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Symphony X

A cura di: Elyel

Una delle migliori band che hanno visto la luce nell’ultimo decennio del secolo scorso, viene dal New Jersey, si formò nell’aprile del 1994 e prese il nome di Symphony X. L’idea partì dal chitarrista Michael Romeo, che già godeva di una certa stima da parte degli addetti ai lavori, guadagnata grazie al suo album solista, “The Dark Chapter”, dato alle stampe proprio nel 1994. Il primo ad affiancarlo fu il bassista Thomas Miller, in passato i due avevano già avuto modo di suonare insieme. Successivamente subentrarono anche Jason Rullo e Rod Tyler, rispettivamente batterista e cantante. Con l’arrivo di Michael Pinnella, tastierista, la prima formazione dei Symphony X era al completo. Nell’autunno 1994 si registrò la prima fatica discografica della neonata band, e nel dicembre dello stesso anno fu pubblicata in Giappone con lo stesso nome della band. “Symphony X” ottenne un buon riscontro sia da parte dei progressive fan di tutto il mondo, sia da parte della critica internazionale. Il disco proponeva una discreta sintesi di progressive e metal neoclassico, all’epoca certo ancora acerba, ma che avrebbe avuto modo di evolversi e svilupparsi in futuro. Senz’altro questa loro prima release poteva già far intravedere il futuro, abbastanza generoso di soddisfazioni, che attendeva il combo statunitense. Non vanno però tenuti nascosti i limiti che questo disco mostrava soprattutto a livello vocale, dove un seppur bravo Tyler non riusciva a far “decollare” nel modo opportuno le complesse composizioni. Il successivo passo prese il nome di “The Damnation Game”, registrato appena otto mesi dopo la pubblicazione del suo predecessore, segnò un netto passo in avanti rispetto al debutto. Questo disco vedeva già un primo cambio di line-up: dietro al microfono, a sostituire il neo-licenziato Rod Tyler, venne chiamato Russel Allen (piccolo gossip: fu proprio Rod a presentare Russel alla band. Quest’ultimo, all’epoca, si limitava a cantare blues nei pub…). Proprio il giovane Allen rappresentava una delle caratteristiche più interessanti dei Symphony X del 1995, grazie alle notevoli doti d’interprete, potenza e versatilità vocale in possesso del giovane cantante (a tutt’oggi Russel continua ad essere un ingrediente fondamentale del “Symphony X - Sound”). “The Damnation game” era un album che riproponeva la personale mistura di progressive e metal neoclassico, fatto di impressionanti assoli di chitarra e tastiera, intricati intrecci ritmici, e efficacissime armonie e melodie vocali. Proprio queste ultime due qualità si sarebbero ulteriormente sviluppate nei successivi lavori, fino a diventare un vero e proprio trademark di Romeo e soci. Molto buone alcune tracce, “The Edge Of Forever” o “A Winter’s Dream” per esempio, ma il meglio doveva venire con il successivo disco, quello unanimemente riconosciuto come IL capolavoro della band, “The Divine Wings Of Tragedy”. S’iniziò a lavorare su quest’album verso la fine del 1996, con una line-up identica a quella del precedente lavoro. Con “TDWOT” la band riuscì a ottenere un suono ancor più personale, certo Malmsteen, Rush e metal classico non vennero abbandonati, rimasero comunque delle ottime e generose fonti d’ispirazione, ma il mix questa volta appariva meglio riuscito, come più efficace. Ed è davvero difficile dubitare di questa affermazione, all’ascolto di canzoni come l’opener “Of Sins And Shadow”, “Sea Of Lies ”, “The Accolade”, la title track (suite da più di venti minuti di “stazza”…) e la meravigliosa, almeno per chi scrive, “Candlelight Fantasia”. Nel 1997, data di pubblicazione del lavoro, “TDWOT” non tardò a essere riconosciuto come uno dei migliori lavori dell’anno nel suo genere (con relativo successo commerciale: 100.000 copie vendute nel solo Giappone).
