Breathless. Struggente e di grande impatto emotivo la title-track che arrichisce di una ballad un disco già ricco di perle; notevole anche l'apporto del flauto. Nota a parte meritano i testi poetici, romantici e toccanti; valgano per tutti quelli di Beautiful Child: I want to remember you as a Beautiful Child / With no evil in mind / ... / I want to forget your tongue of flame / Diggin' in my head / I want to forget your fingers like spikes / Firmly stuck in my nerves. Presentati questi dati dovreste essere in grado di giudicare da soli: se vi piacciono le sonorità anni settanta o quantomeno ne siete incuriositi non lasciatevi scappare questo disco, dato che è suonato egregiamente da una band di bravissimi ed esperti musicisti, dato che pur essendo targato 2003 riesce a sembrare un lp di allora. L' unico difetto potrebbe essere quello di non annoverare una lunga suite, ma non fatevi ingannare: le canzoni qui presenti non sono affatto banali, e richiedono molti ascolti, sebbene possano colpire anche al primo impatto. Tralasciato questo particolare, se ritenete di far parte delle categorie da me citate precedentemente preparatevi a gustare un disco eccellente sotto ogni aspetto.

Voto: 8,5

Brown Jenkin