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Judas Priest
La seguente raccolta di recensioni e'relativa ai Judas Priest, ad opera di Brown Jenkin.

ROCKA ROLLA (1974)

Che siate fans priestiani o meno, l'opera prima dei cinque inglesi (Robert Halford - Voce, Glenn Tipton e K.K. Downing - Chitarra, Ian Hill - basso, John Hinch - batteria) è piuttosto scialba e soprattutto si nota che è stata registrata molto frettolosamente. Come ha spiegato lo stesso Halford, infatti, i Priest erano costretti a dividere lo studio in fase di registrazione con un'altra band, sicchè le canzoni venivano scritte e registrate praticamente un'unica volta per mancanza di tempo. Sia chiaro, qualche nota interessante c'e', per esempio l'assolo di Rocka Rolla, o il riff di Cheater che in seguito diventerà un marchio di fabbrica della coppia Tipton-Downing. Halford sfoggia una voce acutissima, ma forse ancora troppo grezza per essere apprezzata al meglio. Alla batteria c'e' John Hinch, che verrà sostituito nel successivo Sad Wings of Destiny da Alan Moore

Giudizio : 6.5

SAD WINGS OF DESTINY (1976)

Secondo album sotto la poverissima label Gull Records, questo Sad Wings of Destiny è destinato negli anni successivi alla sua uscita a diventare il caposaldo dell'heavy metal moderno. Se i Black Sabbath, in particolare in Master of Reality, avevano notevolmente appesantito il suono dell'epoca, i Judas Priest lo rendono più rabbioso e veloce.
Infatti ecco la prima traccia di questo capolavoro, la stupenda Victim of Changes, che è un vero e proprio inno di rabbia e disperazione. Come se non bastasse, i Priest ci stordiscono con uno-due micidiale, dopo Victim è infatti la volta dell'eccelsa The Ripper condita da un riff iniziale quasi punk e sottolineata da una prestazione maiuscola di Mr. Rob. Dopo lo sconquasso provocato dalle prime due tracce, ecco la lenta e malinconica Dreamer Deceiver, seguita dalla velocissima Deceiver, una delle canzoni piu' sottovalutate della discografia priestiana. Le altre tracce di questo disco presentano altri due inni priestiani (Tyrant e Genocide), una malinconica ballad (Epitaph) e la zeppeliniana Isle of Domination.
Il risultato, come si può intuire, è epocale. Sad Wings of Destiny potrà non essere il primo heavy metal album della storia, ma resta di sicuro il piu’ veloce e rabbioso di tutti gli anni 70.

Giudizio : 9.5

SIN AFTER SIN (1977)

Cambiata casa discografica, cambiato nuovamente il batterista (il grandissimo Simon Phillips al posto di Moore) i Priest si affidano a Roger Glover per produrre la loro terza fatica. Il risultato e’ un album estramamente datato, decisamente inferiore a Sad Wings of Destiny ma non per questo deprecabile. Anzi, le idee non mancano, e i Priest alternano canzoni piuttosto complesse e articolate come Sinner, Let us Pray, Raw Deal, ad alcune ballad memorabili come Last Rose of Summer, la cover di Joan Baez (artista piuttosto inconsueta da ‘coverizzare’ per una band dedita all’heavy metal) Diamonds and Rust e la bellissima Here come the Tears.
Purtroppo la produzione, affidata all’ex bassista dei Deep Purple, è molto scarsa e l’album risulta molto vecchio, tanto che non viene mai citato tra le opere migliori dei priest ma tra quelle peggiori.
Una nota innovativa, comunque, è introdotta dall’ottima Dissident Agressor Che verrà ripresa in seguito dagli Slayer. Grandiosa la prestazione del drummer Phillips, che purtroppo verrà sostituito nell’album successivo da Les Binks.

Giudizio : 7

STAINED CLASS (1978)

