HOME
RECENSIONI
INTERVISTE
CONCERTI
BIOGRAFIE
LO STAFF
LINKS
FORUM
SKINS
ZERO DAYS, ZERO SECS

Wacken Open Air 2003

Data: 31 luglio - 1 agosto - 2 agosto 2003

Località: Wacken (Germania)

 

Quest'anno in Italia hanno provato a spodestare lo strapotere tedesco: chi portando nella nostra nazione un trittico letale come quello formato da Metallica, Bon Jovi ed Iron maiden, chi imbastendo una sequela di festival che si è rivelata efficace solo in avvio (No mercy), per poi crollare sotto i colpi della scarsa organizzazione riservata nei confronti del Gods of Metal e, soprattutto, del criticatissimo Day at the border in cui è venuto a mancare persino l'headliner. Insomma: la Germania resta in alto e con lei, accanto al Bang your head, regna il nome del Wacken Open Air, forse la più acclamata manifestazione Metal a livello europeo. Ed eccovi l'immancabile report, curato dall' 'inviato' Fearxes ed arricchito dagli articoli di Omegastar, qui al debutto assoluto sulla nostra webzine! Buona lettura. (Marco "Dark Mayhem" Belardi)

 

Report a cura di: Fearxes, Omegastar

 

Prologo a cura di: Fearxes

 

Heineken Jammin’ Festival, A Day At The Border, Gods Of Metal, A Summer Day In Hell: quattro festival estivi fatti passare come il massimo che il nostro Paese possa regalarci, nessuno che possa minimamente competere con il prestigioso Wacken Open Air, quest’anno giunto alla quattordicesima edizione. Un’atmosfera unica ed indimenticabile per tre giorni di grande musica sono le carte per aggiudicarsi il piattino di miglior manifestazione europea, che grazie ad un’organizzazione pressoché perfetta è riuscita ad accogliere una fiumana indecifrabile di persone sparse tra lo sconfinato pratone con i due palchi principali (True Metal Stage e Black Metal Stage) e i due più piccoli (Party Stage e Wet Stage, quest’ultimo collocato al chiuso) e gli ettari ed ettari di terreno in funzione di campeggio. Wacken, un posto incredibile e fuori dal mondo che mi ha dato l’opportunità di vedere e conoscere persone provenienti dai più disparati paesi e di tutte le età, dai bambini piccoli accompagnati dai genitori agli anziani bardati e talli all’inverosimile; tre giorni all’insegna del metallo vero e di emozioni non tramandabili oralmente. Prima di passare al report riguardante i tre giorni, voglio precisare che i vari concerti spesso si sono tenuti su due o addirittura tre palchi contemporaneamente e, essendo l’unico dello staff di Metal Maniacs presente, è stato per me impossibile assistere a tutte le band, alcune delle quali di grande importanza. L’ingresso nello staff da parte di Omegastar è stato successivo al concerto, non ci siamo così potuti organizzarci e metterci d’accordo sulle band da vedere per fare un report completo in ogni sua parte, cosa che mi auguro possa verificarsi il prossimo anno. (Fearxes)

 

Prologo a cura di: Omegastar

 

Secondo anno per il sottoscritto in quel di Wacken, e per quanto riguarda l'atmosfera c'è ben poco da aggiungere a quanto riportato da Fearxes: un qualcosa di indescrivibile, che se non vissuto sulla propria pelle, è anche difficile da capire. Un'alchimia, una magia che si ripete ogni anno e che ha quasi del miracoloso, un rispetto per il pubblico da cui abbiamo solo da imparare, un'organizzazione mediamente perfetta al millesimo, un clima di tolleranza e di divertimento che ha pochi eguali al mondo, penso. E anche tanti, troppi stand di merchandise e cd dove rovinare le proprie finanze.... Come precisato prima, il mio ingresso a Metal Maniacs è avvenuto dopo il festival, di conseguenza mi sono limitato ad aggiungere i gruppi che il mio collega non è riuscito a seguire ed anche alcuni seguiti da entrambi, ma che ritenevo nel bene e nel male meritevoli di un doppio report. (Omegastar)

 

Giovedì 31 luglio - Report dei concerti

 

Report a cura di: Fearxes, Omegastar

 

Fearxes: Il primo giorno, quello d’apertura che come da copione dà l’inizio alle danze nel pomeriggio inoltrato, si è aperto all’insegna dell’heavy metal con i “novelli” Circle II circle di Zack Stevens (Savatage), prestazione che purtroppo non sono riuscito a godermi per l’ingente ritardo del volo aereo per Lubecca. (continua...)

 

Report concerto Circle II circle a cura di Omegastar: "Prestazione più che sufficiente per la band capitanata dall'ex-Savatage Zachary Stevens, che ha avuto l'occasione di presentare al pubblico una manciata di canzoni tratte dal debut album Watching In Silence: hanno convinto perlopiù i pezzi  lenti del repertorio della band, mentre quelli  tirati non hanno lasciato più di tanto il segno. Non potevano mancare ovviamente cover della vecchia band di  Stevens, nella fattispecie "Taunting Cobras" ed "Edge Of Thorns" che hanno provveduto a scaldare una folla comunque partecipe e reattiva alla proposta del gruppo. A chiudere il tutto, a sorpresa, un'inaspettata cover di "Welcome Home (Sanitarium)" dei Metallica, suonata senza infamia e senza lode, ma comunque apprezzabile." (Omegastar)

 

