HOME
RECENSIONI
INTERVISTE
CONCERTI
BIOGRAFIE
LO STAFF
LINKS
FORUM
SKINS
ZERO DAYS, ZERO SECS

Iron Maiden
La seguente biografia a recensioni, riguardante gli Iron Maiden di Steve Harris, è relativa ai primi ventidue anni di carriera ufficiali della band, ovvero a quelli che vanno dall'uscita del primo ed omonimo full lenght, sino alla recente release del "Rock in Rio" (2002).

A cura di: Brown jenkin - Dark Mayhem


IRON MAIDEN (1980)

Dopo "The soundhouse tapes", demo autoprodotta dalla band di Steve Harris ed oggi praticamente introvabile nella sua versione originale, la band, già cosciente delle proprie potenzialità, si avvio verso la sua scalata al successo con il primo ed omonimo full lenght. "Iron maiden" si presenta come un disco dai pochi punti deboli: infatti, se è praticamente impossibile dargli contro a causa della sua produzione approssimativa, dato che ci troviamo nel 1980, dall'altro lato, prendono il sopravvento una serie di classici incredibili, mozzafiato, carichi di emozioni. I brani, la cui maggiorparte trova sfocio in parti prettamente dirette ed orecchiabili, trovano sfocio in capolavori di originalità e complessità come la magnifica "Phantom of the opera", lasciando spazio ad episodi come la ballabilissima "Running free", le aggressive "Prowler" ed "Iron maiden", e la contenuta "Remember tomorrow". Pochi sono i cali di tensione, e l'esplosione si preannuncia da subito imminente.

Voto: 9,5

Dark Mayhem

KILLERS (1981)

Netto passo indietro rispetto al suo predecessore. L'ingresso di Smith alle chitarre, la relativa maturazione della band, ed il successo accumulato con "Iron maiden" non sono bastati a regalare al pubblico un altro capolavoro. Tuttavia, le perle fioccano, e brani come "Wrathchild", "Murders in the Rue Morgue", "Gengis Khan" e "Prodigal son" non basteranno alla band di Harris e Di Anno ad aumentare il livello qualitativo ottenuto con la precedente e fortunata release. Tuttavia, un ottimo disco, al quale però manca la continuità dei pezzi del succitato predecessore, in quanto momenti come "Innocent exile" e "Drifter" porteranno al titolo non poca discontinuità.

Voto: 7,5

Dark Mayhem

THE NUMBER OF THE BEAST (1982)

Il capolavoro. Uno dei più grandi dischi mai partoriti dall'heavy metal. L'entrata del singer Bruce Dickinson, sostituto del pur ottimo Paul Di Anno, si rivelerà uno dei punti chiave del successo scaturito da quest'uscita discografica. Ogni pezzo è un capolavoro, l'heavy metal si fa più compatto grazie ad una produzione finalmente all'altezza del nome della band, e sulle otto tracce presenti nel lavoro ben sette sono perle di incredibile bellezza (forse l'unica eccezione è "Gangland"). La title track, le cadenzate "Children of the damned" e "Hallowe be thy name", la stupenda "Run to the hills" e le dirette "Invaders" e "The prisoner" diventeranno episodi indimenticabili della discografia degli Iron Maiden. Un disco irripetibile che tuttii fan dell'heavy metal dovrebbero avere nel proprio scaffale.

Voto: 10

Dark Mayhem

PIECE OF MIND (1983)

La Vergine di ferro si fa improvvisamente epica, maestosa. Se il precedente "The number of the beast" aveva rivisitato i clichès tematici più frequenti all'interno dei dischi metal dell'epoca, con "Piece of mind" la faccenda era in parte cambiata, soprattutto per quanto concerne le musiche. Pezzi come "Flight of Icarus" e "The trooper", infatti, denotano sin dai primi ascolti una forte e marcata componente epica, mentre con "Die with your boots on" avviene un certo ritorno alla pura NWOBHM pervadente nel primo lavoro. Spazio anche per momenti cadenzati e riflessivi, culminante in "Revelations",ma il disco non ripete la perfezione del suo predecessore, in quanto da "Still life" in poi sono presenti soltanto songs di medio valore, fra le quali spiccano "Still life" e "To tame a land". Ottimo tassello della discografia maideniana, ma non il migliore.