Anche questa volta la produzione e’ molto scarsa, ma il risultato è di quelli che fanno gridare al miracolo. Stained class e’ un album solido, ispiratissimo, senza il minimo cedimento. Rob Halford raggiunge livelli vocali ad esclusiva di pochi (l’urlo finale in Exciter dovrebbe bastare ad avvalorare la tesi…), Tipton sfodera un assolo semplicemente magnifico in Beyond the Realms of Death. L’opener Exciter, altro classico priestiano che putroppo non è stato suonato al Gods of Metal, è cattivissima e veloce, le seguenti White Heath, Red Hot e Better By you better than me sfoderano ottimi riffs. Quest’ultima song coinvolse i Judas Priest in un tristissimo processo negli anni 90 : gli inglesi furono accusati di aver indotto al suicidio un ragazzo , visto che Better By You, Better Than me ascoltata all’incontrario (la solita storia del messaggio satanico registrato all’incontrario che coinvolse anche i Black Sabbath ed i Queen con A kind of Magic) sembrava dire ‘Do it’ - ‘Fallo’. Ovviamente i Priest furono assolti da questa accusa penosa, ma l’hard rock fu demonizzato nuovamente.
Tornando al disco in sé, la title-track presenta un Rob Halford assolutamente unico, mentre le successive riprendono in parte il sound dei Led Zeppelin, incattivendolo notevolmente (in certi punti sembra quasi che a cantare ci sia Plant, anche se Halford dimostra doti superiori). L’ottava traccia è la migliore ballad mai scritta dai Priest, la leggendaria Beyond the Realms of Death, con un Tipton ispiratissimo.
In conclusione i Priest, malgrado una produzione assolutamente inadeguata, dimostrano di essere in stato di grazia e Stained Class resta uno dei loro dischi migliori.

Giudizio : 9

HELL BENT FOR LEATHER - KILLING MACHINE (1979)

Questo album uscì in Europa con il nome di Killing Machine, mentre negli USA vide la luce come Hell Bent for Leather, riportando anche l’aggiunta di una cover dei Fleetwood Mac., The Green Manalishi.
Per la prima volta non si registra il cambio del batterista (rimane Les Binks) e per la prima volta la produzione è all’altezza giusta per promuovere la band.
Approfittando dello stato di grazia raggiunto nel 78, i Priest sfornano un altro capolavoro, assolutamente eccezionale per la carica vitale che è in grado di infondere. Rob Halford raggiunge il suo apice assoluto, in quanto riesce a sfoderare, oltre ai suoi soliti acuti, una voce roca e sensuale (Burnin’ Up) o malinconica; Tipton sfodera altri assoli memorabili. In mezzo a canzoni senza alcun cedimento e blueseggianti, si segnalano l’inno da bikers Hell Bent for Leather, Running Wild (il cui riff verrà copiato indegnamente dagli Iron Maiden in The Wicker Man) e l’inconsueta ballad Before the Dawn, completamente diversa dallo stile priestiano ma molto coinvolgente.
Manca un po’ la cattiveria di Stained Class, ma se siete giù di morale questo disco è in grado di farvi saltellare da tutte le parti della stanza in men che non si dica. Come s’è detto, Rob Halford raggiunge il suo massimo livello, e questo dovrebbe già di per sé bastare per convincervi a comprare il cd.

Giudizio : 8.5

UNLEASHED IN THE EAST(1979)

Primo live per gli inglesi, registrato durante un tour in Giappone e ribattezzato scherzosamente Unleashed in the Studio per via di alcuni ritocchi compiuti dopo la registrazione in sede live. In realtà Rob Halford mentre era in tour perse quasi completamente la voce, così i priest furono costretti a rinforzarla in studio. Tralasciando questo aneddoto, il disco è ben suonato e molto pesante per l’epoca, ma ai giorni nostri può risultare piuttosto datato. Ottime comunque Victim of Changes e The Green Manalishi, sostenuta da un bellissimo coro nel finale. Tra i live dei Priest è sicuramente il migliore.

Giudizio : 8

BRITISH STEEL(1980)

Molti indicano in British Steel il punto chiave di tutta la discografia priestiana: dal punto di vista commerciale mi trovo pienamente d’accordo, visto che questo disco fu un grandissimo successo in Inghilterra (Quarto nelle charts) e negli states. Dal punto di vista musicale, invece, viene completamente abbandonato l’estro dimostrato con gli album degli anni 70 per semplificare notevolmente le canzoni, rendendole brevi, concise e veloci. Una nota positiva invece e’ il perfetto dialogo tra Tipton e Downing, che in questo album iniziano a formare un duo micidiale. L’inizio è di gran classe e cattiveria, con la famosissima Breaking the Law e con Rapid Fire, progenitrice dello speed e perla dell’album grazie all’inseguimento ad assoli tra Tipton e Downing. Il disco prosegue con un altro anthem priestiano, Metal Gods e con una delle cadute di stile di questo British Steel (dal mio punto di vista, ovviamente): United.
Il resto del disco, dopo il terzo e orecchiabilissimo anthem Living After Midnight, alterna pezzi carini (Grinder, The Rage) ad altri piuttosto scialbi tra cui You don’t have to be old to be wise, a mio avviso una delle peggiori canzoni che i priest abbiano mai scritto.
In conclusione British Steel è un album fondamentale, perché si pone in piena NWOBHM, dimenticando completamente la classe priestiana degli anni 70, ma fornendo comunque musica vigorosa e piacevole.