(...segue) Mesto per aver perso la performance dei fautori del bellissimo “Watching in silence”, a spazzare via il malumore ci hanno pensato le note in sottofondo dei grandissimi Annihilator, giunti a scaletta già iniziata al mio arrivo. I canadesi hanno sfoggiato una prestazione di notevole spessore, con il nuovo cantante Dave Padden più che motivato e già in grado di saper tenere il palco, rispolverando i vecchi brani dal monolitico “Alice in hell” fino al presente di “Waking the fury”, come le varie ed immancabili “King of the kill”, “Alison hell”, ”W.T.Y.D.”, “Never, neverland”, “Phantasmagoria” e “Imperiled eyes”. Dopo questa ottima e salubre ventata di thrash metal spetta il turno alla talleria ottantiana con i Victory, storica formazione tedesca anche se a me sconosciuta. Tralasciando l’abbigliamento a dir poco ridicolo del singer biondocrinito, il combo teutonico è riuscito a sbigottire fan e non con una notevole resa live, soprattutto nella seconda metà dove, tra l’altro, il batterista ci ha deliziato con un assolo sbalorditivo e ai limiti del circense, come ad esempio la rullata con 3 bacchette, di cui una in bocca che veniva girata a turno come le palline di un giocoliere. Usciti di scena i Victory, una bella sorpresa ha fatto il suo ingresso sul palco proprio mentre ci stavamo accingendo a rifocillarci prima di vedere i Running wild: la presenza dei Saxon come ospiti speciali, sotto gli occhi increduli di tutti, ha scaldato maggiormente la serata d’onore. Sono bastati i tre pezzi “Motorcycle man”, “Denim & leather” e “Princess of the night” a ridurre ai minimi termini le prestazioni seppur impeccabili delle precedenti band. Se è vero che la storia insegna, siamo tutti discepoli dei Saxon! Qualche minuto per riprendersi dallo shock emotivo della band originaria della N.W.O.B.H.M., che ha inoltre colto l’occasione di annunciare la loro presenza al Wacken 2004, che il turno spetta ai Running wild, gli headliner del primo giorno. Rock ‘n’ Rolf e soci sono sempre i soliti da anni, gli stessi corsari dell’heavy/power che videro il loro primo natale nel lontano 1979: è così che nascono i concerti dei ‘savi’ tedeschi, con la fedeltà al passato unita alla voglia di divertirsi facendo divertire, concetto purtroppo dimenticato tra le nuove metalhead capaci solo di voler forzatamente incutere paura o di sfoggiare doti tecniche. Prestazione grandiosa dunque, aiutata ovviamente dalla bellezza di pezzi tra i quali “Riding the storm”, “Victory”, “Soulless”, “Welcome to hell”, la SPETTACOLARE “Chains and leather” e “The rivalry”, il tutto condito dall’immancabile spettacolo pirotecnico. Up to the Running wild!!! Inutile dire che la chiusura dei concerti non vada di pari passo con la chiusura della serata, dove invece viene dato il massimo sfoggio di capacità alcolica di ogni individuo: chi tra fiumi di birra chi tra bottiglie di whisky, il tutto sembrava un concentrato di gente allo stremo col riso stampato sulla bocca, una grande festa che non vede termine dove è fantastico darsi alle nuove conoscenze, come quelle di tre tizi svizzeri e due tedeschi (condite dalla presenza dei grandissimi Testament e Blinde della chat di Eutk) che hanno saputo deliziarci ridendo a più non posso con frasi del tipo “italiani mafiosi”, “lupara”, “pizza”, “patata” (non intesa in termine culinario…) ed altre perle simili. Cosa c’è da ridere? Apparentemente nulla, ma qualche birra in più dà una concezione particolare del concetto di risata… (Fearxes)

 

Venerdì 1 agosto - Report dei concerti

 

Report a cura di: Fearxes, Omegastar

 

Fearxes: Il secondo giorno si apre con pochissime ore di sonno alle spalle ma per forza di cose, vedi il caldo insopportabile nella tenda, vedi il macello costante delle persone intorno, vedi l’inizio di concerti invitanti sin dall’inizio mattinata. Attraverso un risveglio lento e di controvoglia sotto le note in lontananza dei The quill che hanno suonato in contemporanea ai Dew-scented, mi sono apprestato a velocizzare i tempi per arrivare puntuale all’esibizione degli Extreme noise terror, formazione grindcore caratterizzata dalla presenza di singer. E a dimostrare che il buongiorno si vede dal mattino sono stati proprio gli inglesi, autori di una stupefacente prova dal vivo, a far cominciare al meglio il secondo giorno sotto un tappeto di riff massacranti e di sparate stracariche di stacchi veloci ed ipertecnici. Terminata la grande esibizione degli Extreme noise terror il successivo passo ha avuto luogo nel palco accanto, dove spettava ai The crown spaccare il culo, anche se solo dopo un quarto d’ora nel Wet Stage si apprestavano a suonare gli Obscenity. (continua...)