Voto: 9

Dark Mayhem


POWERSLAVE (1984)

Gli Iron Maiden erano in grande spolvero, reduci da grandi successi quali The Number of the Beast e Piece of Mind: Powerslave poteva essere la definitiva conferma delle doti degli inglesi, o la smentita delle stesse. La copertina da sola basterebbe a spiegare questo disco: nel complesso un’opera magica, in alcuni tratti orientaleggiante alla Rainbow, in altri cruda e brutale. Ad ogni modo il risultato è eccellente, Bruce Dickinson in ottima forma, Nicko McBrain che inizia a prendere molta più confidenza con la band, Smith e Murray perennemente affiatati, Harris assestato sui soliti, alti, livelli. A colpire particolarmente l’opener Aces High, in assoluto la mia canzone preferita della vergine di ferro, terremotate, brutale e potente quanto basta, la famosissima e copiatissima Two minutes to midnight, la lunghissima Rime of the Ancient Mariner, un’altra perla assoluta. A parte questi tre veri e propri gioielli, anche le altre canzoni sono tutte molto gradevoli, potenti e ispirate, il che fa di Powerslave un album impedibile.

Giudizio: 9.5

Brown Jenkin

LIVE AFTER DEATH (1985)

Uno splendido live suonato da una band in splendida forma: così si può definire questo Live After Death, dal mio punto di vista il miglior album dal vivo degli anni 80. Non solo la produzione curata da Martin Birch (che già aveva prodotto il capolavoro live dei Deep Purple, Made in Japan) è a dir poco eccellente: la band è in stato di grazia, Dickinson e Smith su tutti. Potentissima e terremotate l’opener Aces High (peccato che per risentirla dal vivo mi sia toccato aspettare fino all’ed hunter tour) magnifica la versione dal vivo di Hallowed be thy Name e di Powerslave. Tutto l’album è un susseguirsi di canzoni suonate splendidamente, con il pubblico in delirio e il solito, costante, basso di Steve Harris a cadenzare il ritmo.
Essenziale nella discografia di chiunque, metallaro e non.

Giudizio: 10

Brown Jenkin

SOMEWHERE IN TIME (1986)

Compito difficile, recensire Somewhere in Time: c’è chi lo indica tra i migliori album degli inglesi e chi lo denigra, personalmente appartengo alla seconda fazione. Come moltissime band dell’epoca gli Iron decisero di passare ai sintetizzatori (come i Judas Priest in Turbo), scelta coraggiosa e sicuramente apprezzabile che, nel caso degli inglesi, non suscitò grande scalpore tra i fans. Dal mio punto di vista, però, con Somewhere in time viene a mancare la forza, l’irruenza con la quale i Maiden si erano imposti. L’album è piuttosto piatto, livellato, salvo la bellissima Alexander the Great, che da sola però non basta per far gridare al capolavoro. Ottimo come sempre il lavoro della coppia Murray - Smith, decisivo , as usual, air raid siren Bruce. In conclusione, Somewhere in time rischia di piacervi troppo, o di non piacervi affatto, de gustibus…Veramente bella la copertina, ricca di autoriferimenti.

Giudizio: 7

Brown Jenkin

SEVENTH SON OF A SEVENTH SON (1988)

Il lavoro più singolare e particolare dell'intera discografia della Vergine di ferro: "Seventh son of a seventh son", infatti, propone i Maiden sempre in ottima vena compositiva, grazie ad episodi singoli come quelli delle magnifiche "Can I play with madness", "The evil that man do", oppure la lunghissima title track. Su tutte, però, spiccano palesemente l'episodio di "The clairvoyant" e lo stile intrapreso dal combo di Steve Harris, più complesso, a tratti comprendente intermezzi tastieristici, meno diretto e più intricato. Il disco, per questo, verrà da molti considerato un passo indietro rispetto a "Somewhere in time", anche se, a mio avviso, questa sia considerabile senza problemi l'ultima perla prodotta dai Maiden. Un disco da avere e da ascoltare attentamente, cogliendone ogni singolo intreccio.

Voto: 8,5

Dark Mayhem


NO PRAYER FOR THE DYING (1990)

Arrivano gli anni novanta, e la magia che pervadeva gli Iron maiden si dissolve. "No prayer for the dying" è, molto probabilmente, una delle peggiori produzioni mai messe in circolazione dalla Vergine di ferro: non bastano i singoli ma validi episodi di "Tailgunner", "Holy smoke" e "Mother Russia", nè l'ingresso dell'ottimo chitarrista Gers (al posto di Smith), a tenere alte le sorti della band inglese. "Bring your daughter...to the slaughter" rappresenta l'ennesimo capolavoro degli Iron, ma la discontinuità del lavoro è alta, ed il disco rappresenta, qualitativamente, un incredibile tonfo rispetto al precedente ed ottimo "Seventh son of a seventh son", del quale non sono state neppure conservate atmosfera, complessità e complicatezza riguardanti il songwriting. La band risulta sempre meno ispirata, e non a caso le uscite non hanno più la frequenza (un anno) degli esordi. Insufficiente, sebbene il peggio debba ancora venire.

