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Gods Of Metal 2003

Eccoci al report più importante dell'anno: se il No Mercy festival aveva sbalordito su tutti i fronti, ci ritroviamo dinanzi al rovescio della medaglia tramite questo articolo che, scritto da Elyel, descrive la manifestazione più problematica e controversa di questa stagione concertistica 2003. Il Gods of Metal di quest'anno, sicuramente, lo ricorderemo più per i disguidi organizzativi e per forfait che per ciò che dovrebbe brillare al di sopra di tutto: la musica. Una musica protagonista l'anno scorso grazie a Slayer e Manowar, ma soprattutto grazie ad uno stadio Brianteo che aveva concesso a tutti una due giorni godibilissima in cui musica e divertimento si fondevano assieme a dispetto di quanto è accaduto quest'anno. Ma non tutto il male viene per nuocere: nonostante tutto, il palco del vituperato Palavobis è stato calcato da formazioni di grandissimo rilievo artistico, alcune delle quali hanno saputo onorare al meglio questa manifestazione che, esistente da svariati anni, effettivamente non aveva mai incontrato così tanti problemi. Un'ultima nota: questo report va online a sè da quello del Day at the border, che entro pochi giorni giungerà sul sito, sempre come speciale homepage, per mano di DavS. (Marco "Dark Mayhem" Belardi)


Data: 8 giugno 2003
Località: Mazda Palace, Milano

A cura di: Elyel

Un’edizione un po’ in sordina, quella di quest’anno. Poca gente, per lo più già con la mente sui concerti di Metallica e Iron Maiden che di lì a pochi giorni avrebbero infiammato Imola all’Heineken Jammin’ Festival, il caldo e amenità varie come le rinunce di Shaman e Udo due giorni prima dell’evento e addirittura il forfait di Marilyn Manson, headliner del “A Day At The Boarder” - quello che un tempo era “la prima giornata del Gods”: tutti elementi che contribuiscono a fare dell’edizione del 2003 una delle più sfortunate, come nata sotto una cattiva stella. Va detto che quest’ impressione avevamo iniziato ad averla già dal due di picche dato dall’amministrazione comunale di Monza per la concessione dello Stadio Brianteo e il successivo ripiego su quello che fu il funesto Palavobis, oggi Mazda-Palace. Insomma, s’iniziava a subodorare il fatto che sarebbe stato un appuntamento da prendere un po’ come veniva, quello di quest’anno. Qualcosa è però andata, timidamente in verità, per il verso giusto, bisogna precisarlo: ha fatto caldo, al PalaMazda, ma mi è sembrato che nel 2001 fosse ben peggio. Forse per l’anno venturo saranno rivisti alcuni parametri, o forse no, ora poco importa. Comunque, quello che conta è sottolineare il buon lavoro che, chi più chi meno e poche eccezioni a parte, hanno offerto le band intervenute quest’anno. Come dire: finché ci sarà la portata principale, sono sicuro che il resto continuerà ad essere contorno.

La prime esibizioni della giornata, quella dei Madhouse, vincitori di un concorso, e DGM, sono riuscito a perdermele, e per il gruppo romano è la seconda volta: già il 9 dicembre aprivano lo show milanese degli Shaman e io ho potuto saggiare solo una canzone e mezza della loro performance. Questa volta nemmeno quella, visto che quando sono riuscito ad entrare in un Mazda Palace piuttosto desolato c’erano già i Mantra a settare i propri strumenti, quasi pronti ad attaccare il loro show. Uno spettacolo fatto di hard rock crudo, senza fronzoli, che rimandava con la mente agli anni ’70 di band come i Led Zeppelin, dotato di un rifferama solido e “grosso” ad ammodernare un po’ il tutto. Già, la chitarra, che ha avuto diversi guai e per un due o tre minuti non si é potuta sentire: ottimo il groove di basso e batteria, improvvisato dai responsabili dei rispettivi strumenti per tappare il buco. Bravi! E’ arte da bestie da palco nate, questa, sono sicuro che in tanti non si fossero nemmeno accorti che ci fosse qualcosa che non andava. Prova buona, la loro, solo continua a sfuggirmi il motivo che li ha portati a suonare dopo i DGM. Dopo i Mantra arriva il turno dei pupilli di Kiko Loureiro, i brasiliani Thoten.
Piccola nota: il cantante era svociato. Non che ce ne fossimo accorti, tutt’altro, semplicemente il singer della stessa band (un pazzo indiavolato che ha saltato di qua e di là per il palco durante la ventina di minuti concessi al gruppo - forse che gli piaccia Bruce Dickinson?) se n’è scusato e noi per onor di cronaca riportiamo le sue parole. I Thoten propongono uno speed metal che spesso riporta alla mente gli Iron Maiden, altre volte i conterranei Angra e più spesso i Judas Priest, e non solo per via del classicone della band (che fu) di Halford-Downing-Tipton, “Painkiller”, arrivata a conclusione del loro show. Discreta l’esecuzione, per ora comunque non sentiamo di strapparci i capelli dalla gioia. Per la prestazione dei seppur buoni Thoten nel loro complesso, nemmeno.