 

Report concerto The crown a cura di Omegastar: "L' intro "House Of Hades", estratta da Crowned In Terror, apre le danze ed è proprio la title-track a colpire come una mazzata in pieno volto il nutrito pubblico presente: la band appare precisa, compatta e spietata ed il rientrante Johan Lindstrand non pare avere problemi con i pezzi cantati dal dimissionario Tomas "Tompa" Lindberg, che lo aveva sostituito temporaneamente. I The Crown assestano poi un altro colpo  piazzando come secondo brano in scaletta l'opener del precedente Deathrace King, la devastante "Deathexplosion", che miete vittime come previsto: si prosegue su questo copione, con la band che estrae dal proprio repertorio canzoni degli ultimi 2 album (tra le altre "Bliztkrieg Witchcraft", "Under The Whip", "Satanist" e una esplosiva "Total Satan"), ripesca da Hell Is Here l'apprezzata "1999-Revolution 666"  e ne approfitta anche per presentare un pezzo in antemprima del nuovo Possessed 13. La chiusura, in un bis a sorpresa,è affidata a "Executioner - Slayer Of The Light": La Corona ci lascia con la consapevolezza di aver messo a ferro e fuoco la platea del Wacken e può ritenersi ben più che sodddisfatta della prestazione fornita. Una delle migliori band della tre giorni,senza dubbio." (Omegastar)

 

(segue...) La situazione alquanto sconfortante, dal momento che adoro entrambe le band, mi ha fatto optare per una ventina di minuti sotto i The crown e il restante tempo sotto gli Obscenity, cercando così di compensare al meglio la mia voglia di assistere alle due esibizioni. E come mi aspettavo tutte e due le formazioni hanno dato il massimo, i primi bravissimi anche se aiutati da un volume incredibilmente alto, i secondi hanno spaccato letteralmente le ossa pur suonando nel palco più misero e di minor riguardo. Tutto mi sarei aspettato tranne che uno spettacolo di simile crudeltà e coinvolgimento dai maestri del brutal death tedesco, i colossali Obscenity sono riusciti a farmi visitare un mattatoio in fase di carneficina. Grandissimi! Dopo una pausa pranzo e una breve visita al backstage, dove ho fatto conoscenza con diverse persone tra le quali i gentilissimi e simpatici ragazzi di Metallus, il Black Metal Stage ha dovuto sorreggere l’esibizione dei granitici Dismember proprio durante il concerto dei Dark age (dei quali me ne sono altamente fregato). Anche se pochi mesi sono passati dall’esibizione dei Dismember al Siddharta di Prato, ritrovarmi davanti ad una band seminale in ambito death metal è sempre un piacere, se non un onore. E se la volta prima la band svedese mi aveva fatto impazzire, al Wacken è stato un vero e proprio massacro: i pezzi dei cinque album sinora rilasciati sono stati ripresi e resi immortali, quelli di “Like An Ever Flowing Stream” su tutti; in più è stato presentato un nuovo pezzo che comparirà nel prossimo full-lenght che, da quanto ho avuto modo di sentire sotto il palco, è sembrato eccezionale, potente come sempre ma con una strizzata d’occhio alla melodia negli assoli. Dovremo attendere la fine dell’anno per scoprire cosa ci riserverà il successore di “Hate campaign”... Lasciati al loro destino i Freedom call, per i quali non nutro una così grande ammirazione, una rigenerante doccia ha preceduto il mio ingresso in campo con i Sentenced, band che tutto si può dire tranne che immutevole negli anni. Così, forti del bellissimo “The cold white light” dello scorso anno, i finnici affidano la partenza ad un pezzo senza dubbio da pole position, la fantastica “Noose” ripresa dal buon “Down”, ma subito i problemi con la voce di Mr. Laihiala premettono che la pista non verrà corsa sull’asciutto… C’è poco da fare, la sua timbrica è eccellente, le emozioni che riesce a trasmettere anche, ma dal vivo proprio non ci siamo; anche se questo fattore potrebbe benissimo venire attenuato se il frontman finlandese la smettesse di fumare (come ha fatto addirittura sul palco) e di cantare sbronzo… Ottima la resa di “Cross my heart and hope to die”, cantata a squarciagola dal pubblico presente; discreta a mio avviso la prestazione in generale della band, che riprendendo poco dal passato ed incentrandosi particolarmente sui recenti “Crimson”, “Frozen” e l’ultimo capolavoro, ha lasciato tutte le ragazzine contente e bagnate (a vedere le loro facce sembrava così), passando oltre quindi alla cover di “The trooper” a dir poco ridicola e penosa, dove Laihiala ha iniziato con un timido growl, per poi accorgersi di essere un pessimo growler e mutarlo in un cantato indefinibile, ma pur sempre catastrofico. (continua...)

 

Report concerto Sentenced a cura di Omegastar: "Prestazione in chiaroscuro per i finlandesi, che non hanno convinto del tutto, complice anche un Ville Laihiala visibilmente alticcio e fuori forma. L'apertura, a sorpresa, è affidata alla doppietta "Noose" - "Bleed", entrambe provenienti da Down, seguite poi da "Cross My Heart And Hope To Die" e "Brief Is The Light", tratte dall'ultimo "The Cold White Light". La scaletta prevede pezzi un po' da tutte le fatiche del gruppo, riprendendo finalmente in considerazioni anche Crimson (da cui hanno suonato "Broken"), che in sede live di recente era stato poco considerato. Si chiude poi con "Nepenthe" da Amok e con il medley "The Suicider / Excuse Me While I Kill Myself", accolte molto bene dai presenti e con un' inaspettata cover, ma facente parte del repertorio dei finnici, di "The Trooper" della Vergine Di Ferro. Da evidenziare, decisamente, la maglietta "Super Gay" sfoggiata dal lungocrinito frontman, qualcosa che di sicuro è entrato negli annali del festival." (Omegastar)

 

