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Megadeth

Impossibile parlare di Thrash americano senza tirare in ballo i Megadeth: che si trattino gli anni ottanta o il decennio successivo, stando sull'argomento della band di Mustaine verranno sempre fuori loro capolavori, a partire dal maturo "Rust in peace", finendo per citare il sottovalutatissimo "Youthanasia". I Megadeth sono una cult metal band, e noi abbiamo deciso di tributarli con questa discografia commentata, platter dopo platter, dalle rispettive e brevi recensioni.

Biografia a cura di: Marco "Dark Mayhem" Belardi

Killing is my business... and business is good (1985)
Combat

Prima release per i Megadeth, creatura di un Dave Mustaine umiliato dai Metallica che, cacciatolo qualche tempo prima per i suoi abusi di droga ed alcool, lo misero al cospetto di una carriera in salita sin da principio. I Megadeth, licenziati Kerry King e Handevidt (dei Kublai Khan), giungono ad una formazione apparentemente stabile che prevede la presenza del virtuoso Chris Poland alla chitarra, più Samuelson alla batteria ed il fidato amico Ellefson dietro al basso. Ciò che ne risulta è un buon disco che, pur contenendo ottime song come il rifacimento di "The four horsemen" dei Metallica ("Mechanix"), si rivela però acerbo, mal prodotto a causa del limitato budget di cui all'epoca Mustaine disponeva, e tutt'altro che continuo. Tuttavia, un lavoro seminale che pesca direttamente dallo Speed Metal, citando a più riprese quel "Kill 'em all" su cui Mustaine aveva tanto lavorato, e che senza il suo contributo sarebbe risultato sicuramente in maniera diversa. Il disco più trascurabile dei Megadeth per ciò che riguarda la prima parte della loro illustre carriera.

Voto: 7,5

Peace sells... but who's buying (1986)
Capitol

1986: anno del Thrash. I Megadeth fronteggiano Metallica e Slayer con uno dei loro capitoli discografici meglio riusciti, "Peace sells... but who's buying". Il connubio fra Speed americano e Thrash Metal della Bay Area si fa più evidente, la band sforna composizioni mature e nascono brani capolavoro, i primi dell'epopea Megadeth, fra cui segnalo le immortali "Wake up dead" e "Devil's island", l'anomala e rockeggiante "I ain't superstitious", "The conjuring" e la favolosa title-track, per molti il miglior pezzo di sempre dei Megadeth. Un lavoro imperfetto, complice una produzione ancora non affinata e qualche lieve calo di tono, ma in fondo siamo già a buon punto. I Megadeth affilano le armi, e tre anni dopo si sarebbero consacrati definitivamente, rivaleggiando ad armi pari coi cugini Metallica, aggiudicandosi un posto nel quadrilatero dei Re del Thrash, condiviso con Metallica, Slayer, Anthrax.

Voto: 9

So far, so good... so what! (1988)
Capitol

La febbre-Megadeth sale, ma la band fa un piccolo passo indietro a livello di qualità. Complici i vistosi cambi di line-up, ossia l'innesto di Jeff Young e di Chuck Behler al posto di Samuelson e Poland, "So far, so good... so what!" esce come un lavoro discreto ma sicuramente inferiore rispetto al suo predecessore, anche se non nettamente distante, quanto a stile, da ciò che era insito nella sua proposta. "In my darkest hour" è sicuramente il capolavoro del disco, in cui troviamo una celebrata cover di "Anarchy in the U.K." dei punkers Sex Pistols e qualche buon pezzo come "Hook in mouth" oppure "Liar". Tuttavia, il lavoro stenta a mantenere l'ascoltatore incollato lungo tutto l'arco della sua durata: sconsigliato ai neofiti del pianeta-Megadeth, dunque a chi si sta attualmente avvicinando alla band americana per la prima volta.

Voto: 7,5

Rust in peace (1990)
Capitol

Capitol rinnova la fiducia nei confronti dei Megadeth, e viene ripagata. La band cambia ancora assetto e licenzia i due neo-arrivati dell'epoca "So far, so good... so what!", innestando il portentoso Marty Friedman alla chitarra solista e Nick Menza alla batteria. Risultato: il disco più tecnico dei Megadeth, e la line-up che più a lungo si manterrà intatta. Un capolavoro: produzione perfetta, dai suoni vivi ed umani, in cui la melodia viene esaltata a discapito di linee di chitarra ritmica leggermente smussate e mai taglienti; pezzi celebrati come "Holy wars... the punishment due", "Hangar 18", "Take no prisoners", "Tornado of souls" impreziosiscono l'album, dove la velocità si fa vedere solo a sprazzi ed in particolare in "Poison was the cure". "Five magics" e "Lucretia" esaltano le doti di Friedman, supportato da un Mustaine in grande spolvero e da una sezione ritmica completata alla grande da Ellefson e da un Menza fantasioso, sugli scudi. Il capolavoro dei Megadeth, da avere.

