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Testament

A cura di: Matteo Buti

La genesi dei Legacy (primo nome della band) risale al lontano 1983, periodo in cui la Bay Area di San Francisco partoriva a ripetizione nuove ed interessantissime Thrash Metal bands; la formazione originale del gruppo comprendeva Eric Peterson (chitarra ritmica), Derrick Ramirez (chitarra solista), Louie Clemente (batteria), Steve Souza (voce) e Greg Christian (basso). In seguito Ramirez fu rimpiazzato dal geniale chitarrista Alex Skolnick mentre il gigantesco pellerossa Chuck Billy entrò nella band per sostituire Steve Souza, entrato ormai a far parte degli Exodus, altro nume tutelare della scena metal di quei tempi. Tre anni dopo i Legacy cambiarono il proprio nome in Testament e, messi sotto contratto dalla Megaforce, registrarono il loro debut a Ithaca, New York. Da allora i Testament sono considerati uno dei gruppi più rappresentativi del Thrash Metal americano e, nonostante diversi cambi di line-up e momenti di difficoltà certo non trascurabili (ricordo che addirittura si sciolsero nell’ormai lontano 1995), oggi sono più vivi e incazzati che mai. Ripercorreremo adesso tutta la loro carriera, dal bellissimo esordio fino ai giorni nostri.

The Legacy (1987)
Megaforce/Atlantic

Cover
Tracklist
1. Over The Wall
2. The Haunting
3. Burnt Offerings
4. Raging Waters
5. C.O.T.L.O.D.
6. First Strike Is Deadly
7. Do Or Die
8. Alone In The Dark
9. Apocalyptic City

Sovente capita che l’esordio discografico di una band sia anche il suo migliore lavoro e che la sua qualità rimanga insuperata anche col crescere dell’esperienza e dell’affiatamento dei membri del gruppo stesso: è questo il caso dei Testament, il cui esplosivo “The Legacy”, vuoi per il palpabile entusiasmo che animava i nostri, vuoi per il loro innato talento, è veramente l’episodio più riuscito della loro nutrita discografia. Le mie non sono soltanto le parole di un inguaribile nostalgico, poiché è innegabile che la carica e la velocità con cui i Testament suonano su “The Legacy” rimangano tuttora insuperate da loro stessi. Il disco in questione esce proprio in concomitanza con l’esplosione delle Metal bands provenienti dalla Bay Area e permette ai Testament di bruciare le tappe e ricoprire da subito il ruolo di leader della scena Thrash mondiale, assieme ai più blasonati Slayer, Metallica e Megadeth: merito di un songwriting veramente strepitoso, principalmente ad opera del riff-master Eric Peterson, delle vocals incazzatissime del grande (in tutti i sensi) Chuck Billy e soprattutto della magica chitarra del maestro Alex Skolnick, la cui tecnica e il cui gusto nel suonare sempre la nota giusta al momento giusto convincono molti a celebrarlo come miglior chitarrista Thrash Metal in assoluto, titolo che potrà venire minacciato solo dagli altrettanto bravi Marty Friedman dei Megadeth e Jeff Waters degli Annihilator. Due parole le merita la insuperabile “Over The Wall”, una canzone che, con un riffing devastante e mutevole, cori da stadio, altissima velocità e assoli tecnici ma melodici, riassume tutto il significato del termine “Bay Area Thrash”.
I Testament lo fanno meglio.

Voto: 10

 

The New Order (1988)
Megaforce/Atlantic

Cover
Tracklist
1. Eerie Inhabitants
2. The New Order
3. Trial By Fire
4. Into The Pit
5. Hypnosis
6. Disciples Of The Watch
7. The Preacher
8. Nobody's Fault (Aerosmith cover)
9. A Day Of Reckoning
10. Musical Death (A Dirge)