(...segue) E qui sta il mio grande errore, una grave pecca che mi ha fatto mordere le mani: credendo che avrebbero suonato soltanto i Primal fear (e io col power si sa, ci ho litigato…), ne ho approfittato per prendermi un’oretta di pausa inconsapevole che nel Wet Stage avrebbero suonato gli immensi Raise hell. So di essere un cretino, chiedo scusa a tutti.
Con l’incazzatura a mille butto il passato dietro le spalle per assistere alla storia, al ritorno nel nostro mondo della leggenda del thrash metal mondiale: Chuck Billy. Sì, perché i Testament e Chuck sono una cosa sola, sono uno l’alter ego dell’altro: riuscendo ad abbattere gli ostacoli grazie alla tenacia, alla voglia di andare avanti, appoggiati da un pubblico sempre più numeroso e timoroso di perdere un’altra stella dallo stesso nome caduta qualche anno fa, il primo di agosto eravamo tutti là, ad appoggiarli, e loro erano lì sopra, a regalarci emozioni. Un’esibizione memorabile, un Chuck Billy in forma splendida che tutto può con la sua voce, un DiGiorgio ovviamente mostruoso che suonava divertito parti ai limiti della ‘suonabilità’, una band che ha ancora tanto da dire; eppure il pubblico era fermo, immobile come se a suonare fossero liceali. Basti pensare che in contemporanea suonavano i Die Apokalyptischen Reiter e a vederli c’era lo stesso numero di persone che erano sotto i Testament, o poco meno. Ma quando vengono riproposte “Eerie inhabitants”, “Practice what you preach”, “Sins of omission”, “D.n.r.”, “True believer”, “Burnt offerings”, “Alone in the dark”, “Low”, “Electric crown”, “Into the pit”, “The haunting”, “Over the wall” e “Disciples of the watch”, quello diventa il MIO mondo, e che tutto il resto vada a farsi fottere. Grazie Chuck. Non so per quale motivo, forse per qualche birra di troppo che mi offuscava la mente oppure per il rincoglionimento post-Testament, fatto sta che sono stato a vedere il concerto dei Gamma ray invece che quello dei Rotting Christ. Ma poco importa. Hansen e compagnia bella se ne escono fuori con una scaletta azzardata, denigrando a piè pari “Land of the free”, ma con una prestazione sicuramente migliore dell’ultima volta che li ho visti in concerto, al Gods Of Metal 2001. I suoni sono perfetti, l’affiatamento della band anche, ma cos’è che andrà storto? Provate un po’ ad indovinare? Kai Kai, quand’è che a non stonare imparerai? Stranamente tutto fila liscio tranne la sua voce, che proprio non riesce ad essere all’altezza della situazione. E a smontare la sua prestazione ci ha pensato proprio il suo predecessore nei Gamma ray, quella montagna di Ralph Scheepers salito sul palco a sorpresa, che ha cantato la parte finale di “The silence”. Non vogliatemi male, Hansen sarà pure leggenda ma la sua voce proprio non va. Ed eccoci al momento che tanto ho atteso, ovvero parlarvi degli In flames… Premettendo che fino a “Whoracle” la band di Friden è stata per me sacra, che di loro ho tutta la discografia e li conosco come le mie tasche e che se “Colony” era tuttavia un buon disco “Clayman” e soprattutto “Reroute to remain” sono dischi penosi, considero oggi i cinque svedesi un gruppo ridicolo, defunto. Chi poi mi fa ancor più ridere sono coloro che credono che i nuovi In flames appartengano ancora allo ‘swedish death’, non sapendo forse che quello è puro e semplice heavy moderno con parti elettroniche e suoni in stile nu-metal. Gli In flames non fanno death metal. Punto. Sfido chiunque a dimostrarmi il contrario. A parte questo il concerto degli svedesi, come dimostrato anche dal sondaggio nel sito del Wacken, è stato per la stragrande maggioranza delle persone il migliore dei tre giorni. Durante l’esibizione, per la quale nutrivo grandi speranze almeno nei confronti dei vecchi brani, sono stato invece indignato nel sentire i capolavori di “Lunar strain” e “The jester race” eseguiti nel new sound che tanto odio. Ma cazzo, finché i pezzi nuovi vengono rifatti fedeli con tanto di inserimenti elettronici passi, ma che vengano ritoccati anche i brani che nulla hanno a che vedere col nuovo trand della band non mi sta bene. E complimenti a Friden per il look alla Max Cavalera con tanto di  magliettina da calcio, capelli rasta e gesti alla Slipknot… (continua...)

 

Report concerto In flames a cura di Omegastar: "Posizione di tutto prestigio per il quintetto svedese, che si trova a fare da coheadliner insieme ai Twisted Sister (fatto sul quale Anders Friden scherzerà molto nel corso della serata), e devo ammettere che avevo più di una perplessità sul gruppo, sia per la loro ultima release, "Reroute To Remain", con buoni spunti ma anche parecchi episodi sottotono, sia per la fama che avevano di non essere un grande live act. Per fortuna tutti i miei dubbi sono stati spazzati via da un concerto esaltante, aperto da una "Cloud Connected" che ha scatenato il pubblico. Gli In Flames hanno privilegiato il materiale di RTR,dal quale hanno estratto "System", "Drifter","Trigger", "Black & White", e di Clayman, con "Bullet Ride", "Pinball Map" la title-track ed una sorprendente  "Only For The Weak", in cui Friden ha invitato il pubblico a saltare a tempo con effetti devastanti per il fisico dei presenti ; dal passato più remoto della band sono state proposti grandi classici come l'immortale "Moonshield", "Gyroscope", "Episode 666" e "Behind Space". Dal punto di vista scenico non si è badato a spese, tra i "Jester" luminosi a fare da scenografia, ovviamente fiammate, effetti pirotecnici e fuochi d'artificio che hanno accompagnato la conlusiva "Colony", degno finale di una prestazione, è proprio il caso di dirlo, davvero infuocata." (Omegastar)

