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Wacken Open Air 2005

Data: 4/5/6 agosto 2005
Località: Wacken (Germania)

Report a cura di: Fearxes

Introduzione:

Dopo due anni di fila di cocente sole sulla testa, vista la posizione geografica di Wacken, e lette le previsioni meteo i giorni prima della partenza, che quest’annata sarebbe stata bagnata era più che prevedibile. Eppure c’è un coglione - il sottoscritto - che ha avuto la bella trovata di remare contro tutto e tutti portandosi dietro magliette senza maniche, una sola felpa, scarpe da ginnastica e un solo paio di pantaloni lunghi. Morale della favola? Pioggia insistente, con relativo avvento di tonnellate di melma e temperature autunnali. Yeah. Oltre al giramento di palle intergalattico per tale situazione si è aggiunto poi il fatto che i vertiginosi livelli di fango attorno all’area concerti non mi hanno permesso di assistere alle performance di alcune band che mi sarei visto di gusto, Gorefest in primis. In compenso mi sono rifugiato per ore ed ore sotto uno stand al coperto bevendo come un cinghiale. Yeah. A seguire un’analisi più dettagliata delle giornate trascorse, la quale però vuole essere tutto tranne che la solita spremitura di testicoli fatta di scalette, biografie e quant’altro; in più chiedo scusa se vedrete insultate band a voi care, ma per l’ennesima volta sono stato l’unico dello staff ad andare a Wacken, e di conseguenza parlerò di quello che voglio liberamente, rendendo il tutto soggettivo al 100%. Per chiunque desideri report approfonditi ed esaltati su Nightwish, Edguy e Axel Rudi Pell, il mio consiglio è quello di digitare su Google “Report Wacken 2005”: ci sono molte altre webzine in Italia e nel mondo.

Mercoledì 3 agosto:

Pioggia quasi inesistente. Un intero giorno a bere nello stand al chiuso e a gridare “Wacken”, “Slayer”, “Viva la fica” e altre frasi che non posso riportare in questa sede (per maggiori chiarimenti mandatemi una mail: fearxes@libero.it ).

Giovedì 4 agosto:

Primo giorno di concerti, cominciato alle 18:00 con lo show dei Tristania, seguiti a ruota da Candlemass, Oomph! e Nightwish. Per quanto mi riguarda, assistere ad uno qualsiasi dei quattro gruppi equivale a perforarsi da parte a parte lo scroto. “Ma i Candlemass sono un gruppo storico” diranno in molti; “Chi se ne frega” dirò io. Snobbando totalmente quei sudiciumi di Tristania e Oomph!, vorrei soffermarmi invece sui Nightwish: Tarja canterà pure bene, ma vi posso assicurare che sono più espressivo io quando sono al gabinetto. E poi dai, ce l’ho messa tutta a non partire prevenuto, ma vedere una che durante un concerto fa il cambio d’abito cambiando pure il colore del microfono per intonarlo alla nuova veste è quanto di più ridicolo si possa concepire. Vabbè, lasciamo fare sennò mi arrivano e-mail di protesta e poi piango.
P.s. Il tempo ha retto.

Venerdì 5 agosto:

Pioggia, pioggia e ancora pioggia. Alé. Alle 11:00 si apre la seconda giornata di concerti, e per fortuna per me iniziano le formazioni interessanti da vedere: i Naglfar, freschi freschi del nuovo “Pariah”, non riescono a lasciare il segno per le chitarre troppo basse ed impastate e la voce di Kristoffer “Wrath” Olivius assimilabile ad un gracchiare da stagno. Decisamente meglio su disco. Dopo una breve capatina all’esibizione dei Morgana Lefay - senza dubbio bravi e coinvolgenti anche se lontani dai miei gusti musicali - spetta ai tutt’altro che novelli Illdisposed prendere in mano gli strumenti: i danesi sanno il fatto loro in quanto ad esecuzione, ma l’inespressiva (rispetto al death relativamente melodico, una sorta di Kataklysm più moderni e cadenzati) voce di Bo Summer e il voler insistere sui nuovi pezzi dalle tinte nu metal mi hanno fatto abbandonare la postazione dieci minuti prima della fine per guardare - per curiosità - Marky Ramone, che grazie ai classici dei Ramones mi ha fatto venire un attacco di diarrea e vomito. Durante le esibizioni di Sonata arctica, Bloodbath (il gruppo più inutile della storia) e Ensiferum mi sono preso una giustificata pausa pranzo, per ripartire poi con i grandissimi (in passato) Metal church: la prima osservazione non può che essere riguardo alla splendida voce di Ronny Munroe, perfetta su ogni fronte, espressiva, senza sbavature e pulita come su disco; la scaletta buona ma altalenante ha visto sfilare soprattutto i pezzi più recenti, senza comunque dimenticare il grandioso debut “Metal Church”, dal quale sono state eseguite “Gods of wrath” e “Battalions”, quest’ultima suonata assieme allo storico chitarrista Craig Wells, attualmente nei Vicious rumors. E’ però con gli Obituary che inizia il vero spettacolo, aperto come era facile aspettarsi dalla splendida intro “Redneck stomp” del nuovo album e seguita a ruota dalle seguenti “On the floor” e “Insane”. I pezzi di “Frozen in time” hanno occupato gran parte della scaletta per promuoverlo a chi ancora non l’avesse ascoltato, ma nonostante la sola ora concessa per suonare i nostri fanno godere grazie ai classici come “Slowly we rot” e “By the light”, tralasciando tuttavia perle chiamate “Final thoughts” e “Cause of death” (questo anche grazie a Wacken, che ha inserito gli Obituary alle 16:50… vergogna.). La prestazione è eccellente, potente e coinvolgente, macchiata solo da qualche sprecisione nelle ripartenze e da non so quali problemi alla batteria che hanno fatto infuriare Donald Tardy; riguardo al fratellino John, invece, da seghe. Terminata l’ora di eiaculazione continua per me la giornata di concerti è finita, sia perché gruppi a mio avviso da eliminare dalla faccia della terra come Edguy, Within temptation, Eisregen, Machine head e Apocalyptica non mi interessavano minimamente, sia perché Gorefest e Samael (che comunque hanno fatto solo pezzi dell’ultimo periodo, quindi non mi sono perso nulla) non li ho potuti vedere a causa del terreno a effetto sabbia mobile.