Dopo un EP di cinque tracce registrato ad Eidhoven, i Testament pubblicano il secondo lavoro in studio “The New Order”, disco che musicalmente non cambia una virgola degli elementi rintracciabili sull’esordio, ma cerca di svilupparli, evolverli e di arrotondare quelle che erano le spigolosità del loro sound, perlopiù dovute alla ancora esigua esperienza. Sembra che i Testament, al momento del songwriting, si siano accorti di avere nella propria formazione un vero fenomeno della sei corde come Alex Skolnick, a cui quindi in questo frangente vengono affidati una gran quantità di spazi in cui potersi esprimere: ne sono la dimostrazione gli innumerevoli intermezzi acustici presenti lungo tutta la durata di “The New Order”, arricchiti dagli assoli incredibilmente belli del succitato genio. La produzione si fa decisamente più pulita e potente, rendendo giustizia ad una delle migliori sezioni ritmiche di quegli anni e le grandi canzoni ci sono tutte e rendono questo disco una vera e propria raccolta di classici della band, tuttora regolarmente riproposti dal vivo: che dire infatti delle curatissime chitarre della title track, della distruttiva “Into The Pit”o dell’anthemico chorus di “The Preacher”? Non mancano però episodi non proprio riusciti, quali il riempitivo “A Day Of Reckoning” e la noiosa “Nobody’s Fault”, cover dei seminali Aerosmith. Piccole pecche che tuttavia non impediscono a “The New Order” di essere uno dei migliori dischi targati Testament.

Voto: 9

Practice What You Preach (1989)
Megaforce/Atlantic

Cover
Tracklist
1. Practice What You Preach
2. Perilious Nation
3. Envy Life
4. Time Is Coming
5. Blessed In Contempt
6. Greenhouse Effect
7. Sins Of Omission
8. The Ballad
9. Nightmare (Coming Back To You)
10. Confusion Fusion

Considero questo disco come un mezzo passo falso per i paladini del Bay Area-Thrash, nonostante in termini di vendite sia uno dei loro maggiori successi: la produzione in questo disco è più pulita e meno rozza, è vero, e le songs in generale godono di una maggiore snellezza e fruibilità, ma nonostante questi aspetti positivi il classico tiro dei Testament subisce una vertiginosa caduta verso il basso, merito di un riffing assolutamente non all’altezza dei fasti precedenti, di linee vocali sconclusionate e infantili (oltre che tutte uguali) e di alcune canzoni assolutamente indegne di portare la firma della band, data la loro banalità e assenza di carisma: “Perilous Nation”, “Envy Life”, “Time Is Coming” e la orrenda “The Ballad” non sono certo quanto di meglio abbiamo mai ascoltato da un gruppo come i Testament, ma per fortuna a risollevare le sorti di questo platter ci pensano la solita, ispiratissima chitarra di Skolnick (a cui tuttavia viene concesso uno spazio di gran lunga minore rispetto ai dischi precedenti), l’incontenibile potenza del basso del bravissimo Greg Christian e alcune canzoni godibili e davvero molto ben strutturate quali “Nightmare (Coming Back To You)”, “Practice What You Preach” (corredata dalle indovinate parti vocali di Chuck Billy) e la bellissima “Sins Of Omission”, vera perla del disco in questione. In definitiva un disco che raggiunge a malapena la sufficienza; senza infamia e senza lode (cosa alquanto grave per una band straordinaria come quella di Eric Peterson).

Voto: 6

Souls Of Black (1990)
Megaforce/Atlantic

Cover
Tracklist
1. Beginning Of The End
2. Face In The Sky
3. Falling Fast
4. Souls Of Black
5. Absence Of Light
6. Love To Hate
7. Malpractice
8. One Man's Fate
9. The Legacy
10. Seven Days Of May

La prima cosa che si può evincere una volta premuto il tasto play sul lettore è che la produzione e il mixaggio di questo disco fanno letteralmente CAGARE!!! Le chitarre vengono fuori zanzarose, confuse e alquanto fastidiose e i dissennati abusi del riverbero tanto sulla chitarra solista quanto sulla batteria impastano il tutto rendendo indistinguibili i suoni dei singoli strumenti: roba da vomitare per un anno e mezzo… Un vero peccato perché, a differenza della prova dell’anno prima, stavolta il songwriting si eleva di nuovo alla qualità di un tempo e si assiste ad un lodevole recupero di quella velocità che aveva fatto la fortuna dei primi due lavori della band. Come non esaltarsi di fronte all’aggressione di “Face In The Sky”? Che dire della stupenda power-ballad strappalacrime “The Legacy”? E come si fa a non praticare del sano headbanging ascoltando le malsane melodie della title track? Il disco non registra alcun calo di tono e ogni canzone ha un buon motivo per essere ricordata e ascoltata con attenzione senza farci sbadigliare, dall’intro spagnoleggiante “Beginning Of The End” (di cui mi è sempre piaciuto il titolo) alla conclusiva, veloce “Seven Days Of May”. Un lavoro su cui a suo tempo è stata buttata tanta merda, ma che secondo me (produzione ignobile a parte) è da considerarsi come uno degli episodi migliori della tormentata saga dei Testament.
NB. La copertina è una delle più belle di tutti i tempi e da sola vale l’acquisto del Cd (o ancora meglio del vecchio vinile).