 

(...segue) Indignato da tale prestazione mi precipito immediatamente a sentire le ultime canzoni dei thrasher Assassin, ma essendo troppo distante dal palco e confuso dal sottofondo degli In flames che stavano ancora suonando non sono in grado di giudicare come si siano comportati sul palco i vecchi paladini del thrash ottantiano. Stremato da una lunga giornata sotto il sole, giungo svogliato agli headliner della serata col solo scopo di vedere il look glam da tutti sempre additato nei loro confronti. Sto parlando ovviamente dei Twisted sister, band che non conoscendo perché lungi da essere estimatore del rock così datato ho trascurato senza problemi (per chi ne volesse sapere di più vi rimando direttamente al report del buon vecchio Omegastar)... Finisce così anche la seconda giornata infuocata, dove a mio avviso gli indiscussi migliori sono stati i Testament. Tra una birra e un’altra (l’ennesima) è tempo di riposarsi qualche oretta… (Fearxes)

 

Report concerto Twisted sister a cura di Omegastar: "La Sorella Schizzata è tornata fuori a giocare....e non ce n'è stato per nessuno! Concerto indimenticabile quello dei quattro newyorchesi, nella formazione originale, (come sottolineato insistentemente durante lo show) trascinati da un Dee Snider stratosferico, magnetico e carismatico come ben pochi altri frontman. L'apertura è affidata ad "Under The Blade" e da qui in poi è un susseguirsi di grandi classici, tratti da tutta la loro produzione (ad eccezione di Love Is For Suckers), che la band snocciola con nonchalance e con la consapevolezza di avere in pugno il pubblico. Episodi memorabili sono stati sicuramente quelli verificatisi durante l'esecuzione delle irresistibili "We're not gonna take it" e "I Wanna Rock", tratte da Stay Hungry: alla fine della prima il pubblico ha continuato a cantare il ritornello in maniera tale da costringere la band a risuonarlo non una, ma ben due volte, mentre la seconda, tra lanci di palloni colorati, ha visto tutto il pubblico saltare e cantare a tempo con la band. Bis finale affidato a "Come Out And Play" e "S.M.F.", con tanto di logo della band in fiamme, e di sicuro  tutti i "Sick Motherfuckers" presenti non possono non essere stati soddisfati da una prestazione di tale livello." (Omegastar)

 

Sabato 2 agosto - Report dei concerti

 

Report a cura di: Fearxes, Omegastar

 

Fearxes: L’ultimo giorno di questa grande manifestazione inizia subito con due grandi delusioni: i Sinister sono stati sostituiti dagli Holy moses, e i Graveworm, che nel programma che ci avevano dato erano segnati alle 13:15, hanno suonato alle 11:00… Così non mi sono visto i deathster olandesi per ovvi motivi, mentre i Graveworm li ho persi credendo che avrebbero suonato due ore dopo. (continua...)

 

Report concerto Graveworm a cura di Omegastar: "Ai cinque altoatesini tocca l'ingrato compito di aprire la terza giornata sul Party Stage, alla presenza di un pubblico ristretto, ma comunque presente, e che pare apprezzare la proposta del gruppo, che alterna pezzi dell'ultimo "Engraved In Black" ad altri del proprio passato discografico. A dir la verità mi aspettavo qualcosa di più dai Graveworm, che al di là di un'ottima interpretazione del singer Stefan Fiori, impressionante per la duttilità nelle vocals, non riesce ad andare oltre alla sufficienza stiracchiata, complice anche un'evidente mancanza di presenza scenica. Le potenzialità comunque ci sono e sono sicuro che i nostri sapranno riscattarsi nelle prossime occasioni, se riusciranno ad avere maggiore attenzione per il proprio live act." (Omegastar)

 

(...segue) La giornata inizia così con i Malevolent creation. Grande, grandissima la loro prestazione all’insegna della brutalità e della potenza, sfogliando le pagine di una carriera cominciata con l’inarrivabile “The ten commandments” e momentaneamente in pausa sul bellissimo “The will to kill” dello scorso anno. Peccato solo che siano stati penalizzati dal poco tempo a disposizione, cosa che non ha dato modo alla formazione statunitense di esprimersi al massimo e di donarci altre perle estratte dalla cattiveria del Malevolent creation sound. Lasciando al loro destino Metalium e Callenish circle (per i quali nutro la stessa ammirazione degli attuali In flames), il massacro continua finalmente con un gruppo black, i Carpathian forest. Nattefrost e Tchort sono riusciti a portare avanti un concerto a testa alta per quanto sia difficile far rendere il black in sede live, facendo il possibile per riprodurre fedelmente i pezzi. E se mi sono gasato a sentire i pezzi dei fantastici “Strange old brew”, “Black shining leather” e “Morbid fascination of death”, non posso dire lo stesso per quelli tratti dal nuovo e deludentissimo album, troppo ridondante di parti sinfoniche e privo del pathos e della malvagità presente nei precedenti lavori. Da segnalare una cosa assai particolare capitata a Nattefrost, singer della band norvegese: giunto a due-tre pezzi dalla fine si è messo a vomitare interrompendo così il brano in corso (non ricordo quale). Non credo però che ciò sia dovuto all’eccessivo tasso alcolico nel sangue, quanto all’ingente sforzo che lo stomaco ha dovuto sopportare con i potenti e striduli scream del frontman. Non avendo altri concerti a cui assistere nel frattempo, ho optato nei nuovi Masterplan dei buoni Roland Grapow e Uli Kusch (ex Helloween), fautori dell’ottimo debutto omonimo di quest’anno. Come c’era da aspettarsi, avendo un solo disco all’attivo, i tedeschi fronteggiati dal norvegese Jorn Lande si sono cimentati in un medley degli Helloween, tra le quali è comparsa con mio stupore “The departed (sun is going down)” del deludente “The dark ride”. L’esibizione nel complesso è stata buona, le chitarre si sentivano belle ‘rocciose’ e Grapow, anche se ingrassato, sembrava quello di una volta. Terminato anche il tempo per i Masterplan ne ho approfittato per andare a fare compere (toppe, adesivi, cazzate varie…), ed è così che per mio graaaaande rammarico mi sono perso le performance di Eidolon e, soprattutto, degli spettacolari Soilwork (GRASSA RISATA)!!!! (continua...)