Voto: 10

Countdown to extinction (1992)
Capitol

Il pomo della discordia: quattro pezzi eccelsi, e poi il nulla. Parlo di "Skin o' my teeth", "Symphony of destruction", "Sweating bullets" e della title-track. Credetemi, il resto non giustifica assolutamente l'acquisto. La band rallenta i tempi, semplifica lo stile relegando così il tecnicismo di Menza e Friedman in secondo luogo, evidenziando le mature linee vocali di un Mustaine che però è mal supportato dalle linee strumentali, spesso scarne e vuote come nel caso della potente "High speed dirt". Un disco poco fantasioso e ispirato, ma che porterà ai Megadeth un gran successo a livello commerciale: la band è oramai lanciata, e sembra stia agendo sulla falsariga dei Metallica: se "Rust in peace" era l' "...and justice for all" dei Megadeth, questo è considerabile in un certo senso il loro Black album. Attraente e di facile assimilazione, ma facile da abbandonare sugli scaffali.

Voto: 7,5

Youthanasia (1994)
Capitol

Forti del successo raccolto con "Countdown to extinction", i Megadeth rafforzano il loro lato Heavy Metal facendo del tutto scomparire la componente Thrash che era stata presente sino ad allora, esplicitamente agli esordi, per brevi tratti nei tempi più recenti. "Youthanasia" è massiccio e vario, e dispone di almeno 6 pezzi da antologia. In primis, "Killing road", la fantasiosa e tecnica "Train of consequences", la semi-ballad metallica "A tout le monde" (dal refrain cantato per metà in francese). Quindi, la devastante opener "Reckoning day", uno di quei pezzi col ritornello che ti cattura e con la voce di Mustaine su toni alti che diviene praticamente irressitibile. Infine, la sottovalutata "I thought I knew it all", e la conclusiva "Victory", col testo che va a giocare coi vecchi titoli dei Megadeth e con linee ritmiche potentissime. Un lavoro incredibile, ben prodotto e sicuramente più riuscito del suo blasonato predecessore.

Voto: 9

Cryptic writings (1997)
Capitol

L'opener "Trust" è uno di quei pezzi che ti fanno sperare, in assoluto una delle più belle canzoni mai scritte dai Megadeth. Poi il disco crolla, si rinsavisce solo con "She-wolf" e con "FFF", e vede i Megadeth all'opera su pezzi spesso ultra-semplificati, studiati per ammaliare i media e per instaurarsi nelle heavy rotation dei canali musicali mondiali. "Cryptic writings" è forse il peggior disco dei Megadeth del periodo 1985-1997, tuttavia dispone di quei 2-3 classici che lo terranno a galla e che allontaneranno la parola "crisi" dalla band. Un lavoro Heavy Metal ma anche molto leggero per il genere in questione, almeno per lunghi tratti. Un gran peccato, anche se i brani più pesanti del disco ricordano molto da vicino "Youthanasia", anche se non in termini di qualità.

Voto: 7

Risk (1999)
Capitol

I Metallica, fuori dal Metal dal 1996, non potevano non venir seguiti dai loro cugini Megadeth: ecco che Mustaine lascia il genere, approdando ai confini di un Rock molto commerciabile ed a tratti decisamente moderno, troppo, per i gusti dei fan della band. Per molti, "Risk" significa "morte", la morte della formazione che, anni addietro, si era distinta producendo autentici capolavori del Metal. Tuttavia, qualche buon pezzo non manca: vedi "Prince of darkness", vedi il singolone "Crush' em", nel cui videoclip appare persino Jean-Claude Van Damme, vedi la leggerissima "Breadline". Jimmy DeGrasso, dietro alla batteria, sostituisce quasi degnamente Nick Menza ma va pur detto che l'abilità artistica di quest'ultimo era stata limitata da Mustaine sin dai tempi di "Countdown to extinction". Un disco noioso ma non brutto, consigliato a chi il Rock delle nuove generazioni lo ingoia come fosse pane.

Voto: 5,5

The world needs a hero (1999)
Sanctuary

Che ruffiani. Se "Risk" era stato preso a calci un po' da tutti, e se non aveva venduto una briciola di ciò che avevano venduto i contestati "Load" e "Reload" dei Metallica, i Megadeth - tornando sui loro passi - hanno combinato più danni della grandine. Un disco quasi osceno, presentato dal terribile singolo "Moto psycho" (dove, nel videoclip, in un garage, la band suona assieme a graziose ragazze che ballano...) e messo knock out da pezzi come "Return to hangar" - pietoso tentativo di dimostrarsi Heavy come ai vecchi tempi, tirando persino in ballo "Hangar 18" da "Rust in peace" - oppure la ruffiana "Recipe for hate... warhorse". Da evitare come la peste.

Voto: 4,5

Altri ascolti: Hidden treasures, Capitol punishment, Rude awakening

Note: Greg Handevidt è un altro ex illustre che purtroppo nessuna line-up dei Megadeth cita. Egli, infatti, lasciò la band nel periodo dell'abbandono di Kerry King (Slayer), per poi dedicarsi ai suoi Kublai Khan, formazione di cui trovate una recensione nella rubrica "Under a Thrash attack", sezione "Recensioni - American Thrash". Il disco non è certamente un capolavoro, ma i maniaci dei Megadeth sicuramente gradiranno! Inoltre, la situazione attuale dei Megadeth - sciolti, almeno sulla carta - vede Mustaine dichiarare seri problemi fisici ad un braccio. Tuttavia, il chitarrista americano ha annunciato la produzione di un disco solista per il 2004. A chi crediamo?

Marco "Dark Mayhem" Belardi