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Infernal poetry - Intervista a Daniele (guitars)
‘Niente più melodie neoclassiche e soli smielati, solo roba il più disturbante possibile. Dimenticate roba con ritornelli melodici: noi NON siamo ASSOLUTAMENTE una melodic death metal band!’ Anche death metal è un’ etichetta che sta stretta agli Infernal Poetry. Il loro nuovo ‘Beholding The Umpure’ infatti ambisce a ritagliarsi un’ etichetta sui generis…

Intervista a cura di: Paola "Mystika" Di Marco

Lasciamo subito la parola a Daniele, chitarrista, membro fondatore, nonché maggiore compositore della band… Come ci si sente a vedere finalmente il proprio nuovo lavoro sul mercato?
Questo disco contiene due anni della nostra vita, mille sforzi per concepirlo, registrarlo, destrutturarlo e ricostruirlo di nuovo in fase di mixaggio. La critica lo sta accogliendo a braccia aperte, vedremo cosa succederà poi…
Dammi almeno tre motivi per cui chi legge dovrebbe assolutamente comprarlo…
Io più che altro vi dico tre motivi per cui uno dovrebbe assolutamente ascoltarlo con attenzione, poi per l’acquisto ognuno faccia i propri conti e consideri che se un disco di una piccola realtà viene masterizzato, quella piccola realtà ha serie probabilità di non arrivare alla prossima incisione. Non è una cazzata da discografici, purtroppo registrare costa un occhio della testa! Pensateci! Comunque i tre motivi per ascoltarlo: è un disco molto bizzarro, sperimentale e realmente disturbante, soprattutto se l’ascolto viene accompagnato dalla lettura dei testi. Secondo: l’artwork è artisticamente fenomenale: tutto disegnato a mano da Lorenzo Mariani (Darkthrone, Natron e altri). Aprire il book su tutte e 5 le facciate a soffietto è come guardare un quadro, il tutto si sposa con la musica e contribuisce a creare un’ atmosfera molto particolare. Terzo: è qualcosa di diverso dal solito. Probabilmente non sarà per tutti, ma se si entra nello spirito può essere un disco molto stimolante. Un recensore mi ha detto: ‘i pezzi sembrano usciti da un film di Cronenberg’. Bè, devo dire che costui ha capito in pieno il mood di tutto il disco.
La pubblicazione del vostro debut album risale a quattro anni fa. È passato tanto tempo: in cosa siete cambiati rispetto ad allora?
Praticamente non siamo più le stesse persone, è passato molto tempo. Ascoltiamo cose diverse, ci approcciamo in modo diverso alla composizione e alla registrazione, abbiamo più consapevolezza di ciò che è meglio fare e ciò che è meglio non fare, ma allo stesso tempo abbiamo capito che tutto si può fare. In altri termini non ci precludiamo strade a priori, le proviamo un po’ tutte, poi, con calma, scegliamo quelle che ci sembrano funzionare meglio, anche in sede di registrazione (un grande vantaggio del registrarsi i dischi nel proprio studio!). Per questo impieghiamo una vita per comporre/arrangiare/registrare un album. Io penso che a questi livelli underground, un colpo sbagliato possa compromettere tutto quanto di buono fatto in passato. All’estero gli italiani vengono visti male a meno che non parlino di draghi e spade, mentre in Italia l’esterofilia impazza: bisogna veramente stare in campana, l’ascoltatore è ormai esigente, e non parlo in termini di produzione. Ormai quasi tutti i dischi suonano da Dio: sono i contenuti che latinano (parole sante!, Nda).
Quanto e in che direzione è cambiato il vostro stile?
E’ cambiato moltissimo: il primo disco era una fusione tra scuola americana e quella svedese, adesso i due tipi di sound sono più compenetrati uno nell’ altro, i brani sono molto più aggressivi e asfissianti, nervosi, irrimediabilmente malati. C’è poi una forte componente di sperimentazione a livello di arrangiamenti. Ad esempio la voce: non è né death né black né hard core: l’approccio è multiforme e a tratti molto teatrale, sentite ‘Insane Vein Invading Inner Spaces’ e capirete cosa intendo. Niente più melodie neoclassiche e soli smielati, solo roba il più disturbante possibile. Alcuni ci hanno definito ‘schizoid metal’, altri con aggettivi più o meno simili, ma sono un po’ tutti concordi nel dire che ‘death metal’ è assolutamente riduttivo oltre che ingannevole. Sicuramente dimenticate roba con ritornelli melodici, NON siamo ASSOLUTAMENTE una melodic death metal band!
Il debut aveva un neo: la produzione troppo fiacca e poco professionale. Il nuovo album invece vanta una produzione impeccabile. So che una volta finito il mixaggio siete addirittura rientrati in studio per re-mixare il prodotto, perché non vi sentivate soddisfatti…
La qualità della registrazione di BTU era ottima anche dal principio, quello che non ci convinceva era l’approccio classico che aveva. I suoni erano molto swedish e tutto suonava pulitino e precisino… ‘morale’: dopo una settimana di riflessioni siamo tornati in studio avvelenati e abbiamo ricominciato i mixaggi daccapo, togliendo e aggiungendo parti, sperimentando sui suoni e movimentando tutto con soluzioni che, solo un mese prima, neanche immaginavamo di poter attuare. Il risultato è un disco che finalmente suona diverso dal solito. Siamo contentissimi di cosa ne è venuto fuori, ma non tanto in termini di produzione tecnica, quanto di produzione artistica. Ecco spiegato perché ad un primo ascolto si può rimanere spiazzati: ci siamo sforzati di fare un po’ come ci pareva.
Sbaglio se dico che gli Infernal Poetry sono un gruppo che trova la sua dimensione ideale sul palco, suonando dal vivo? Vi ho visti molte volte suonare e devo dire che siete dei veri professionisti. Offrite degli spettacoli sempre impeccabili.
Non sbagli, anche se con questo BTU credo che abbiamo trovato finalmente la nostra dimensione anche in studio. L’attività live per noi è fondamentale, come lo dovrebbe essere per tutte le band che non possono contare su budget promozionali sostenuti. Vendiamo molto dal vivo, vuol dire che quello che facciamo e come lo presentiamo sul palco è apprezzato. In più ci divertiamo, facciamo trasferte, qualcuno prende schiaffi in faccia (è successo ad un fest quest’ estate!), importuniamo (più o meno garbatamente) il gentil sesso… Cosa vuoi di più? Magari qualche euro in tasca, ma non si può avere tutto no?
Voi ce l’avete fatta: siete riusciti ad emergere dall’anonimato, grazie ad ottime qualità di musicisti e compositori e grazie ad un’ intensa attività live. Cosa vi sentite di dire e di consigliare a tutti i gruppi italiani che invece ancora brancolano nell’ anonimato?
Grazie per avermelo chiesto: se siete validi dal vivo, andate a suonare, anche gratis all’ inizio. Poi piano piano, se quello che proponete è realmente valido, i cachet si alzeranno (non di molto!) e smetterete di andare di rimessa. Ma se state a casa perché non coprite le spese, avrete altissime probabilità di rimanerci per sempre. Investite su di voi anche in questo senso, noi abbiamo suonato per anni alternando paghe basse a concerti a cachet zero. Il discorso: “io suono da dieci anni non sono un pivello, voglio essere pagato” non porta da nessuna parte, almeno quando si è nell’ anonimato. Purtroppo anche i gestori hanno da fare i loro conti in tasca e per loro è irrilevante che un gruppo sappia suonare se poi non porta gente perché nessuno lo conosce. Se ci pensate è ovvio!

Daniele

Paola Di Marco