 

Report concerto Soilwork a cura di Omegastar: "Una mezza delusione quella purtroppo fornita dal combo svedese, sul quale nutrivo maggiori speranze in sede live. Si attacca con "The Flameout", estratta dal penultimo Natural Born Chaos e sin dall'inizio si avverte che manca qualcosa: la band è precisa, ben collaudata ma non riesce a coinvolgere più di tanto, complici anche le nuove, deboli canzoni, tratte dalla loro ultima release Figure Number Five, che finiscono per assomigliarsi un po' tutte tra loro. C'è da aggiungere inoltre che il singer Bjorn "Speed" Strid mostra più di una difficoltà sulle parti pulite. I Soilwork propongono principalmente brani  dei loro ultimi due dischi, risollevando le sorti dello show prevalentemente proprio con quelli di NBC(per l'esattezza "Follow The Hollow", la title-track e soprattutto "As We Speak"),mentre da FNF suonano, tra le altre, la title-track, "Rejection Role" e "Blow The Torch", estraendo da "A Predator's Portrait" la sola "Needlefeast". Decisamente rimandati ad un' altra occasione." (Omegastar)

 

(...segue) Parlando invece seriamente, le due ore successive sono state quelle delle dure decisioni: prima l’ardua scelta se vedermi Ancient rites o Rage (mi piacciono molto entrambi), dopo la ancora più difficoltosa tra Dark funeral e Kataklysm. Per la prima mandata opto per i Rage in quanto gli Ancient rites avrebbero suonato nello ‘sfigato’ Wet Stage, e devo dire che ho avuto modo di non pentirmene. I Rage sono una signora band, formata da mostri della tecnica (il batterista Terrana su tutti) e compatti all’inverosimile dal vivo, riuscendo così a riproporre senza il minimo problema i pezzi. Molti i brani eseguiti, dove per me è stato difficile riconoscerli tutti tanti sono i dischi sino ad ora rilasciati, memorabile l’assolo di Terrana, senza dubbio uno dei migliori batteristi in circolazione. Una performance dunque indiscutibile e soprattutto divertente, conclusa con la perla “Higher than the sky” cantata a squarciagola da tutti i presenti. (continua...)

 

Report concerto Ancient Rites a cura di Omegastar: "In quel forno crematorio che è il W.E.T. Stage (tendone + caldo + fumo non può che risultare un mix letale, in estate) assistiamo ad un prestazione superlativa da parte del quartetto belga, supportato da un pubblico eccezionale, decisamente "caloroso" (e in questo contesto non si potrebbe usare termine migliore), munito di striscioni, bandiere e quant'altro: personalmente sono rimasto ben stupito, ovviamente in positivo, dell'accoglienza tributata al gruppo, ma è pur vero che in Germania questo è anche all'ordine del giorno. E' l'intro "The Return", tratta dall' ultimo Dim Carcosa, ad annunciare l'arrivo della band sul palco che subito attacca con "Exile (Les Litanies Des Satan)" : i suoni sono buoni, la band appare in forma e può contare sulla presenza del carismatico frontman Gunther Theys, un vero e proprio trascinatore. All'annuncio del secondo pezzo, la splendida "Victory Or Valhalla (Last Man Standing)" il pubblico si scatena e proseguirà a farlo nel corso di tutto lo show, cantando a squarciagola i pezzi tratti dall'ultima fatica e da Fatherland, estraendo anche a sorpresa da "Blasfemia Eternal" la tiratissima "Blood Of Christ", il cui refrain cantato in parte nella nostra lingua madre non può che avere esaltato gli italiani presenti. La band appare quasi commossa dalla straordinaria partecipazione e non fa che ringraziare i presenti alla fine di ogni canzone, lo stesso Gunther alla fine scenderà a cantare tra il pubblico verso la fine del set. Umili, precisi e convincenti: non si può chiedere di più ad una band, che non fa altro che dimostrare la propria caratura di alto livello." (Omegastar)

 

(...segue) Complimenti. Per la mia indecisione riguardo ai due gruppi seguenti invece ho pensato bene di vedermi un po’ tutte e due le band, correndo da una parte all’altra vista la vicinanza dei due palchi. I primi a cominciare sono i Kataklysm, e i primi tre pezzi in scaletta sono un vero e proprio trionfo che mi hanno fatto estasiare: “In shadow and dust”, “Manipulator of souls” e “Illuminati”, estrapolati dai fantastici ultimi due album “Epic: the poetry of war” e “In shadow and dust”. Intanto comincia l’esibizione dei Dark funeral e mi getto di colpo nel Black Metal Stage, dove mi attendono gli svedesi con l’immancabile face-painting pronti a far riecheggiare le perle di “The secrets of the black art” e di “Diabolis interium”, anche se non nascondo di avere un debole per tutta la loro malsana discografia. Il suono dei blackster è incredibilmente alto, il sound-check è perfetto e i brani se ne escono fluendo marci nelle viscere; anche questa una grandissima prova! Così tra il death a tratti brutal dei canadesi e il black degli svedesi non ci sono né vincitori né vinti, è stato un tripudio del metal estremo, della vera musica! (continua...)

