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ZERO DAYS, ZERO SECS

A cura di : Matteo Buti

La loro storia inizia nella prima metà degli anni ’90 quando a Seattle, dalle ceneri dei Sanctuary, il cantante Warrel Dane e il bassista Jim Sheppard decidono di formare una nuova band e, una volta unite le loro forze col drummer Van Williams e con il grande chitarrista Jeff Loomis (entrato negli stessi Sanctuary poco prima che si sciogliessero), incisero i primi demo, già con l’affermato produttore Neil Kernon. La Century Media rimase subito impressionata dalla musica dei Nevermore e, mettendoli sotto contratto nell’ormai lontano 1994, sancì la nascita ufficiale di una band che nel suo futuro andrà a costituire una delle più affascinanti e rappresentative realtà della scena metal. Questa la loro discografia ufficiale:

NEVERMORE (1995)
Century Media

Cover
Tracklist
1. What Tomorrow Knows
2. C.B.F. (Chrome Black Future)
3. The Sanity Assassin
4. Garden Of Gray
5. Sea Of Possibilities
6. The Hurting Words
7. Timothy Leary
8. Godmoney

Considero questo come il lavoro meno riuscito dei Nevermore: il peculiare stile che li distinguerà in futuro già è rintracciabile in questo disco, ma è solo allo stato embrionale e ancora deve affinarsi e crescere perché Warrel Dane e compagni raggiungano quel perfetto mix di brutalità e disperazione che nelle future releases farà la loro fortuna.

Le linee strumentali sono ancora un po’ sempliciotte, prive di quella carica destabilizzante che siamo abituati a godere ascoltando i riff di Jeff Loomis e la produzione è ancora troppo debole e poco incisiva per fracassarci ben bene i neuroni. A questi “elementi di disturbo” si affianca il fatto che alcune composizioni vengono fuori un po’ prolisse e sono dotate di melodie talvolta stucchevoli, mal strutturate e non troppo in armonia con quanto suona il resto della band. Nonostante gli evidenti difetti il disco si rivela ad ogni modo interessante, merito di una forte personalità e di una tecnica strumentale notevole, con gli assoli del grande Jeff Loomis che risultano sempre veloci, melodici e perfettamente coesi con una sezione ritmica compatta e molto fantasiosa. Il pezzo forte è però l’ugola di Warrel Dane, il quale evolve il suo ormai riconoscibilissimo timbro (già acquisito fin dai tempi dei gloriosi Sanctuary) e lo porta verso lidi espressivi ancora inesplorati, lontani dall’ovvietà e dal prototipo del cantante tutto acuti e niente cervello: Warrel canta col cuore e con le palle, sfornando delle melodie meste, sognanti e intelligenti senza dovere per forza toccare la nota più alta che può. Un grande, capace di fare veramente “sentire” quello che canta, e non solo “ascoltare”. Un plauso al grandissimo chorus di “Garden Of Gray”, alla rabbia repressa di “What Tomorrow Knows” e alla malinconica “The Hurting Words”. Nota di demerito invece per l’approssimativa “C.B.F.” e per la insulsa “Godmoney”.

Voto: 7/10

THE POLITICS OF ECSTASY (1996)
Century Media

Cover
Tracklist
1. The Seven Tongues Of God
2. This Sacrament
3. Next In Line
4. Passenger
5. The Politics Of Ecstasy
6. Lost
7. The Tienanmen Man
8. Precognition
9. 42147
10. The Learning

Basta ascoltare le prime note di “The Politics Of Ecstasy” per accorgersi che molte cose sono cambiate (in meglio) in casa Nevermore. Le chitarre adesso sono più incisive e potenti, le ritmiche più veloci e creative, la produzione finalmente all’altezza e le melodie vocali più focalizzate e meglio amalgamate con la pesantezza dei riff: i Nevermore ci fanno semplicemente capire che con l’esordio hanno solamente scherzato, mentre ora cominciano a fare davvero sul serio. Da questo disco in poi non sbaglieranno un solo colpo. Reclutato l’ex Monstrosity Pat O’Brien (che in seguito ritroveremo nei Cannibal Corpse), la band compie il definitivo salto di qualità e sviluppa il suo stile verso una maggiore complessità tematico-musicale: ogni traccia si snoda attraverso svariati cambi di tempo (pur mantenendo una sobria forma-canzone) su cui si stagliano prepotentemente le chitarre, perfette sia nel riffing che nei soli, e la voce di Warren, più che mai ispirata e declamante testi riguardanti tematiche sociali. “The Politics Of Ecstasy” è il disco più difficile che i Nevermore abbiano mai partorito, e forse proprio per questo è stato bistrattato dalla stampa specializzata, ma vi assicuro che la musica qui contenuta riesce ad attirare l’attenzione su di sé anche dopo svariati ascolti, grazie a una pesantezza “new thrash” che conosce ben pochi rivali e fraseggi mai sentiti e in continua progressione. “The Seven Tongues Of God”, da buona opener, funge da canzone-manifesto del nuovo corso del gruppo, con il suo pesantissimo incedere dettato dalla doppia cassa di Van Williams. Bellissime le atmosfere allucinogene di “Next In Line”, grandissimi i versi metaforici della lenta “The Passenger”, da manuale i riff-carro armato di “This Sacrament”, disarmanti le melodie di “The Learning”… ogni canzone è diversa da tutte le altre e potrebbe costituire da sola un valido motivo per comprarsi questo disco (fra l’altro dotato anche di un artwork notevole). Il primo, vero capolavoro dei Nevermore.