Il palazzetto va timidamente riempiendosi. Molto timidamente, a dire la verità., ma per l’esibizione dei Vision Divine, chiamati in extremis a sostituire UDO (forfait anche per lui a causa di motivi più o meno noti e più o meno ufficiali) s’inizia a sentire un minimo di disagio in mezzo al parterre, sotto l’ormai mitologico “tendone di plastica”. Forse iniziavano a sentire anche loro il caldo crescente, ma la prestazione della band guidata da Fabio Lione e Olaf Thorsen non è stata poi così trascinante. Debuttano con una “Send Me An Angel” nella quale Olaf cicca clamorosamente l’assolo (uno sweep & tap che per lui, sono sicuro, è un’idiozia: oggi il lungo crinito chitarrista della band italica non era decisamente in giornata). Seguono “Exodus”, “New Eden”, dal primo omonimo disco di debutto, “Flame Of Hate” e “The Whisper”, ma continuano a non esserci. La band fa quel che può, Lione è in forma decisamente migliore rispetto a quanto aveva dimostrato al festival di due anni fa con i Rhapsody, ma il suono orrendo che avevano le chitarre (peraltro il secondo chitarrista che si unisce alla band soltanto per le esibizioni live mi è sembrato più di una volta leggermente “fuori”, problemi tecnici, comunque avuti, a parte). La conclusione è affidata a “Vision Divine”, che risolleva un po’ le sorti della band, finalmente risolta una parte dei problemi di suono e acquisita un po’ di concentrazione. Come a dire: si erano appena riscaldati e hanno dovuto smettere. Rimandati, comunque.

A riprova degli accostamenti piuttosto coraggiosi che il Gods di quest’anno ci ha offerto, troviamo, dopo il metal classico e tastieroso della band di Thorsen e Lione, i progster svedesi Pain Of Salvation. Ce l’aspettavamo tutti e ce l’hanno data, una dimostrazione di come si suona e si sta sul palco. Non sono una band metal, eppure di metallari ne hanno radunati parecchi sotto il palco con le note di “Used”, canzone d’apertura, e sono sicuro che tanti dei neo-radunati hanno sentito davvero, come il sottoscritto, i brividi lungo la schiena sulle note di “Nightmist” (dal primo album, “Entropia”). Segue “Undertow” (“Remedy Lane”) che strega un’audience come ipnotizzata da un ragazzo magrolino, vicino al microfono e con una chitarra in mano. Il quale tutto d’un tratto annuncia “Ashes”, da “The Perfect Element Pt.1”, incespica sulla strofa (quella che sembra cantata dal Tate più profondo), tossisce, ci ricorda, dicendocelo e dimostrandocelo, che tossire e cantare è un esercizio ancora piuttosto difficile e poi si lancia in un’altra interpretazione da brividi. Lui, Gildenlow, certo, ma anche suo fratello al basso e i fidi Hallgren (scatenato, quest’oggi) alla seconda chitarra, Hermansson alle tastiere e Langell dietro il drum set. Poche canzoni che stregano e catturano, scaraventano nella dimensione parallela gentilmente offertaci dalla premiata ditta Pain of Salvation. I quali concludono la performance, allietando definitivamente il concerto del sottoscritto, con una “Inside” eseguita con la sola chitarra di Hallgren mentre Daniel saltella di qua e di là sul palco. Una band assolutamente da vedere on stage, questa, che sa essere leggera e soave come una carezza, per poi repentinamente esplodere elettrica, sempre con precisione chirurgica, i Pain Of Salvation. Questi ragazzi raccoglieranno tanto in futuro, e già oggi erano in pochi coloro i quali non erano rimasti impressionati dal carisma, abilità e talento di questi giovani svedesi. Ottimi, probabilmente i migliori della giornata.