 

Report concerto Kataklysm a cura di Omegastar: "Un autentico massacro, devo ammettere inaspettato, nonostante nutrissi delle buone aspettative, è quello che si è presentato davanti ai miei occhi durante la performance dei canadesi, che hanno tenuto fede al proprio monicker e si sono abbattuti come un vero e proprio cataclisma sul pubblico. La band ha pescato a piene mani dalla propria discografia, privilegiando le canzoni dell'ultimo "Shadows & Dust" e presentando anche un brano, "As I Slither", che sarà presente sul prossimo disco, risultando decisamente convincenti e coinvolgenti. Da notare un curioso episodio che ha coinvolto il singer di origini italiane Maurizio Iacono, che nel tentativo di ribattere al volo un pallone lanciato sul palco lo ha clamorosamente svirgolato, per poi rifarsi durante una pausa, con grandi risate della band stessa e dei presenti.Al di là delle doti calcistiche della band, promossi a pieni voti, senza riserve." (Omegastar)

 

(...segue) A rendere sempre più succulenta l’ultima giornata ci pensa la presenza degli Stratovarius, che finora per un motivo o per un altro non ero mai riuscito a vedere on stage. Tutte le carte sono in regola per uno spettacolo indimenticabile, se non per la voce di un Kotipelto che sembra accusare gli anni; per carità, bravissimo, ma non sempre impeccabile nell’attaccare con i suoi caratteristici acuti. Si passa tra i classici “Twilight symphony”, “Kiss of Judas”, “Forever free”, “Visions”, “Black diamond”, “Legions” e “Paradise” (per fortuna “Visions” ha sovrastato gli altri dischi) fino alle più recenti e evitabilissime “Hunting high and low” di “Infinite” e “Soul of a vagabond” (troppo lunga per essere riproposta dal vivo) di “Elements part I”. Un bello spettacolo ed uno Jorg Michael voglioso di esibirsi facendo continuamente (anche troppo…) roteare le bacchette tra le dita dopo ogni colpo di rullante, con i tedeschi perennemente impassibili sotto il palco che non sapevano far altro che fare l’odioso stage-diving, con 2-3 persone al minuto che mi passavano sopra la testa. E che palle! Dopo gli Stratovarius il turno spetta ai deathster Nile, band che adoro. Purtroppo la mia lunga attesa di vederli suonare è stata stroncata nel sentire un concerto privo del pathos che mi sarei aspettato, e il bello è che i Nile stessi non c’entrano proprio niente, o almeno in minima parte. Laureano, uno dei più grandi batteristi in circolazione, scuoteva continuamente la testa perché la batteria non andava e i suoni non erano perfetti in modo da rendere al massimo il suono aggressivo della band americana. Ad aggiungersi poi è stata la scaletta non proprio impeccabile, dove alla potenza immediata è stata spesso preferita la ‘raffinatezza’ e la accurata complessità dei pezzi di “In their darkened shrines”, a mio avviso meno propensi ad essere riproposti di quelli più datati. (continua...)

 

Report Nile a cura di Omegastar: "Evocati da una maestosa intro, i quattro emissari delle divinità egizie appaiono sul palco, ma questa volta Anubi e compagnia  non paiono essere dalla loro parte in quanto a suoni: sui tecnici del suono, rei probabilmente di qualche sacrilegio o sacrificio mal commesso, si scatena la maledizione di antichi dei che porta nei primi frangenti dello show ad avere un suono praticamente inesistente delle chitarre ed un suono di batteria tale da sovrastare il tutto. Diventà così difficile riconoscere i pezzi suonati inizialmente dal gruppo, che risolleva le sorti dello show a partire dall'opener di In Their Darkened Shrines, "The Blessed Dead", in cui i suoni appaiono finalmente decenti. Curioso siparietto quello poi inscenato dal cantante/bassista Jon Vesano, che incita il pubblico a maledire (per l'esattezza, "manda a quel paese") le compagnie aeree, colpevoli di non aver fatto recapitare parte della scenografia e degli strumenti, stessa sorte toccata agli Hypocrisy al nostro Day At The Border.

Highlight della serata resta sicuramente l'esecuzione della title-track del precedente Black Seeds Of Vengeance, in cui i nostri riescono finalmente a convincere, supportati anche dai dei suoni migliori. Rimandati, ma non per colpa loro, ad un 'altra occasione, magari in un club più piccolo che non disperda l'indiscutibile carica distruttiva ed evocativa del gruppo." (Omegastar)

 

