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After all - The vermin breed

Etichetta: Dockyard 1

Con uno sguardo rivolto al movimento thrash degli anni ’80, ma con la consapevolezza di dover creare, e manipolare, suoni moderni, conformi al nuovo millennio, i belgi After All si presentano al pubblico con un nuovo disco intitolato The Vermin Breed, prodotto da Harris Johns (Voivod, Kreator), e composto da nove tracce della durata media di quattro minuti. Si tratta di una formazione che ha alle spalle la pubblicazione di diversi albums, il primo dei quali risale al 1995, e che ha avuto la possibilità, nel corso degli anni, di condividere il palco con gruppi storici della scena metal, quali Paradise Lost, Voivod, Saxon, The Gathering, Anathema, Psychotic Waltz, ecc. Lo scorso anno, invece, per promuovere il loro ultimo disco hanno partecipato ad un tour europeo insieme agli Agent Steel. Tornando alla questione meramente musicale (che è quella che interessa maggiormente il lettore), occorre ribadire il concetto iniziale, e cioè, che gli After All sono in qualche modo debitori nei confronti della scena thrash degli anni ’80, di cui si cercano di ricontestualizzare gli stilemi, senza però arrivare a particolari stravolgimenti o innovazioni stilistiche. I nove brani che formano The Vermin Breed, sono compatti, lineari, e caratterizzati da una discreta cupezza di fondo che permea tutto l’opera, e che trova il suo massimo sfogo in Cascade; il brano in questione, si differenzia da tutti gli altri, per il semplice fatto che vengono abbandonate per un attimo le partiture tipiche del thrash, in favore di un approccio, meno irruente, e più ragionato; in sostanza si può legittimamente parlare di atmosfera doom. In generale, le composizioni ruotano attorno al riffing incisivo, ma non troppo fantasioso dei due chitarristi, Van Damme e Depree; le loro soluzioni rientrano negli standard del genere e non impressionano più di tanto, anche se, per fortuna, non mancano gli spunti interessanti, come nella traccia conclusiva, Downward, e in Maze Of Being, ambedue sospinte dai ritmi incalzanti delle chitarre che si alternano vicendevolmente in maniera repentina. Come spesso accade all’interno di un panorama musicale vastissimo come quello odierno, ci troviamo di fronte ad una band relativamente interessante, capace di scrivere buoni pezzi, ma nulla di più. Bravi, si, ma non indispensabili!

Voto: 6,5

Antonio Di Carlo