Cambio di palco, Una ventina di minuti. Un po’ d’acqua comprata ai chioschetti fuori dal palazzetto per dissetare una gola che, tra fumo, umidità e urla a squarciagola iniziava a reclamare e siamo di nuovo dentro per l’esibizione di una band che qualche anno fa aveva ben altra posizione nel bill del festival: gli Angra. S’inizia con “In Excelsis / Nova Era” e le impressioni che si sono avute all’ascolto dell’unico full-length della nuova line-up del combo brasiliano, “Rebirth”, vengono confermate: gli Angra, da astro rilucente di luce propria del metal mondiale, si sono trasformati in una ottima power metal band che ancora sa regalare alcuni spunti di classe cristallina, ma ormai priva di quel quid che l’ha resa così famosa negli anni passati. Oggigiorno il loro stile interpreta in chiave Gamma Ray quello che si era espresso nell’era Matos (ma ormai Andrè non c’è più), una sezione ritmica fatta di buoni “impiegati del metal”, ligi al proprio dovere ma senza alcun guizzo in più, un qualcosa che faccia attirare attenzione… un particolare… nulla. “Acid Rain”, una delle canzoni più interessanti di “Rebirth”, convince a metà, complice, forse, anche un Kiko Loureiro non perfetto e strabiliante come suo solito. Rafael Bittencourt? Non si sente nemmeno. Chissà che ca**o stavano combinando laggiù al mixer ma si è sentito davvero poco della chitarra di Bittencourt, quest’oggi. La band prova il colpaccio con la ballatona, “Rebirth” tenta di regalarci un po’ di poesia e purtroppo nemmeno lei riesce a smuovermi da un’apatia che man mano che la band continua a suonare diventa sempre più di principio. Segue il momento più paraculo, magari sincero e onesto ma comunque dal retrogusto ruffiano, del concerto: uno stacchetto percussionistico eseguito da tutta la band a ricordarci l’ ”Holy Land “ che fu. Ruffiano, come ho detto, pure molto gradito e apprezzato, però. Si chiude con i due classici “Nothing To Say” e “Carry On”. Ho scoperto che Falaschi mi è molto simpatico, perciò non voglio parlare di queste canzoni. Rivoglio gli Angra di una volta e non sono il solo. Punto.

Power, power, power, power e poi ancora power. Dopo gli Angra, i Grave Digger. Pur muovendoci in quartieri musicali attigui, però, il contesto e l’ambientazione sonora cambiano (di brutto) significativamente. Sulle prime note di “Rheingold” è facile scorgere quella attitudine true e crucca che tanta fortuna ha avuto negli ultimi anni. Non si cerca evoluzione all’ascolto di un disco dei Digger, né si va ad una loro performance cercando qualcos’altro rispetto al nero, alla pelle e a un’attitudine prettamente '80ies con tutti i cliché che comporta. I Grave Digger lo sanno ed è proprio quello che offrono ai loro fan (in Italia non pochi, ve lo assicuro: per il becchino il Mazda Palace raggiunge livelli di saturazione finalmente dignitosi). “Rebellion”, “The Dark Of The Sun”, “Knight Of The Cross”, “Excalibur” ed “Heavy Metal Breakdown” tutte d’un fiato, tra un coro cantato alzando un calice di birra in cielo e un po’ di sano Headbangin’ che si sa, non fa mai male! Vent’anni di carriera alle spalle vorranno pur dire qualcosa.

Arrivati a questo punto, ed eravamo a metà pomeriggio, ho iniziato come a sentire il Mazda Palace un po’ troppo piccolo per me. Troppo caldo, soprattutto, e i dubbi sulla effettiva esistenza di un kids in kilt che suonava la propria cornamusa vicino al bar all’interno della location è stato l’impulso definitivo che mi ha convinto della mia instabilità psico-fisica, minata da un caldo africano e da un’umidità amazzonica. Via, fuori, all’ombra, a bere qualcosa che non fosse acqua bollente. Magari anche a cazzeggiare, purchè fuori (dopotutto sono umano anch’io …E così facendo mi sono perso tre colonne portanti del bill di questa giornata: Destruction, Saxon e Motorhead. Quindi sarebbe logico non aspettarsi nemmeno un commento a proposito di queste tre band. Invece no, da bravo reporter (che classe!!! n.d. Marco "Dark Mayhem" Belardi) mi sono messo di fronte ad una delle uscite dell’ex-Palavobis a raccogliere le opinioni a caldo (è proprio il caso di dirlo…) dei coraggiosi metalhead che hanno sfidato le ore più calde della giornata per assistere alle performance delle tre band dai monicker così blasonati.