Giudizio : 8

POINT OF ENTRY(1981)

Dopo il grandioso successo ottenuto con British Steel i Judas Priest scelgono di puntare sulla formula vincente semplicità+velocità. Viene a mancare completamente, però, l’ispirazione e questo Point of Entry risulta uno dei peggiori album degli inglesi. La cattiveria sparisce completamente, per lasciare posto a canzoni piuttosto opache, ripetitive e noiose, e il successo di British Steel sembra un ricordo lontano, visto che questo album viene snobbato dal pubblico. Qualche canzone buona c’e’, come la blueseggiante Desert Plains o come la gradevole Heading Out to the Higway, ma la grinta dov’e’ andata a finire?

Giudizio : 6

SCREAMING FOR VENGEANCE(1982)

Se Point of Entry aveva stupito per la spaventosa crisi d’idee che aveva colpito i Priest, Screaming for Vengeance stupisce per la ritrovata verve degli inglesi. L’opener The Hellion / Electric Eye infatti è in grado da sola di mozzare il fiato all’ascoltatore, grazie all’epica intro e all’ottimo lavoro svolto da Tipton e Downing. Come se non bastasse, oltre a canzoni molto orecchiabili e suonate alla perfezione come Riding on the Wind e Bloodstone, ecco l’ennesimo anthem priestiano, You’ve got another thing coming, diventato un classico senza tempo. Notevoli anche la cattivissima title track e la malinconica Fever, che rendono questo album veramente unico.
Rob Halford torna sui livelli migliori, la coppia Tipton-Downing dialoga che è un piacere e il songwriting è all’altezza dei capolavori degli anni 70: più di così non si può chiedere.

Giudizio: 8.5

DEFENDERS OF THE FAITH(1984)

Dopo un piccolo capolavoro come Screaming for Vengeance e con l’avvento del Trash alle porte, I Priest sono costretti nuovamente ad incattivire il loro sound per mantenersi attuali. Il risultato è eccellente per quel che riguarda le prime 6 tracce, e piuttosto scarso per il resto del disco, ma Defenders of the Faith resta comunque un caposaldo priestiano.
Ad aprire le danze la cattiva Freewheel Burning, che ci fa intuire la nuova strada intrapresa dagli inglesi, sottolineata dalle successive Jawbreaker e Rock Hard, Ride Free.
La quarta song di Defenders of the Faith vede il più bel riff scritto dai priest, quello che regge la straordinaria The Sentinel, probabilmente la miglior canzone priestiana degli anni 80. Quinta track è la gradevole Love Bites, seguita dall’ottima e veloce Eat Me Alive.
Dopo un inizio straordinario il disco scade in modo preoccupante, perde completamente grinta, velocità e potenza: peccato perché l’album avrebbe potuto rappresentare un capolavoro metallico.

Giudizio : 8

TURBO (1986)

Questo album viene bollato all’unanimità come il peggiore della discografia priestiana per il fatto che, oltre ad un calo di idee, i priest osarono ‘sperimentare’ con i sintetizzatori (così come fecero gli Iron Maiden con Somewhere in Time). Se concordo pienamente sulla prima pecca di questo Turbo, non sono d’accordo sulla seconda: il sound dei priest non subiva grandissimi cambiamenti dall’epoca di British Steel (a parte una costante crescita della cattiveria) ed era giusto cercare nuove strade. Purtroppo però, venendo a mancare l’ispirazione, vengono di conseguenza a mancare canzoni che possono far accettare qeusto album anche ai fan più intransigenti.
Qualche song gradevole c’è, come Reckless o Turbo Lover (molto bella la parte strumentale in quest’ultima), ma il resto del disco è piuttosto noioso, sebbene non ci siano canzoni orrende che fanno gridare allo scandalo.

Giudizio : 6.5

PRIEST...LIVE! (1987)

Secondo live per i Priest, incentrato esclusivamente sulla produzione targata anni 80. Questo Priest…Live! È ben suonato, ben cantato da Rob Halford, ma il suo principale difetto è quello di non proporre canzoni degli anni 70 e di annoverare troppe song del discusso Turbo. Proprio quest’ultimo fatto portò il live a vendere pochissimo ed i fans a definire i Priest un gruppo finito.

Giudizio : 7

RAM IT DOWN (1988)

Va bene che i Priest, dopo il drastico calo di vendite di Turbo e di Priest Live dovevano cercare di riguadagnare la fiducia dei fans, ma con Ram it Down si tocca il fondo dell’intera era Halford.
Non c’e’ una canzone, a parte la title track, che colpisca positivamente e l’intero disco sembra un rifacimento senza idee e grinta dei vecchi album priestiani in chiave molto commerciale. Non bastano gli acuti di Halford a sostenere le sorti di una band spenta, demotivata e in crisi profonda d’idee. A qualcuno quest’album è piaciuto, forse per il fatto che è piuttosto orecchiabile, ma della classe priestiana non si vede nemmeno l’ombra.