Oggi si può si può senza timore affermare che è stata una delle migliori uscite progressive metal degli anni novanta. La band si rimise subito all’opera, e nei primi mesi del 1998 diede alle stampe il suo quarto album, dal titolo “Twilight In Olympus”. Prima di iniziare i lavori su questo disco, però, Jason Rullo abbandonò la band (pare per via di problemi a livello personale con Thomas Miller). Per registrare la batteria, la band si rivolse allora a Thomas Walling. “Twilight In Olympus”, rispetto al suo più diretto predecessore, mostrava una più pronunciata vena progressiva (e si prendano come esempi “Church of the Machine” o “The Looking Glass”), senza dimenticare la classica componente speed neoclassica, sfruttata egregiamente in pezzi come “In the Dragon’s Den” o l’opener “Smoke And Mirrors”. Per chi scrive, “Twilight In Olympus” si rivela un po’ più macchinoso e forse meno “fresco” rispetto a “The Divine Wings Of Tragedy”, sebbene si assesti su livelli qualitativi piuttosto alti. In occasione di “TIO” i Symphony X programmarono tre settimane di tour anche in Europa. Thomas Miller e Thomas Walling purtroppo si videro costretti a rinunciare al tour e ad allontanarsi dalla band, pareva solo momentaneamente. Alla batteria tornò Rullo, e ad occuparsi delle parti di basso venne chiamato Andy De Luca. La tournée di concerti fu un successo, segnando “pienoni” in Paesi come Germania, Svizzera, Olanda, Francia e Italia. Al rientro dal giro di concerti, l’abbandono di Miller assunse carattere permanente, si addussero come motivazioni ufficiali alcuni problemi di salute del bassista. A questo punto Rullo poté definitivamente riprendere il posto che aveva lasciato a fianco di Romeo, Allen e Pinnela .
Ora si doveva cercare un nuovo bassista. Numerose furono le audizioni e alla fine venne chiamato Michael Lepond a prendere il non facile posto di Thomas Miller, il cui apporto alla band, sia a livello prettamente tecnico-musicale, sia a livello del songwriting, era sempre stato determinante. Nel tardo 1999 la band così rinnovata entrò di nuovo in studio per comporre e registrare il nuovo album, quello che sarebbe stato poi pubblicato circa un anno dopo con il nome di “V - The New Mythology Suite”. Questo fu il primo album stampato anche negli Stati Uniti; visto il successo, non si tardò a ristampare anche tutto il precedente catalogo griffato Symphony X. Per la prima volta ci si era concentrati sulla composizione di un concept album, si prendeva spunto dal mito di Atlantide, e si riuscì a colpire nuovamente nel centro: “ V “ poteva senz’altro essere visto come un nuovo importante capitolo della discografia del combo statunitense. Supportavano questa tesi pezzi come la furiosa “Evolution (The Grand Design)”, la romantica “Communion and The Oracle”, l’orientaleggiante “Egypt” (forse la migliore del lotto) o la suite finale, “Rediscovery”. I classici elementi della band venivano qui arricchiti da orchestrazioni molto più elaborate e curate nonché da entusiasmanti cori e armonie vocali, creando così delle suggestive atmosfere da colonna sonora hollywoodiana. A tal proposto: “On the Breath Of Poseidon”, “The Death Of Balance/Lacrymosa”. Seguì un tour mondiale che riportò la band in giro per il mondo, riscuotendo un successo crescente a livello globale, e affermando i Symphony X come una tra le band sovrane del movimento progressive mondiale. Tale trionfale tournée venne immortalata in un live pubblicato nel 2001, il primo: “Live On The Edge Of Forever”. Album live che trascurava totalmente le prime due opere del combo statunitense, per dare spazio agli ultimi lavori. Servono poche parole: certamente un platter imperdibile per tutti i fan della band, ma non soltanto. E s’arriva così ai giorni nostri, in questo settembre 2002 nel quale si attende a settimane “The Odyssey”, nuovo studio album che si spera aggiunga un nuovo importante capitolo nella già entusiasmante discografia dei Symphony X, band che s’avvia ai dieci anni di attività non mostrando ancora il benché minimo cenno di affaticamento.

Elyel