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Beyond fear - Beyond fear

Etichetta: SPV / Audioglobe

Novello Wolverine dell'heavy metal, il buon Tim Owens torna ad estrarre gli artigli, rinfoderati anni fa al termine del viaggio insieme al Sacerdote di Giuda. Accantonando temporaneamente la collaborazione con gli Iced Earth, ha deciso di riprendere la strada interrotta dopo la pubblicazione del controverso Jugulator; una strada fatta di contaminazione tra il vecchio heavy metal di una volta e la “nuova” scuola novantiana tutta riff ipersaturi e aggressività, uscita dritta dritta dal cortile texano dei Pantera. Correva allora l'anno 1997, il pubblico metallaro - conservatore per indole e tradizione - non era pronto e non capì. Oggi è il 2006, sono passati quasi dieci anni. Tim è cresciuto, ingrassato, si è fatto una famiglia. Ma invece di appendere il chiodo al chiodo, ha deciso che era tempo di rispolverare i panni del minacciosissimo Ripper. In proprio: per questo ha chiamato a raccolta un manipolo di amici (il suo vecchio gruppo, gli Winter’s Bane) e si è messo on the road con il monicker Beyond Fear. Il viaggio riparte esattamente dalle ceneri di Jugulator: ritmiche possenti, giri spaccasassi, quel tocco di melodia gotica anni '80 che non guasta mai, un sound pieno, moderno, in your face. E, ovviamente, l'ugola feroce e svettante del redivivo, cattivissimo Ripper. Fin dalle prime battute, il mix sembra funzionare: Scream Machine, tutta potenza e falsetto, è una sfida a viso aperto al padre padrone Halford e al suo cavallo di battaglia Painkiller. Owens sa’ di essere per doti naturali, stile e tecnica, l'erede naturale del Metal God per eccellenza, e ne reclama lo scettro in nome del ricambio generazionale. Altrettanto devastanti, ma più innovative nello stile, sono le successive “And... You Will Die”, e “Save Me”, autentici tripudi di riffoni stoppati e prodezze vocali nell'alto dei cieli. “The Human Race” rinverdisce la lezione del power/thrash americano che Owens ha certamente appreso alla corte di Jon Schaffer, mentre il ritornello di “Coming At You” sembra fatto apposta per farti ballare con 15 chili di borchie addosso. A questo punto, però, iniziano i guai. La ballata “Dreams come true” ha infatti il gusto insipido dell'esercizio di maniera; e la monotonia della successiva “Telling Lies” non fa certo ridecollare l'ascolto. Lo stesso discorso vale, purtroppo, anche per “I Don't Need This” e “Words of Wisdom”. Che cosa è successo? E' successo che il buon Owens, nel tentativo di apparire ad ogni costo il più bastardo di tutti, ha esagerato, finendo per adottare nella seconda metà del disco soluzioni banali quando non addirittura stucchevoli. Forse il pericolo sarebbe stato scongiurato, se avesse avuto al suo fianco musicisti della levatura di Scott Travis e della coppia Tipton/Downing; ma i pards di Ripper non sono niente di più che dei buoni artigiani dell' heavy metal. Fantasia e varietà abitano altrove, come si intuisce, solo per fare un esempio, dalle parti di chitarra solista. “My last Words” e “Your Time Has Come”, con i loro ritornelli assassini, ritirano leggermente su la media, ma non bastano certo a togliere l'impressione di un progetto riuscito solo a metà, di un esperimento di svecchiamento dell' antico metallo finito un po' male. Pazienza, l'idea di innovare, attualizzandolo, il sound degli anni '80 era buona: attenderemo il prossimo tentativo. Owens ha forse bisogno di crescere ancora un po' (ma questo punto diremmo meglio invecchiare qualche altro anno, come il Mac Callahan), soprattutto in sede compositiva. Jugulator, comunque, resta un' altra cosa.

Voto: 6,5

Tommaso Galligani