HOME
RECENSIONI
INTERVISTE
CONCERTI
BIOGRAFIE
LO STAFF
LINKS
FORUM
SKINS
ZERO DAYS, ZERO SECS

Gods of Metal 2005 - 11 giugno

Data: 11/12 giugno 2005
Località: Arena Parco Nord (BO)

Report a cura di: Paola “Mystika” Di Marco

Cinquantamila persone paganti vorranno pure dir qualcosa. Forse che il metal dal vivo ha una potenza tale da fare invidia a molta della musica più “politicamente corretta”. Se è vero che cariatidi come Iron Maiden e Motley Crue agiscono ancora da calamita portentosa su migliaia di fan disposti a trasferte spesso devastanti, pur di vedere all’opera i propri dei. È stato il Gods dei ritorni e degli addii. Ritorni per Motley Crue (reunion), Obituary (dopo dieci anni di silenzio), Anthrax (line up storica), Black Label Society (la prima volta di Zakk Wylde in Italia). L’addio dei Megadeth con un Dave Mustaine che ormai balla - e in futuro ballerà - da solo. Ma è stato anche il Gods terremotante degli Slayer, che riescono ancora a scatenare i muscoli come ai tempi d’oro, pur senza smuovere più di tanto i loro, di muscoli. Il Gods dei Lacuna Coil, penalizzati però dal ruolo infelice di intermediari tra Obituary e Slayer e puniti da qualche demente particolarmente coraggioso con un timido lancio di bottiglie. Un festival dal sangue bollente, per spiriti coraggiosi.

Di coraggio ce n’è voluto: per resistere sotto al sole, per reggere le file al bagno e, una volta arrivati al traguardo, riuscire ad espletare l’atto nonostante il fetore infernale e il lago di letame galleggiante ovunque. Ma, bisogna dirlo, ne è valsa la pena. E anche il tempo è stato dalla nostra, proprio quest’anno che l’organizzazione si era preparata ad affrontare il secondo episodio del diluvio universale verificatosi la scorsa edizione.

Si è iniziato con gli Evergrey, che, ottimi sulla carta e buoni sul palco, hanno purtroppo ricevuto un’accoglienza solo tiepida. Giustificata dall’orario mattutino dell’esibizione (10:30, puntuali!).

Tempo di scaldare i muscoli con i Mudvayne, che, invece di scatenare il penoso bottigliamento riservato anni or sono a formazioni squalificate dai defenders come commerciali/vendute, quindi indegne di calcare lo stesso palco degli dei. Invece i Mudvayne, seppure molto “nu” e molto poco “true”, sono stati applauditi. Segnale di apertura mentale, anche se manifestato nei confronti di un gruppo che, almeno per chi scrive, non merita chissà quali applausi.

Chi li meritava e li ha avuti – a grosse dosi – sono stati i Mastodon. Autori di una coppietta di album assassini, “Remission” e “Leviathan”, i Nostri si sono rivelati dal vivo ancora meglio che “da cd”. La loro miscela metallica ha fatto stragi sul palco, per precisione e violenza organizzata. E le frotte di fan inneggianti al meet&greet presso i vari stand sono la dimostrazione di come un gruppo obiettivamente poco conosciuto possa farsi apprezzare anche “ex novo”, o quasi.

Dopo l’aggressione matematica dei Mastodon è toccato ai Dragonforce rilassare l’audience con un metal sicuramente più classico ed ortodosso nelle movenze. Niente di che, anzi. Solo un discreto esempio di heavy/power metal tutto cavalcate e ululati. Che però a molti è piaciuto, a dimostrazione del fatto che in questo campo il parere di chi scrive non vale poi tanto…

Molto meglio gli Strapping Young Lad, condotti da un infervorato Devin Townsend e da un quanto mai bestiale Gene Hoglan, quest’ultimo vera e propria attrazione “turistica” per gli occhi di tutti i batteristi presenti in loco, e non. I brani tratti dall’ultimo “alieno” si sprecano, ma nella tracklist troneggiano anche pezzi scelti da “City”. E lì la folla si è giustamente scatenata. Bene, bravi, bis.

Tocca ai veterani della serata, ai morti viventi riesumati da un passato eroico: gli Obituary. Uguali, identici a quindici anni fa. Solo più vecchi e grassi. Per loro il tempo non è passato, musicalmente parlando. E infatti “Frozen In Time” ci riconsegna un sound “congelato” quindici anni fa e scongelato ora. Solo che la loro formula, seppure storicamente vincente, stavolta – dal vivo – annoia un po’. Sarà per il suono un po’ fiacco, sarà perché effettivamente i brani proposti sembravano assomigliarsi tutti troppo, ma dopo un po’ ho iniziato a sbadigliare. Sbadiglio interrotto solo in occasione dei brani estratti da “Cause Of Death”…

Tra l’incudine e il martello, è toccato ai Lacuna Coil starci: tra Obituary e Slayer. Non stiamo qui a disquisire sull’ idea di infilare un gruppo relativamente giovane tra due pionieri del metal estremo. Riflettiamo magari sull’infelice scelta di posizionare un metal morbido e melodico (un non-metal) come quello dei Lacuna Coil, tra due bombe di estremismo come Obituary e Slayer. Niente ci fa. Anche l’anno scorso gli Anathema erano a dir poco fuori luogo, eppure nessuno li ha imbottigliati. E invece i nostri dementi dell’ultima ora hanno pensato bene di far fare all’ Italia l’ennesima figura di merda. Ringraziamo. Ringraziamo invece – stavolta sinceramente – i Lacuna Coil, per il bello spettacolo (l’ennesimo) che ci hanno offerto e per l’esempio di umiltà, nient’affatto scontato.

Non ringraziamo altrettanto gli Slayer, invece. Che, pagati chissà quanto e osannati/invocati a ripetizione da una folla delirante, ci hanno riservato uno spettacolo solo tiepido. I fan non se ne sono praticamente accorti, “gli Slayer sono sempre gli Slayer”, ecc ecc. Io ho sbadigliato parecchio di fronte alla loro esibizione svogliata. E non ho applaudito nemmeno alla riproposizione di “Raining Blood” al rallentatore. Pollice verso per chi si accontenta di timbrare il cartellino.

Fuochi d’artificio per gli Iron Maiden. Incredibile quanto questo collettivo di nonni riesca ancora a calamitare migliaia e migliaia di fan urlanti da qualsiasi buco del mondo. Stavolta poi si trattava di uno spettacolo particolare, dedicato al pubblico più “maturo” e comunque a quanti preferiscono il materiale più datato (tutti?). Nel tripudio della folla i Nostri hanno dato il via ad una carrellata di canzoni sempreverdi, premiate, cantate a squarciagola e applaudite da un pubblico mai sazio. Un pubblico che, è bene dirlo, per la quasi totalità è venuto a Bologna per loro, per l’ennesima volta.

Paola Di Marco