(...segue) Davvero un peccato, alla lunga mi sono addirittura annoiato e non vedevo l’ora di trovarmi davanti alle divinità della serata… SLAYEEEEEEEERRRRR!!!! Questo è l’urlo che per 3 giorni ha caratterizzato il Wacken, questa la band per la quale vale la pena di fare centinaia e centinaia di chilometri. Finalmente il momento è giunto, le luci si spengono e l’intro di “Gods hates us all” comincia… ma… un attimo… il suono è troppo basso???? Il sound-check non impeccabile mette in secondo piano Hanneman???? E’ così che si presenta l’avvio di “Disciple”, “Threshold” e “War ensemble”, con i suoni scazzati! Per fortuna gli Slayer sono gli Slayer, il concerto è ugualmente un concentrato di violenza allo stato puro. Pian piano i suoni migliorano e i pezzi istigano sempre più alla distruzione: “The Antichrist”, “God send death”, “Stain of mind”, “Hell awaits”, “South of heaven”, per poi, udite udite, fare “Reign in blood” per intero, con “Dead skin mask” tra “Jesus saves” e “Criminally insane”!!!! Su tutte ovviamente “Raining blood”, il capolavoro per eccellenza, il brano che tutti vorrebbero aver composto. E con un massacro del genere i tedeschi che fanno? Guardano immobili, ogni tanto facendo stage-diving e pogando pochissimo. E poi danno la colpa ad Araya se è stato immobile o a Hanneman e King se non sembravano abbastanza incazzati… Vorrei vedere, con un pubblico del genere… Al Tattoo The Planet due anni fa la gente sembrava impazzita, e gli Slayer non facevano altro che scapellare. Da che mondo è mondo si fa più macello con gli Stratovarius che con gli Dei del Thrash??? Mah! Comunque, Slayer immortali, da sempre i migliori dal vivo. (continua...)

 

Report Slayer a cura di Omegastar: "Si inizia all'insegna del ritardo, con ben quindici minuti oltre l'orario previsto (una rarità in Germania, dove il massimo a cui ho assistito finora è cinque minuti), e il pubblico comincia a rumoreggiare: la consueta intro "Darkness Of Christ" provvede però a placare gli animi ed ecco apparire il quartetto californiano che esordisce con "Disciple" ....ma, i suoni? Dove sono i suoni? Ed effettivamente fino a prima dell' esecuzione di "Hell Awaits" i presenti continueranno a maledire i tecnici, che per fortuna poi rinsaviscono e riescono a riportare il tutto ai limiti della sufficienza . Devo ammettere che, penso come tutti, mi aspettavo la canonica scaletta degli Slayer in questo concerto quando, a metà circa dello show,  viene suonata "South Of Heaven", notoriamente la penultima canzone della setlist prima della canonica conclusione affidata ad "Angel Of Death". Avranno cambiato ordine delle canzoni, pensiamo, ma subito veniamo disorientati dall'esecuzione proprio dell'opener di Reign in Blood, che manda immediatamente in visibilio in presenti....e a questo punto avviene l'impensabile: gli Slayer hanno suonato PER INTERO Reign In Blood, lato A e lato B, tra lo stupore di tutti i presenti, con la sola "Dead Skin Mask" ad inframezzare il tutto. Una graditissima sorpresa, che ha sicuramente tolto l'amaro in bocca per la prima metà del concerto, quasi inesistente a causa dei sopracitati problemi tecnici: ma come lamentarsi quando Tom Araya annuncia "Postmortem", graditissimo preludio a quell'apocalisse sonoro che è "Raining Blood", ed è proprio sulle note di quest'ultima che si conclude la consueta dimostrazione di forza da parte di un gruppo che da sempre è sinonimo di garanzia dal vivo." (Omegastar)

 

(...segue) Estasiato dal vortice di violenza abbattuto sulle mie orecchie, finisco tutte le mie forze nel vedere i grandiosi Vader, che si presentano modestamente dicendo di sapere quanto sia difficile suonare dopo una band come gli Slayer. Eppure quello che riescono a scatenare è il finimondo. Supportati da un suono impeccabile e da un volume altissimo i deathster polacchi hanno regalato tre quarti d’ora di assoluta perfezione, tirando fuori il meglio della nutrita e impeccabile (tranne l’ultimo “Revelations”) discografia. Insieme a Slayer e Testament, i migliori in assoluto! In culo ai Sonata arctica… eheheheh! ...E dopo una notte rigorosamente in bianco con litri di birra nello stomaco e sorriso a 32 denti, è terminato il festival più bello che l’Europa possa offrirci. E per chi ancora non ci fosse stato, fidatevi, è un’esperienza indimenticabile a prescindere dai gruppi che sono presenti. Alla prossima! (Fearxes)

 

Report Vader a cura di Omegastar: "E' dura suonare dopo una band come gli Slayer... ma ci proveremo": così ha detto il leader Peter durante il concerto dei polacchi e bisogna ammettere che sono riusciti a non sfigurare nei confronti della leggenda americana. Supportati da suoni eccezionali, tra i migliori della tre giorni (quelli che forse avrebbero dovuto avere gli Slayer...), i Vader hanno provveduto a mantenere alto l'interesse di un pubblico visibilmente stremato, ma ancora vivo e pronto al massacro finale. E la band non si lesina, proponendo canzoni un po' da tutta la discografia, come "Nomad", "Wings", "Xeper", "Carnal", "Silent Empire" con una ferocia indiscutibile e con un Doc alla batteria sempre sopra gli scudi, con il suo drumming inconfondibile. I Vader ci lasciano con  "Black To The Blind" e sono per il sottoscritto gli ultimi echi sonori di un festival come sempre indimenticabile. (Omegastar)

 

Fearxes

 

Omegastar

 

Nota: Tutte le foto pubblicate sono di proprietà dei gestori del festival Wacken Open Air. La riproduzione di tutte le foto pubblicate nel report è dunque vietata eccetto che tramite permesso da parte dei proprietari del festival stesso. (All photos by: Wacken Open Air)