Dunque, la prima nota curiosa raccolta sono le facce di chi si aspettava i Destruction e invece s’è trovato di fronte il metal incandescente e orgoglioso dei Saxon: la band di Biff Byford avrebbe avuto un concerto in Germania quella sera stessa e, per recuperare sulla tabella di marcia, ha scambiato la propria posizione nel bill con i thrasher tedeschi. Piano con gli anathemi quindi, nessuno è vittima di nessuno. Eppure vi assicuro che le cosine che tanti ragazzi mi hanno detto uscendo alla fine della prova della band inglese sono state esilaranti: tra l’ironico e l’incazzato, chi credeva ad un nuovo forfait dell’ultima ora da parte dei Destruction e chi invece pensava ad un ulteriore calpestio della dignità di una band storica come i Saxon. Una formazione che, c’è poco da fare, mantiene alta la fiamma del metallo più classico, quello della prima ora, incontaminato. Quello che sa estasiare il pubblico con semplici accordi, mica ha bisogno di cascate di note. Quello di “20.000 Feet”, “Princess of The Night”, “Crusader”, “Heavy Metal Thunder”, per intenderci. E’ indicativo ciò che ha mi ha detto Giacomo: “Lo slot occupato in scaletta andrebbe probabilmente rivisto”.

Dopo i Saxon arrivano finalmente (?) le bordate thrash dei tedesconi Destruction. Io ero fuori dal palazzetto ma riuscivo a sentire delle botte degne di Slayer e compagnia e già immaginavo il macello che probabilmente si era creato ai piedi del palco …Invece Alessandro mi ha smontato dicendomi che forse sono stati la band più sotto tono della giornata: “Forse perché non c’entravano nulla con gli altri…”. “…perché invece i Pain Of Salvation?”, gli ho detto io. Lui non ha fatto che mandarmi definitivamente a 'f*****o', convinto di star parlando con uno che non capiva assolutamente una mazza (e il bello è che magari ha pure ragione… ). Io però, basandomi su quello che riusciva a penetrare i muri (muri?…) del palazzetto, sono sicuro della bontà del wall of sound e della devastazione che sono riusciti a creare pezzi come “Curse The Gods”, “Thrash ‘Till Death” e “Nailed to The Cross”! Rimane comunque aperto l’ interrogativo…

Alla fine, alla fine della mia pausetta dedita al cazzeggio intendo, arrivano i Motorhead, e Daniele giura che sono ancora quelli di una volta, vecchi bastardi dell’hard ‘n’ heavy a due passi dal punk. Un power trio dalla vena rock mai doma, tra una Smirnoff e una Carlsberg prima di salire sul palco, tra una “Sacrifice” e una “Ace Of Spades” con gli strumenti in mano - magari per quest’occasione un po’ meno efficaci che in altri appuntamenti, ma pur sempre loro. Ancora con i soundcheck interminabili a costruire l’inconfondibile sound Motorhead - un nome una leggenda, un’icona del metal di tutti i tempi. Sempre lui, ancora loro. Nota di dedica agli scomparsi fratelli Ramone, prima di far tacere gli amplificatori, e poi giù dal palco, sul tourbus per partire verso un altro palco e un’altra città (o magari a dormire in qualche sozzo motel dell'hinterland milanese! n.d. Marco "Dark Mayhem" Belardi). Un’altra storia (ma sì, concedetemi un po’ di svago poetico…).

