HOME
RECENSIONI
INTERVISTE
CONCERTI
BIOGRAFIE
LO STAFF
LINKS
FORUM
SKINS
ZERO DAYS, ZERO SECS

A Summer day in Hell

Data: 28 giugno 2003
Località: Bologna

A cura di: Mystika

Quando venni a conoscenza di questo festival sapevo solo della presenza di Blind Guardian e Opeth, ma questo bastò a farmi scartare automaticamente le alternative (vale a dire A day at the boarder, Gods Of Metal e Heineken jammin' festival) e giurare a me stessa che in un modo o nell'altro, esami o no, sarei riuscita ad andare. Ed eccomi ora reduce da una giornata fisicamente distruttiva (ho avuto un esame giovedì, uno venerdì e sabato mi sono svegliata all'alba e ho guidato per tre ore e mezza di autostrada solo per arrivare), ma posso dire che, dopo un inizio non proprio esaltante (che andrò a raccontare), ne è valsa decisamente la pena! Oltre ai due gruppi citati infatti, che già da soli valevano la posta, il palco dell' Arena Parco Nord di Bologna ha visto avvicendarsi band del calibro di Type O Negative, Annihilator, Extrema e Lacuna Coil, tutte amate dalla sottoscritta, con l'eccezione funesta dei Virgin Steele: non fucilatemi, ma proprio non riesco a reggerli! In ogni caso, arrivata sul posto, scopro che per motivi ignoti, i primi due gruppi previsti dal bill non suoneranno, così che il concerto ha inizio circa un'ora più tardi del previsto (12:30 circa) sotto un sole assassino (che mi ha ustionato la schiena) all'insegna dell'extreme epic metal tutto italiano targato Stormlord. Nonostante il genere proposto dalla band capitolina non mi attraesse più di tanto, ero curiosa di vederla di nuovo all'opera dal vivo. Infatti, presenziando ad una loro più che buona esibizione da headliner la scorsa estate, ho avuto modo di stimare la validità artistica del combo e di rivalutarne la proposta. Proposta che però stavolta mi ha un tantino delusa, sarà per l'orario poco adatto, sarà per una resa sonora piuttosto confusa, anche se bisogna dire che i nostri si sono dati ben da fare per movimentare il pubblico. Nota di merito per il batterista, preciso e d'effetto (anche se penalizzato da un suono poco distinto) e per la scelta di proporre come cover "Raining blood", che non ha mancato di scaldare il pubblico a dovere. Dopo gli Stormlord è la volta della vecchia gloria italiana a nome Extrema, band che con il debut "Tension at the seams" e con "The positive pressure… of injustice" ha scritto la storia del thrash metal nel nostro paese, ma che di recente (dall'ultimo album "Better mad than dead") ha preferito virare verso i lidi del nu metal più rallentato e groovy. Ed è dall'ultimo lavoro che gli Extrema traggono le armi da sfoderare dal vivo, non riuscendo però a cogliere compiutamente nel segno. Io personalmente, pur non disprezzando l'evoluzione stilistica intrapresa ultimamente dalla band, aspettavo con ansia (e davo per scontato che avvenisse) la riproposizione di qualche "hit" del primo album (una "Join hands" o una "Modern times" sarebbero bastate…), ma sono rimasta a bocca asciutta, con la sola consolazione di "Confusion", tratta da "The positive pressure…". Con questo non voglio dire che il resto sia da buttare, anzi (bella l'opener "Generation", molto Pantera style), il singer Gianluca Perotti si sbatte per provocare il pubblico e la performance complessiva del gruppo non è stata niente male, ma dico soltanto che la scaletta proposta era poco azzeccata: un gruppo che deve molta della sua fama ai primi album non può non tenerne conto in sede live, pretendendo di infuocare il pubblico quasi esclusivamente con brani recenti. Ma il festival tocca il fondo con l'esibizione dei Prong, band da cui mi aspettavo molto di più, se non altro perché attiva fin dagli anni '80, e quindi già ampiamente "palestrata". A mio personalissimo parere la performance dei Prong è stata noiosa e poco trascinante. Brutal-thrash-core minimale, costruito su killer riff pesanti e stoppati, ma decisamente poco originali, e su