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Nevermore + Guilty method

Data:7 ottobre 2003

Localita:Alcatraz - Milano

A cura di: Fearxes

Chi più dei Nevermore lega indistintamente amanti di generi diversi, dall'heavy al death? Se si parla di gruppi storici, i nomi universali (generalmente parlando) sono Iron maiden, Slayer e Death, ma pensando al metal odierno è innegabile che la band di Warrel Dane e Jeff Loomis rappresenti la più grande icona del panorama mondiale. Già avevo avuto occasione di vederli in quel di Milano al Gods Of Metal 2001, dove 20 minuti sono bastati a scatenare l'inferno; ritrovarseli due anni dopo in una esibizione tutta per loro non potevo certo lasciarmela sfuggire. Inoltre tanta era la voglia di scapellare sotto le note di Loomis e di incantarmi nel vedere un mostro chiamato Williams alla batteria, che la notizia dell'annullamento del tour degli Arch Enemy, che avrebbero dovuto far da spalla agli headliner, non mi ha fatto né caldo né freddo. Ad aprire il concerto ci hanno pensato così gli italiani Guilty method, band crossover formata da basso, chitarra, voce, batteria e… violino (?!?!?!), della quale esibizione non azzardo nessun commento vista la mia totale ignoranza nonché avversità nei confronti di tal genere. E poi, se mi trovavo all'Alcatraz, non era certo per loro. Passata circa mezz'ora dall'uscita di scena degli opener della serata, finalmente il buio accompagna l'ingresso dei fruitori del fantastico "Enemies of reality", capitanati dal biondocrinito singer caratterizzato da una maglietta rossa nel cui retro spiccava vistoso un bel 666. Sopra, cinque macchine da guerra pronte a far partire l'assalto, sotto, pochi ma buoni guerrieri ad assaporarsi il massacro. L'avvio spetta alla grandiosa "Inside four walls", pezzo rifatto perfettamente ma, guarda un po', i suoni sono pessimi… Eccoci così come da copione alle consuete scosse di capo dei musicisti sul palco che, scena maaaaai vista, a nulla servono vista l'incompetenza degli addetti ai lavori. Quel che segue vede un piccolo margine di miglioramento nel sound, o meglio, finché venivano eseguiti brani più lenti e meno intricati poteva pure andare bene, ma quando si arrivava alle caratteristiche parti di follia musicale allo stato puro ecco che il pastone era servito. Nonostante tutto, proprio la cosa che per molti gruppi avrebbe voluto dire 'concerto da buttare', per i Nevermore è un piccolo problemino da schiacciare e da mettere in men che non si dica in secondo piano; che importa se i suoni fanno pena, se a sovrastare un simile inconveniente ci pensa la impeccabile resa live? Questo però non vuol dire trovare attenuanti, è una vergogna che cose del genere accadano anche a band affermate (mi viene da pensare agli Slayer al Wacken 2003, pesantemente penalizzati anch'essi), il cui punto di forza è l'impatto diretto. Tornando a quello di cui sono capaci i nostri, e non alle peripezie da ragazzini dei tecnici del suono, meraviglioso per me è stato assistere ad uno Warrel Dane in splendida forma, espressivo come nessun altro, coinvolgente, teatrale, capace di tenere il palco manco fosse Bruce Dickinson. Una voce così duttile e malleabile ce la possiamo scordare nelle nuove leve, questa è la vera arte di chi la musica la sa suonare ed interpretare a modo suo, in modo spontaneo e vivo. Che dire poi, sempre riguardo al vocalist statunitense, della grandissima disponibilità nei confronti del pubblico? Da una band di simil calibro solitamente ci si aspetta gente che sta sulle sue, invece lui no, lui era lì ad incitare i presenti a salire sul palco uno alla volta per una stretta di mano e per un tanto ardito duetto al microfono… La gente sembrava incredula, ma questa è la magia sprigionata dal bagaglio Nevermore. Posso assicurarvi che il concerto è stato qualcosa di incisivo, di indimenticabile. A dar manforte alle grandissime doti tecniche dei singoli individui poi, le varie "In memory" (ripresa dall'omonimo EP), "The seven tongues of God", "Lost" e "Precognition" (da "The politics of ecstasy"), "Dreaming neon black" (dall'omonimo album), "Narcosynthesis", "Inside four walls", "The river dragon has come", "Dead heart in a dead world" che dopo gli arpeggi iniziali va a sfociare in "The heart collector" e "The sound of silence" (dal celeberrimo "Dead heart in a dead world"), "Enemies of reality", "Ambivalent", "Never purify", "Tomorrow turned into yesterday" e "Who decides" (dell'ultimo capolavoro), vanno a creare un qualcosa che pochi al giorno d'oggi riuscirebbero a fare. Non mi soffermo su ogni singola canzone per il semplice fatto che tutte sono state realizzate nel migliore dei modi e al massimo delle aspettative, quelli che poi sono stati i nei sono scaturiti dalla mano di gente che il suo lavoro, a quanto pare, lo sa fare poco e male. Nevermore: capolavori in studio, emozioni indimenticabili on stage.

Fearxes