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Room with a view - Studio Report

Room with a view - Adieu a la belle epoque.
‘Collecting Shells At Lighthouse Hill’ è il nuovo capolavoro della ‘stanza con vista’ romana. ‘First Year Departure’ era stato un gioiello selvaggio, un’ opera prima indimenticabile. I Katatonia di ‘Brave Murder Day’ sposavano i Novembre. Ma anche i Cure. E anche il pop ’80 e la dark-wave. Ora le fattezze della creatura italiana si sono fatte più nette e definite, più composte e compatte. Ma la classe resta inalterata.

Studio report a cura di: Paola "Mystika" Di Marco

Sono l’asso nella manica della My Kingdom Music. Per chi scrive i Room With A View sono in assoluto la trovata più riuscita dell’ aristocratica etichetta italiana. ‘First Year Departure’ riposa nella mia collezione come un pezzo unico e prezioso, consumato da ascolti appassionati. Francesco Palumbo (proprietario della My Kingdom Music) ha occhio e orecchio. Ha sempre preferito il rischio della qualità alle facili sirene della quantità. I suoi gruppi sono tutti - a loro personalissimo modo - fratelli. Il legame di sangue che li lega risiede in quel languore ovattato, quell’ atmosfera di malinconia e decadenza inconfondibile che inevitabilmente affascina e al contempo contrista lo spirito. Dai Crowhead ai Rain Paint, passando per i Despairation fino ai Forgotten Sunrise, e così via. Ora, dopo tre anni di sospettabile silenzio, i Room With A View sono tornati con un disco che immortala la loro nuova pelle. Una pelle comunque non così diversa, come forse loro temevano che fosse. Temevano di spiazzare troppo l’ascoltatore innamorato del loro primo disco, temevano di sviarlo e allontanarlo. “Da ‘First Year Departure’ in poi non ci siamo mai fermati”, ci racconta Francesco Grasso, suadente voce e chitarra piangente del collettivo romano. “È vero, siamo stati assenti dalla scena. Non abbiamo realizzato nemmeno una data dal vivo in supporto al nostro disco di debutto, però non abbiamo mai smesso di provare, di comporre e di crescere. Sono cambiate tante cose dall’uscita di ‘First Year Departure’: la line up è cambiata, solo da qualche mese sono entrati in pianta stabile Gino Palombi - al basso - e Piero Arioni - alla batteria -. Pensa che Piero è stato costretto ad imparare gli ultimi pezzi praticamente in sala di registrazione.” - È stato Francesco, in compagnia di Gino, ad accogliere la sottoscritta (ibernata, considerato il clima siberiano), scortata da tre cavalieri/colleghi d’eccezione - Michele Romani (Metal Shock, Haternal.com), Roberto Lato (Metallus.it) e Fabio Stancati (Hmportal.it) - in quel di Roma, stazione Tiburtina, per accompagnarci al locale che ci avrebbe ospitati nel pomeriggio, in occasione della listening session del suo novello parto discografico. I ragazzi della band sembravano tutti molto eccitati all’ idea di presentarlo alle orecchie curiose degli avventori. Ci hanno preannunciato grossi cambiamenti, ma alla domanda esplicita “cambiamento in che senso? In quale direzione?”, non rispondono. “Sentirete da voi, altrimenti che sorpresa è?”. La novità più macroscopica risiede in una produzione fantastica, merito certo degli sforzi profusi dai quattro all’atto della registrazione - “il tempo a disposizione purtroppo era poco: siamo rimasti in studio di registrazione 18 giorni” -, ma soprattutto di una certa eminenza grigia nascosta lassù in Svezia. Il lavoro di mixaggio per ‘Collecting Shells At The Lighthouse Hill’ ha scomodato addirittura sua signoria Jens Bogren, il quale, per chi non lo sapesse, ha adoperato le sue mani esperte al servizio di band quali Katatonia e Opeth. Il risultato del suo lavoro infaticabile - “Jens è un pazzo! Lavorare con lui è stata un’esperienza del tutto nuova per noi. Lassù in Svezia si lavora in maniera completamente diversa rispetto a qui da noi. Jens arrivava in studio verso le dieci del mattino e usciva alle due di notte, senza prendersi mai cinque minuti di pausa nemmeno per mangiare! - è sinceramente superbo. E si addice alla perfezione a quella che è la nuova pelle del gruppo. Una produzione come quella attuale - compatta, nitida, fatta di chitarre compresse, ma ancora delicate e capitanata da una voce primadonna - avrebbe stonato brutalmente con le atmosfere soffuse e ovattate del disco d’esordio. Viceversa la produzione ronzante e polverosa di ‘First Year Departure’ impersonava al 100% lo spirito di quegli inni nostalgici dedicati alla belle epoque, ma avrebbe frustrato l’agilità e il dinamismo - e perché no, la modernità - delle nuove composizioni. “Anche per quanto riguarda l’aspetto grafico (davvero stupendo, Nda) del nuovo disco, ci abbiamo tenuto ad esprimere un taglio netto col passato. Non volevamo che sembrasse qualcosa di antico, come era successo con ‘First Year Departure’. In quel caso ci eravamo incentrati su tematiche cronologicamente collocate ad inizio secolo, stavolta invece l’artwork dell’album è moderno. Ma insieme sempre legato all’essenza della band. Siamo sempre noi, e si sente. Anche il logo è cambiato, ci piaceva dare un aspetto di quel tipo alla nostra immagine. Per quel che riguarda la sostanza musicale del disco, posso anticipare che si tratta di qualcosa di più ‘riassunto’: compatto, concreto, conciso. Le composizioni sbrodolate del debut si sono asciugate ed essiccate fino a risultare più compatte, appunto. Più facili da ascoltare e da capire. “Questa volta abbiamo prestato molta più attenzione alla forma canzone. Quel che contava in fase di stesura dei brani era proprio questo: la canzone. Non le chitarre, la voce o altro, ma la canzone in sé. Il resto veniva dopo, aveva molta meno importanza. Le nuove composizioni sono fatte per essere suonate dal vivo, cosa che non avevamo proprio calcolato ai tempi del primo cd. E state sicuri che stavolta prepareremo un succoso tour di supporto all’album: ci vedrete finalmente suonare dal vivo.

Paola Di Marco