Mi accorgo tutto d’un tratto che la performance dei Motorhead in teoria dovrebbe essere l’ultima prima che salga on stage la band che più attendo quest’oggi, i Queensryche, e allora di corsa a prendere posto all’interno del Mazda Palace. Il soundcheck è interminabile, non finisce più, il pubblico, me compreso, inizia a non sopportare più l’attesa quando, con pesante ritardo sulla tabella di marcia, parte l’intro del concerto. “I Remeber Now”, seguita a ruota da “Anarchy-X” e “Revolution Calling” - sì, gusteremo una versione Bignami del concept capolavoro della band di Seattle, “Operation:Mindcrime”. Tate appare in livrea nera, forse a nascondere i chili che iniziano ad appesantire la sua imponente figura, oggi anche in versione Mastro Lindo, completamente calvo (per scelta? Boh!). In due parole: abbastanza irriconoscibile. Almeno finché se ne sta zitto dietro alla tastiera, perché appena inizia a mettere mano al microfono e attacca “Revolution Calling” lascia pochi dubbi: è lui. Oddio, per i primi 7, 8 minuti Geoff ha preferito riscaldarsi un po’ la voce e la sua prestazione non è stata al top, ma passata “Speak”, da “Spreading the Disease” (inframezzata da “Elettric Requiem”) in poi ha messo a tacere tutti quelli che nutrivano dubbi sulle sue attuali prestazioni live. Impressionante su “Mission”, avvolgente e carismatico per “Eyes Of A Stranger”.
Tutto qua?
Niente “Suite Sister Mary”?
Niente.
Già grazie che siamo riusciti ad ascoltare “Saved” (da “Hear In The New Frontier”) prima che la band scendesse dal palco salutando e promettendoci che sarebbe tornata. Ma porca put***a (!!!!), li aspettavo da mesi, e loro riescono a fare soltanto mezz’ora di concerto! La colpa di chi è? Come al solito di tutti e di nessuno: per delibera comunale bisogna finire alle 23.30 o poco più; i ‘ryche sono arrivati in ritardo (…), ci hanno messo un paio di ere geologiche a fare il soundcheck e i Whitesnake non hanno voluto rinunciare nemmeno a un minuto della loro prestazione. Ecco i motivi del taglio di Tate e compagni (senza De Garmo, come si era detto già da marzo-aprile, nonostante gli annunci della prima ora. Al suo posto mi è sembrato di riconoscere Kelly Gray, ma non ne sono così convinto - non ero vicinissimo al palco). Una vera perdita per tutto il Festival, la loro prestazione si stava proponendo come miglior performance della giornata… mentre per ora rimane purtroppo solo una candidata stroncata d’ufficio.

Delusione queensrychiana a parte, è toccato ai redivivi Whitesnake di David Coverdale chiudere in bellezza questa lunga giornata metallica. Anche loro non è che dimostrino eccessiva fretta nel soundcheck. Ad un certo punto però calano le luci e parte il riff di “Burn” dei Deep Purple - ma non sono i Whitesnake, è solo lo stereo che fa girare a mo’ di riempitivo questo pezzo di storia del rock. Davvero soltanto un riempitivo? No, in realtà “Burn” ha introdotto il concerto vero e proprio della band - e che tristezza, signori: il cd riesco ad ascoltarlo anche comodamente a casa! Apprezzabile, è vero, l’idea di presentare in questo modo il “personaggio” Coverdale, ma nella fossa dei leoni dell’ex-palavobis, credo proprio non ci fosse nessuno all’oscuro del passato violaceo del leader del serpente bianco. A seguire due ore di concerto, belle cariche, intense, piene di cliché mutuati direttamente dagli anni ’80 (le movenze del front-man soprattutto), musica eseguita da una band compatta e sufficientemente affiatata, il tutto soltanto un po’ macchiato da una voce che proprio non è più quella di una volta. Eh sì, Coverdale ormai non ha più il timbro, “quel” timbro virile e un po’ acerbo di “Burn” o “Stormbringer” (DP), né quella maschia ugola romantica dei tempi di “Slide It In” o“1987” (WS). Ha perso colpi, tanti, e sebbene oggi l’ex-Purple sia ancora capace di sollazzare il pubblico in sella a cavalli di battaglia quali “Ready An’ Willing”, “Children Of The Night”, “Slide It In”, Don’t Break My Heart Again”, “Is This Love”, “Fool For Your Loving”, “Still Of The Night” e tantissime altre, va pure detto che lo show non m’è sembrato pronto per essere inserito in antologia - Non me ne vogliano i fan. E’ però vero, d’altra parte, che l’audience rimane estasiata dalla naturalezza con la quale il biondo crinito cantante tiene il palco, dirige la propria “orchestrina” e intanto brinda alla nostra salute, ringraziando per il supporto. Tanto mestiere, per lui, soprattutto tanto talento (no, nessun dubbio sotto questo punto di vista!). I fan di un tempo avranno goduto, ne sono convinto, ma diciamolo con una perifrasi e un paragone del menga (in fin dei conti s’era iniziato con “Burn”, giusto?…), un altro gruppo che come i Whitesnake ha trascorso sicuramente momenti migliori, i Deep Purple, oggi se la passa decisamente meglio. Ripeto: non me ne vogliano i fan, questa è solo la mia opinione.

Così si conclude il festival nell’edizione 2003, l’appuntamento è per noi rimandato all’anno prossimo. In conclusione ringrazio Giako, Il Chino, e Zoltan per le preziose indicazioni, e vi lascio con una piccola nota marginale e conclusiva: era simpatico lo spettacolo delle Hostess d’aeromobile in divisa, acconciate di tutto punto, immerse nell’habitat naturale di una fauna metallica per lo più odorosa di birra (stand di Volare Web, attiguo a quello della Scarlet). Ironico, sicuro.

Elyel