Voto: 8.5

The Ritual (1992)
Megaforce/Atlantic

Cover
Tracklist
1. Signs Of Chaos
2. Electric Crown
3. So Many Lies
4. Let Go Of My World
5. The Ritual
6. Deadline
7. As The Seasons Grey
8. Agony
9. The Sermon
10. Return To Serenity
11. Troubled Dreams

Il 1992 fu un anno davvero gramo per la scena metal: il grunge era diventato un fenomeno di massa e proprio su questa corrente i media (specialmente quelli americani) concentravano tutti i loro mezzi di promozione; per il metal oramai non c’era più posto su MTV e sulle radio e molti artisti tentarono di restare a galla rendendo più “commerciabile” la loro proposta. Purtroppo anche i Testament seguirono scelleratamente questa tendenza e (c’è bisogno di dirlo?) il disco che ne venne fuori fu veramente deludente, non solo per il fatto “eticamente scorretto” di “tradire” i fans della prima ora, ma anche perché le canzoni contenute in “The Ritual” sono palesemente scadenti, banali, moscie e assolutamente indegne di portare la firma di uno dei più grandi gruppi Thrash Metal di tutti i tempi. Alex Skolnick e Louie Clemente lasciarono la band poco dopo la pubblicazione di questo lavoro per divergenze musicali: che l’ammorbidimento sia dovuto proprio a loro? Francamente me ne infischio (parafrasando il “re degli ignoranti” nazionale): quello che realmente importa è che, a parte pochi piacevoli episodi come “Electric Crown” e “Return To Serenity”, il disco FA SCHIFO, come pochi anni più tardi ammetterà anche Chuck Billy. Da dimenticare.

Voto: 4.5

Low (1994)
Megaforce/Atlantic

Cover
Tracklist
1. Low
2. Legions (In Hiding)
3. Hail Mary
4. Trail Of Tears
5. Shades Of War
6. P.C.
7. Dog Faced Gods
8. All I Could Bleed
9. Urotsukidoji
10. Chasing Fear
11. Ride
12. Last Call

Dopo la pubblicazione di un live-EP di passaggio (“Return To Apocalyptic City” del 1993, su 4 pezzi del quale suona il grande drummer Paul Bostaph, ex-Forbidden), i Testament tornano sul mercato, forti di una nuova formazione comprendente il bravo John Tempesta alla batteria e James Murphy alla chitarra: ottimo musicista, certo, ma assolutamente non in grado di competere col fuoriclasse Skolnick. Nonostante questo, “Low” è davvero un ottimo disco e manifesta la voglia dei Testament di risalire la china e di riprendersi quel posto nella scena metal che spettava loro di diritto. Il suono (curato dal navigato produttore Michael Wagener e da Gggarth) si fa notevolmente più moderno e potente rispetto alle produzioni passate e le nuove composizioni, anche se si discostano dal tipico stile del gruppo, sono dei macigni di una pesantezza incredibile: i tempi si rallentano, Chuck Billy scopre il growl e le chitarre fanno da fondamenta per la creazione di un muro di suono impenetrabile. La direzione che i Testament hanno preso in questo momento è diametralmente opposta a quella che caratterizzava il precedente lavoro e questo fa onore ad una band ormai data per spacciata. “Hail Mary” e la title-track sono i migliori episodi di questo lavoro, con il loro incedere spaccaossa e i ritornelli cantati da Chuck usando le violentissime tonalità del Death Metal: in particolare questa influenza verrà fuori in molte parti del disco, e non solo nel cantato, ma anche in molte parti ritmiche (“Dog Faced Gods”), quasi a voler dimostrare che i Testament, nonostante “The Ritual”, amano ancora spaccare il cranio a tutti come prima e più di prima. Un lavoro validissimo insomma, vario, ben suonato e pieno zeppo di potenza e ottime canzoni.