Voto: 9/10

DREAMING NEON BLACK (1998)
Century Media

Cover
Tracklist
1. Ophidian
2. Beyond Within
3. The Death Of Passion
4. I Am The Dog
5. Dreaming Neon Black
6. Deconstruction
7. The Fault Of The Flesh
8. The Lotus Eaters
9. Poison Godmachine
10. All Play Dead
11. Cenotaph
12. No More Will
13. Forever

Continua la scalata dei Nevermore verso lo stato di leader della scena metal mondiale. Forti del rimpiazzo del defezionario Pat O’Brien con l’ex Forbidden Tim Calvert, i nostri sfoderano una prestazione maiuscola e fanno un ulteriore passo in avanti pubblicando una raccolta di canzoni che accentuano quel feeling nero e pessimistico che già era presente nelle preccedenti pubblicazioni. Preceduta dall’intro “Ophidian”, “Beyond Within” esplode in tutto il suo impeto e subito, fra le righe di una pesantezza rotta soltanto da un soffuso break acustico, si scorge la definitiva maturazione del sempre più grande Warrel Dane, autore di melodie sempre più fuori dal comune e che, proprio per la loro “extra ordinarietà”,

anche se in un primo tempo possono apparire fuori luogo, a lungo andare giungono ai nostri sensi facendosi apprezzare in tutta la loro intensità. “The Death Of Passion” stupisce per una ancora più spiccata particolarità nell’uso della voce e “I Am The Dog” continua la martoriazione dei nostri timpani conducendoci verso “Dreaming Neon Black”, da più parti riconosciuta come la perla dell’album. La traccia in questione esplora un terreno ancora vergine per i Nevermore: una power ballad dal sapore intimistico, baciata dalla sensibilità di un Dane costantemente sugli scudi, la cui bravura esce allo scoperto nella sequenza armonica dello stupendo chorus, per certi versi simile a qualcosa del classico Seattle-sound. La colata di metallo fuso continua con le devastanti “Deconstruction” e “The Fault Of The Flesh” (piena di dissonanze alla Voivod), seguite dalla palpabile disperazione dei versi di “The Lotus Eaters”, una delle migliori tracce del lavoro. E’ poi la volta di “Poison Godmachine”, mid tempo sincopato che sfocia in un devastante ritornello, seguita da “Cenotaph” (forse la canzone meno riuscita del disco) e da “No More Will”, in cui la disperazione si fa di nuovo sentire tramite le melodie armonizzate intonate dal cantante. Chiude la drammatica “Forever”, perfetto suggello per questo concept dedicato a una storia d’amore terminata: un tema extra-abusato, certo, ma anche proposto dai Nevermore in una maniera totalmente nuova e diversa rispetto al pattume sanremese, una maniera in cui i sentimenti scatenati da questa situazione coinvolgono e si fanno sentire grazie alle intelligenti lyrics e al trasporto con cui vengono cantate. Il capolavoro assoluto dei Nevermore, secondo chi scrive.

Voto: 9.5/10

DEAD HEART IN A DEAD WORLD (2000)
Century Media

Cover
Tracklist
1. Narchosyntesis
2. We Disintegrate
3. Inside Four Walls
4. Evolution 169
5. The River Dragon Has Come
6. The Heart Collector
7. Engines Of Hate
8. The Sound Of Silence
9. Insignificant
10. Believe In Nothing
11. Dead Heart In A Dead World

Sulla scia delle esaltanti vendite dell’album precedente, la cosa più ovvia (e facile) che i Nevermore avrebbero potuto fare era quella di dare alla luce un nuovo “Dreaming Neon Black”, ma al quartetto (rimasto tale in seguito alle dimissioni di Tim Calvert)

non piace fare ciò che tutti si aspettano da loro, e il nuovo lavoro segna così un ulteriore passo in avanti. Le liriche tornano alle tematiche sociali di “The Politics Of Ecstasy”, viste però attraverso un’ottica meno pessimistica e avvelenata e il suono diviene ancor più compatto ed al passo coi tempi grazie al grandissimo lavoro svolto alla consolle dal blasonato produttore Andy Sneap. I Nevermore scoprono la cupezza delle chitarre a sette corde e il riffing che ne scaturisce è meno ancorato al Thrash Metal, ma forse leggermente debitore di alcuni suoni new-metal (definizione da prendere con le molle): niente di cui preoccuparsi comunque visto che il combo rimane assolutamente fedele a sé stesso e non concede niente a quella mentalità becera e affarista che oggi sembra farla da padrone nel Rock. I Nevermore rimangono degli headbangers, e “Dead Heart In A Dead World” lo dimostra a pieno.
Parlando delle prestazioni dei singoli musicisti, esaltano la doppia cassa assassina di “Narchosynthesis” (corredata anche da un ritornello in pieno “Dane-style”) e gli indovinatissimi assoli, eseguiti in modo fluido e pulito dal bravissimo chitarrista: tutta la band appare notevolmente più coesa e organica e il sound non può che trarne vantaggio, riuscendo a partorire il micidiale groove di “Inside Four Walls” e la potenza parossistica di “The Sound Of Silence” (ricordate la canzone di Paul Simon e Art Garfunkel? Sentite un po’ questa cover!!!). Commovente la semi-ballad “Insignificant”, mentre chiudono il disco le atmosfere cangianti della title track, dove una seconda parte tutta velocità e riff stoppati squarta il soffuso intro per soli basso e voce. Unico neo del disco è la scontatezza di alcune tracce come “Evolution 169” e “The River Dragon Has Come”. Un lavoro comunque notevolissimo e che ci fa ben sperare per l’ormai prossimo “Enemies Of Reality”, quinto full-lenght dei Nevermore.

Voto: 9/10

Matteo Buti