Sabato 6 agosto:

Finalmente l’ultimo giorno, quello per me spettacolare da cima a fondo visto il prestigioso bill. Si inizia con gli Zyklon alle 12:00, che contro ogni mia aspettativa si cimentano in una prestazione devastante; quarantacinque minuti di pugni nello stomaco, senza sosta, alternando il meglio dei due full “World ov worms” e “Aeon” fino ad ora rilasciati. Peccato solo per l’immobilità sul palco di Samoth e per la voce non perfetta di Secthdaemon, unici nei di uno show da applausi. Dragonforce = pausa pranzo, Suffocation = apocalisse. Sì cari miei, i cinque statunitensi hanno fatto crollare uno ad uno tutti i gruppi presenti a Wacken, schiacciandoli come noccioline. Come avevo già avuto modo di testare qualche mese fa a Reggio Emilia, i Suffocation dal vivo sono una macchina da guerra, un concentrato di violenza allo stato puro. Incuranti dell’ignobile piazzamento nel bill (dalle 14:00 alle 15:00), Hobbs e soci erigono un muro sonoro di proporzioni abnormi, scegliendo al meglio i brani all’interno dell’intera discografia (anche se avrei voluto una “Jesus wept” o una “Souls to deny”) e risultando più precisi di un metronomo; quando poi davanti si ha un frontman carismatico e dalla voce più che perfetta come Frank Mullen il gioco è fatto, lo spettacolo viene da sé. Il duro compito di succedere ai Suffocation spetta agli Overkill, grandiosi anch’essi e divertenti, ma a mio avviso deboli di una scaletta non eccelsa (è davvero tanto bella “Elimination”?); molto bella la prima metà del concerto, a tratti noiosa la seconda. Passando ai Dissection, ho riso tanto: vedi perché Totaro stava attaccato come un koala a Nödtveidt e minacciava di morte uno spettatore che gli buttava pupazzetti sul palco, vedi perché Asklund alla batteria (in particolare con la doppia cassa) è incredibilmente incapace, vedi perché i pezzi uscivano piatti, inespressivi, non andando oltre all’esecuzione scolastica. Insomma, ho riso. Lasciando Axel Rudi Pell al suo destino, mi sono buttato sui Marduk più che altro per curiosità, visto che li ritengo morti da anni. E invece devo ammettere di esser rimasto a bocca aperta per la performance dei quattro svedesi, precisi nell’esecuzione e forti di un suono monolitico; tamarrate a parte, quali face painting e sangue finto, dall’inizio alla fine è stato un assalto che ha esaltato il grandissimo numero di persone presenti. Gran bel concerto, anche se i pezzi più recenti lasciano a desiderare. Gli Hammerfall li ho sentiti da uno stand mentre mangiavo, e omosessualità della proposta a parte, al contrario di band ridicole dal vivo quali Dragonforce, almeno i poweroni svedesi sanno suonare e la voce di Joacim Cans esce come su disco; la scaletta ha previsto tutti i cavalli di battaglia, e la gente sotto il palco ha risposto cantandole tutte a squarciagola. Finito il mio spiedino di carne e bevuta una buona birra tedesca, l’adrenalina torna alta con i Kreator sul palco, immensi su ogni fronte a parte il fatto di aver snobbato il passato in favore del periodo più recente: aver tralasciato classici come “Under the guillottine” e “Awakening of the gods” mi ha lasciato una ferita aperta in pieno petto. La resa live di Petrozza e compagnia bella è comunque, come sempre, sinonimo di sicurezza e di divertimento. La mia giornata di concerti si conclude con gli Accept, sotto i quali non si può far altro che inchinarsi; forse il concerto è stato troppo lungo e pieno di assoli e intermezzi prolissi, ma laddove c’è un Udo in forma smagliante e i classici vengono riproposti fedelmente non si può che arrendersi e ringraziare. Per quanto riguarda poi le esibizioni post-headliner di Sentenced e Onkel Tom non metto bocca, dal momento che i primi dal vivo sono qualcosa di scandaloso e i secondi, capitanati da Angelripper, non mi hanno mai esaltato.

Epilogo:

Tanta acqua, tanto fango, tante risate, una sola band: Suffocation.

Fearxes