Voto: 8.5

Live At The Fillmore (1995)
Burnt Offerings

Cover
Tracklist
1. The Preacher
2. Alone In The Dark
3. Burnt Offerings
4. A Dirge
5. Eerie Inhabitants
6. The New Order
7. Low
8. Urotsukidoji
9. Into The Pit
10. Souls Of Black
11. Practice What You Preach
12. Apocalyptic City
13. Hail Mary
14. Dog Faced Gods
15. Return To Serenity
16. The Legacy
17. Trail Of Tears

Primo live album sulla lunga distanza per i Testament che per l’occasione, schifati dal mondo del music businness, fondano una label personale (la Burnt Offerings) su cui poter fare uscire i propri lavori. “Live At The Fillmore” è il primo disco ad uscire per questa label e bisogna dire che come esordio non c’è male… Questo live spacca davvero il culo e rende perfettamente l’idea di come il palco sia il vero e proprio habitat naturale per Peterson e compagni. Jon Dette alla batteria guida la band con un tiro micidiale e James Murphy interpreta gli assoli del suo predecessore Skolnick con una sufficiente dose di personalità, sfoderando tra l’altro una tecnica non comune. La devastante “The Preacher” apre le danze mettendo subito in mostra l’ugola più che mai devastante di Chuck Billy (forse il miglior cantante Thrash di tutti i tempi), mentre le ritmiche sono eseguite con precisione chirurgica e il suono è pulitissimo e davvero potente, perfetto per i nuovi Testament. Le ultime tre canzoni sono ballad riprese dai dischi precedenti e suonate in una inedita versione acustica: tra queste la più riuscita è senza dubbio la stupenda “The Legacy”, su cui compare anche una eterea voce femminile. Un live album godibile ed estremamente ben fatto.

Voto: 8

Demonic (1997)
Burnt Offerings

Cover
Tracklist
1. Demonic Refusal
2. The Burning Times
3. Together As One
4. Jun-Jun
5. John Doe
6. Murky Waters
7. Hatred's Rise
8. Distorted Lives
9. New Eyes Of Old
10. Ten Thousand Thrones
11. Nostrovia

I Testament certo non stanno passando un bel momento, visto che un paio di anni prima della pubblicazione di “Demonic” la band, in seguito alle dipartite di Jon Dette (entrato negli Slayer), di James Murphy e persino del membro fondatore Greg Christian, si era ufficialmente sciolta. Nonostante tutto, i due leader incontrastati Eric Peterson e Chuck Billy non si danno per vinti e, assoldati Glen Alvelais (chitarra solista, ex Forbidden) e Derrick Ramirez (basso), decidono di continuare a suonare usando il nome che è sempre appartenuto loro: i Testament tornarono sulla scena con un disco figlio della frustrazione e del malcontento, sprigionando una pesantezza esagerata che puntava a portare avanti ed estremizzare ulteriormente il discorso Death Metal inaugurato su “Low”. Complice la batteria del mitico Gene Hoglan, la musica viene fuori incentrata su devastanti, pachidermici tempi medi, tutti scanditi dagli inconfondibili riff di Peterson e sovrastati dal vocione in growl di Chuck: i brani che ne vengono fuori non sono certo brutti, ma una certa (eccessiva) omogeneità di fondo e la mancanza quasi totale di brani veloci non migliorano la situazione e così in molti hanno stroncato “Demonic”, vedendolo come una snaturazione del tipico trademark dei Testament. Per me il disco non è tutto da buttare, visto che gli episodi lodevoli non mancano (“Demonic Refusal”, “New Eyes Of Old”, “John Doe”), ma sinceramente sono convinto anch’io che giocare col Death Metal non sia proprio la cosa migliore che la band potesse fare.