Giudizio: 4

PAINKILLER (1990)

I Judas Priest erano in crisi profonda, chiunque li avrebbe definiti ‘finiti’, ma ecco apparire di nuovo la grinta dei vecchi leoni, per un capolavoro assoluto. Painkiller è rabbia allo stato puro, è un trionfo della cattiveria e della velocità tipiche dello stile priestiano. Come se non bastasse Rob Halford è ai livelli migliori, mentre Tipton e Downing sono ispiratissimi, cosi’ come il nuovo drummer Scott Travis. In generale tutte le canzoni dell’album sono stupende, ma la title track unisce la rabbiosità di un classico come Victim of Changes alla potenza dello speed-trash. Veloce e brutale la seconda track Hell Patrol, eccellenti i riff di Metal Meltdown e Nightcrawler, di gran classe A Touch of Evil.
Insomma, i Priest ritrovano la classe e l’ispirazione migliore e malgrado dei testi piuttosto stupidi (sempre con sti mostri strani in mezzo) sfoderano uno dei loro dischi migliori.

Giudizio : 9

JUGULATOR (1997)

Al termine del Painkiller Tour un Rob Halford estremamente depresso annunciò di voler abbandonare i Judas Priest per cercare strade nuove. Il colpo fu durissimo sia per i fans, sia per la band che rimase completamente inattiva (salvo la pubblicazione di un best of per celebrare il ventennale) fino al 1995, quando Tipton, Downing e Hill cercarono un nuovo vocalist. Alla fine fu scelto un cantante americano, Tim ‘Ripper’ Owens, dotato di una voce estremamente simile a quella di Rob Halford e da sempre grandissimo fan dei Priest.
Dopo 2 anni di lavoro vide così la luce Jugulator, opera prima dell’era Owens, che venne aspramente osteggiata dai fans dell’era Halford. In effetti sparisce completamente la melodia che aveva in parte contraddistinto i Priest durante la vita precedente, sostiuita da un uso molto frequente dell’elettronica e di ‘modernismi’.
Tutto sommato Jugulator resta un buon album, forse poco originale ed ispirato, ma brutale all’estremo, tanto che ascoltato al massimo volume e’ semplicemente devastante. Un po’ grezzo, ma decisamente bravo, il nuovo vocalist, che in quanto a voce non ha nulla da invidiare ad Halford, ma che dal vivo dimostrerà di non possedere nemmeno un briciolo di carisma.

Giudizio : 7

LIVE MELTDOWN (1998)

Dopo un solo album in studio con Ripper Owens, i Priest decidono di pubblicare un doppio live. E’ naturale chiedersi se questo Live Meltdown è una mera operazione commerciale o un disco degno di questo nome. In effetti la prestazione di Owens è decisamente buona, e le canzoni vengono suonate con uno stile pesante e fortemente incattivito. Non mancano però le delusioni, come The Sentinel, storpiata a dir poco e soprattutto non si sente il bisogno di questo live se non per valutare le capacità del nuovo vocalist (ma per fare ciò non basta vedere la band dal vivo durante il tour?).
Se non conoscete la discografia priestiana, affidatevi al best of Metal Works, uscito nel 1993 per celebrare il ventennale dei Priest, visto che questo live non soddisfa pienamente.

Giudizio : 6.5

DEMOLITION (2001)

Secondo album in studio per i Priest con Ripper Owens nelle vesti di vocalist, questo Demolition è stato preceduto da una grande campagna pubblicitaria e da numerose interviste degli inglesi, che rassicuravano i fans riguardo al ritorno della ‘melodia’ che era venuta a mancare con Jugulator. Il risultato in sé è una delusione totale, per la completa mancanza di idee del duo Tipton-Downing, mentre il vocalist e il batterista Scott Travis si dimostrano gli unici all’altezza della situazione. A colpire negativamente in questo Demolition non è tanto il frequente (e in alcuni casi inopportuno) utilizzo dell’elettronica, ma la qualità delle canzoni estremamente bassa tanto che il disco può risultare gradevole ai primi ascolti, ma dopo poco tempo rischia di essere dimenticato a prender muffa sullo scaffale. Altro punto dolente sono i testi, veramente cretini e insulsi, tanto che un bambino di 6 anni ne scriverebbe di migliori, mentre le note positive sono ben poche. Solo qualche canzone si guadagna l’aggettivo ‘carina’ : One on One, Jekyll & Hyde e Bloodsuckers ma il resto del disco è di una piattezza deludente.

Giudizio : 4.5