una voce aggressiva sì, ma anche imprecisa e poco incisiva. I miei pensieri erano rivolti oramai ai veri Dei del Thrash della giornata, gli Annihilator, secondo la sottoscritta uno dei gruppi più sottovalutati della terra, che con capolavori del calibro di "Alice in Hell hell" e "Never, neverland" avrebbero meritato un posto alla pari accanto ai tanti nomi più sbandierati del genere (Metallica e Slayer in primis - nulla togliere a questi, s'intende). E la classe dei canadesi si rende subito eloquente sul palco, calamitando immediatamente frotte di fan fino a quel momento ancora fiacchi e poco coinvolti. Spetta a "King of the kill" dare inizio alle danze e già dalle prime note il pubblico comincia a sbattersi come si deve. L'esecuzione è semplicemente perfetta: gli Annihilator nello sciorinare i loro classici riff "gommosi", mostrano con disinvoltura una precisione inumana e una pulizia esecutiva ineccepibile, e allo stesso tempo passione da vendere: il nuovo giovane singer Dave riesce a coinvolgere il pubblico per benino e il mastermind Jeff Waters è visibilmente soddisfatto del felice riscontro del pubblico (a tratti sembrava quasi commosso!). Gli Annihilator sono riusciti proprio in quello che lamentavo a proposito degli Extrema, a proporre cioè una scaletta davvero da paura, sfoderando classici come "Never, neverland", "Alison hell", "Phantasmagoria" e "Set the world on fire", sempre esplosivi dal vivo. Ottima prova, non c'è che dire. E' la volta ora dei Lacuna Coil, ma la sfiga, che è innamorata della sottoscritta (o dei Type O Negative?), purtroppo ha fatto sì che la mia intervista con i Type O Negative, prevista per le 16:45, fosse anticipata all'istante preciso in cui i Lacuna Coil si accingevano a salire sul palco. Così, mentre aspettavo di parlare con Kenny (dei TON), sono solo riuscita a orecchiare in sottofondo le note di "Swamped", di "Heaven's lie" e poi della bellissima "Senza fine"… che sola! E sempre la sfiga ha fatto sì che tornassi in tempo perfetto per vedermi interamente la performance dei Virgin Steele, che, come già detto, non riscuotono affatto le mie simpatie… Sono dunque conscia di non poter riportare un giudizio obiettivo sulla band in questione, ma irrimediabilmente viziato dalla mia negativa angolatura visiva. Io mi sono annoiata mortalmente durante l'esibizione dei Virgin Steele, gruppo di cui non ho mai voluto approfondire la conoscenza, perché quel poco che mi è capitato di sentire ha fatto sì che lo evitassi come la peste… ma questo ovviamente è il mio opinabilissimo parere, e de gustibus disputandum non est. Devo dire infatti che, a differenza di me, gran parte del pubblico ha alquanto gradito la polverosa proposta dei veterani Virgin Steele, accorrendo numeroso sotto il palco e acclamando soddisfatto alle gesta liriche di Defeis, che per l'occasione (sulle note finali di "Great sword of flame") ha tirato fuori anche una spada infuocata (e a quel punto, perdonatemi, non sono riuscita a trattenere grasse, davvero grasse risate - ma è questo che vogliono i patiti dell'epic metal). Ed ecco che, dopo un'ora di agonia, arrivano i miei salvatori Opeth a sollevare notevolmente le sorti della serata! Dopo l'uscita di "Damnation" tanti dubbi si erano affollati nella mia mente: un disco carino sì, ma noioso e fiacco, e il mio timore era che la scaletta proponesse molti nuovi brani e pochi tratti dalle vecchie produzioni… Oramai avevo rinunciato a sperare di toccare dal vivo la magia dei brani di "Still life", o di "My arms, your hearse"… e invece, come un fulmine a ciel sereno, gli Opeth iniziano con una delle loro canzoni più belle di sempre: "Godhead's lament"(da "Still life")!!! Ed è subito il delirio… La prestazione dei quattro svedesi è formidabile, e la scaletta proposta non è da meno: si susseguono "The drapery falls" (da "Blackwater park"), ""Deliverance" (dall'omonimo album), "A fair judgement" (da "Deliverance") e la ruvida, ma stupenda "Demon of the fall" (in assoluto la migliore canzone di "My arms your hearse")!!! Scaletta graditissima e nient'affatto scontata, che ha deliziato le mie orecchie nostalgiche, e evidentemente anche quelle del resto del pubblico, visibilmente soddisfatto dalla prestazione perfetta di Akerfeldt&soci, che lasciano il palco ripromettendo di dedicare un tour a parte per l'ultimo "Damnation". E' la volta ora dei nerissimi Type O Negative, per cui nutrivo una gran curiosità, non avendoli mai visti on stage. Già in sede di intervista Kenny (il chitarrista) mi aveva annunciato che dall'ultima fatica "Life is killing me" sarebbe stato estratto un solo pezzo ("I don't wanna be me"- forse il meno riuscito, ma efficace dal vivo), il che lasciava presagire un concentrato di vecchie glorie… E così è stato: i TON hanno regalato al fremente pubblico italiano uno spaccato di quanto meglio fatto nella loro carriera. Canzoni maledette e narcotiche quali "Christian woman" e "Black n. 1" (da "Bloody kisses"), "Love you to death" e "Wolf moon"(da "October rust") e "Everyone I love is dead" (da "World coming down") hanno letteralmente incantato il pubblico, che, compresa la sottoscritta, pendeva dalle labbra ipnotiche di un Pete Steele ubriaco, che si è scolato la bellezza di due bottiglie di vino (rigorosamente rosso) da solo! Da sottolineare la grottesca scenografia ospedaliera (che ironizza contro la classe medica, visto che la madre di Pete sta morendo in ospedale…), presentata dai quattro newyorkesi, che hanno suonato indossando camici, come le loro copertine, rigorosamente verdi (Pete aveva anche il basso verde!). Dopo un bel po' di intervallo per la preparazione di scenografia ecc., finalmente tocca agli headliner Blind Guardian calcare il palco dell'Arena Parco Nord, e il pubblico si rovescia finalmente tutto quanto sotto il palco. A seguire la consueta intro "War of wrath" viene una stupenda, quanto inaspettata "The time stando still…", che scalda subito i fan già in estasi. Seguono le storiche "Banish from sanctuary", "Valhalla" e "The last candle", le già classiche "Nightfall", "Mordred's song", "Bright eyes" e "Script for my requiem". Sorprende che dall'ultimo lavoro in studio "A night at the opera" venga estratta una sola song, la lunga suite "And then there was silence", ma a fine concerto verrà proposta come bis anche l'energica "Punishment divine", certamente uno dei migliori episodi del disco. E poi, a regalare una patina ulteriormente magica alla serata, ecco brani dal fascino incantatore quali le acustiche "The bard's song (in the forest)" e "Lord of the rings". Peccato per la mancata "Frutto del buio": ci ho sperato fino all'ultimo, ma niente. E' da dire che la performance dei quattro bardi tedeschi è stata davvero coinvolgente, nonché precisa e fedele il più possibile agli album in studio. Inutile inveire se il cantante Hansi Kursch non riesce a riprodurre dal vivo tutte le sfumature di voce godibili su disco: ci vorrebbe come minimo un coro polifonico per renderle, e per gli effetti un'orchestra! Da segnalare inoltre la presenza di Thomas Stauch dietro le pelli, una felice sorpresa, visto che fin'ora lo storico drummer era stato costretto al fermo per motivi medici. Terminando con "Imaginations from the other side" i Blind lasciano il palco, ma il pubblico implora "Mirror Mirror! Mirror Mirror!", e difatti, non si poteva mica lasciarli andar via così! Rieccoli infatti tornare e annunciare altre tre canzoni: "Punishment divine", la a dir poco suggestiva "And the story ends", cantata a squarciagola dal pubblico, e l'acclamata "Mirror Mirror". Cos'altro dire? Nonostante un incipit non proprio esaltante, il Summer day festival edizione 2003 è stata davvero una giornata entusiasmante, che almeno per la sottoscritta ha suscitato più interesse dell'ormai storico Gods of metal: e poi, quando ricapiterà di vedere sullo stesso palco e in Italia tanti gruppi di tale spessore?

Mystika