Voto: 6.5

The Gathering (1999)
Burnt Offerings/Spitfire

Cover
Tracklist
1. D.N.R. (Do Not Resuscitate)
2. Down For Life
3. Eyes Of Wrath
4. True Believer
5. Three Days In Darkness
6. Legions Of The Dead
7. Careful What You Wish For
8. Riding The Snake
9. Allegiance
10. Sewn Shut Eyes
11. Fall Of Sipledome
12. Hammer Of The Gods

Sembra che una maledizione impedisca ai Testament di registrare due dischi consecutivi senza rivoluzionare la line up... Poco male per la band, in quanto i tre defezionari vengono rimpiazzati da niente popò di meno che James Murphy (ritornato all’ovile dopo la pubblicazione di un album solista), Steve DiGiorgio e (udite udite) Dave Lombardo… roba da far morire d’infarto ogni ‘tallo che si rispetti! E “The Gathering” certamente non tradisce le aspettative, visto che viene riconosciuto da più parti come il disco della rinascita della band, oltre che uno dei motivi del ritorno in auge del buon vecchio Thrash: non appena D.N.R. esplode dalle casse dello stereo veniamo travolti da un muro di suono spaventoso, curato dallo stesso Eric Peterson, qui in veste anche di produttore, oltre che di unico songwriter; il riff portante è tremendamente Thrash e la velocità a rotta di collo ritorna quella di un tempo, con la inconfondibile batteria di Dave Lombardo costantemente sugli scudi. Si gode non poco ad ascoltare questo ben di Dio, specie se la dose viene rincarata dalla potentissima “Down For Life” e dalla pestona “Legions Of The Dead” (seguito di “C.O.T.L.O.D.”, tratta da “The Legacy”). Da commozione cerebrale anche la ritmata “Riding The Snake” e “Fall Of Sipledome”, caratterizzata dalla doppia cassa disumana del succitato drummer. Non mancano episodi banali e noiosi quali “True Believer” e “Eyes Of Wrath”, ma la qualità del disco rimane decisamente alta e “The Gathering” viene incluso nelle playlist di fine anno un po’ dappertutto. I Testament tornano con questo lavoro ad occupare di nuovo il trono di un genere che essi stessi hanno contribuito a creare, ma purtoppo all’orizzonte si intravedono delle tristi novità…

Voto: 9

First Strike Still Deadly (2001)
Burnt Offerings/Spitfire

Cover
Tracklist
1. First Strike Is Deadly
2. Into The Pit
3. Trial By Fire
4. Disciples Of The Watch
5. The Preacher
6. Burnt Offerings
7. Over The Wall
8. The New Order
9. The Haunting
10. Alone In The Dark
11. Reign Of Terror

Come prevedibile Dave Lombardo decide di non continuare la sua avventura coi Testament e lo sfortunato James Murphy fa altrettanto, costretto a frenare la sua attività di musicista da un cancro. La band quindi rivoluziona di nuovo la line up reclutando l’ex Sadus Jon Allen alla batteria e Steve Smyth alla chitarra solista e riesce a sostenere un tour nell’estate del 2000, facendo tappa anche al Gods Of Metal di Monza. Purtroppo però, nello stesso anno, anche al gigantesco Chuck Billy viene diagnosticata una rara forma di cancro, perciò vengono compromesse sia l’attività discografica che quella live del quintetto: nonostante ciò, i Testament non stanno con le mani in mano e pubblicano “First Strike Still Deadly”, una raccolta di canzoni risalenti ai primi due dischi del gruppo riregistrate con una produzione al passo coi tempi. Per l’occasione vengono coinvolti anche il sommo Alex Skolnick, John Tempesta nonché il vecchio Steve “Zetro” Souza che canta su “Alone In The Dark” e su “Reign Of Terror”: il risultato è strabiliante e riesce a rendere estremamante attuali tutti i grandi classici della band, tirati a nuovo con un suono potentissimo, arrangiamenti leggermente diversi dagli originali e il rozzo grugnito di Billy sempre in primo piano. “First Strike Is Deadly”, “Into The Pit” e “The New Order” sono bombe al napalm, mentre mi ha un po’ lasciato l’amaro in bocca l’eccessivo rallentamento del capolavoro “Over The Wall”. C’era proprio bisogno di un disco come questo per dimostrare alle nuove leve cos’è il Thrash Metal…

Voto: 8.5

Attualmente sembra che Chuck si stia lentamente riprendendo dal duro colpo che ha subito e i Testament, con la formazione composta da Billy, Peterson, DiGiorgio, Allen e Smyth stanno quindi pensando all’attesissimo nuovo disco. Speriamo bene.
THRASH ‘TILL DEATH!!!!!!

Matteo Buti