Voto: 5,5

Dark Mayhem

FEAR OF THE DARK (1992)

No prayer for the Dying non mi è mai piaciuto come album, e chiunque l’avesse ascoltato per bene avrebbe dato le quotazioni dei Maiden in deciso calo. L’addio di Smith aveva influito notevolmente all’impoverimento del sound degli inglesi e Fear of the Dark vedeva un Bruce Dickinson sempre più convinto ad abbandonare la band, per dedicarsi alla famiglia e alla carriera solista. Oltre a ciò, lo stesso Dickinson all’epoca ebbe uno sconcertante calo vocale (che si nota soprattutto nei live Live after Death e Live at Donnington) salvo poi riprendersi immediatamente durante la carriera solista. Ad ogni modo, Fear of the Dark è un album piuttosto strano: alterna canzoni violente, potenti e veloci come Be quick or be Dead, ad altre malinconiche e lente come Afraid to Shoot Strangers e Wasting Love. A parte un gruppetto di ottime canzoni, il resto del disco è piuttosto fiacco e talvolta noioso.
Magnifica la title-track, una delle più belle canzoni mai scritte dai Maiden, che da sola vale l’acquisto del disco.

Giudizio: 7

Brown Jenkin

A REAL LIVE ONE - A REAL DEAD ONE (1993)

1993. Stesso anno di pubblicazione del "Live at Donington". I Maiden propongono al pubblico tre incredibili mosse commerciali, tre Live album, le cui qualità, sommate assieme, non raggiungono neanche in parte quanto espresso sul monumentale "Live after death". I due dischi in questione, tuttavia, sono addirittura inferiori alla proposta messa a punto sul Live di Donington, ed il tutto si rivela un incredibile fallimento, coadiuvato da un Dickinson fuori forma (che di li' a poco lascerà la band), e da una produzione scarsa. Da evitare come la peste.

Voto: 4,5

Dark Mayhem

LIVE AT DONINGTON (1993)

Terzo live in un anno, dopo il duo A real dead one - A real live one, questo Live at Donington non sembra altro che una mera operazione commerciale. La prestazione scadente di un Dickinson completamente ubriaco (cercate di capire qualcosa dai suoi discorsi e poi ditemi), la produzione deludente, non fanno altro che confermare i sospetti anche alla schiera più accanita di fans. Tutti i pezzi presenti sono classici, e questo potrebbe bastare per rendere appetibile ai fans meno esperti questo disco, la qualità però e’ decisamente bassa. Puntate su Live After Death.

Giudizio: 5

Brown Jenkin


THE X-FACTOR (1995)

Con l’abbandono di Bruce Dickinson gli Iron dovettero tornare a guardarsi attorno per trovare un nuovo vocalist. Dopo una lunga selezione, alla quale tra l’altro partecipò l’attuale cantante degli Angra, Edu Falaschi, fu scelto Blaze Bailey cantante degli Wolfsbane, che sicuramente dal punto di vista fisico poteva sembrare un po’ Bruce Dickinson (bassi sono bassi entrambi anche se Bailey è un po’ più tozzo ), ma dal punto di vista vocale era completamente diverso. I risultati di questa scelta infelice si avvertiranno soprattutto dal punto di vista live e dal secondo disco di Bailey con gli Iron, Virtual XI (anche se qualche canzone ricantata da Dickinson non e’ affatto male); The X-Factor ancora si salva, o per lo meno non è quella schifezza totale che hanno visto molti fans degli inglesi. Molti sono comunque i cambiamenti: il suono, che si era decisamente ammorbidito con Fear of the Dark (eccezion fatta per le prime due tracks e la title) torna ad essere piuttosto veloce e aggressivo; il cambio di stile è comunque piuttosto netto e di ciò Bailey può essere incolpato solo in minima parte. In generale le canzoni sono piuttosto piatte e non ricordano assolutamente i fasti di un tempo; ottima comunque Man on the Edge, forse la canzone più adatta all’ugola di Bailey.

Giudizio: 6.5

Brown Jenkin

VIRTUAL XI (1998)

Il peggior disco degli Iron maiden. Privo di idee, ripetitivo, piatto. Se con "The x-factor" molti avevano già storto il naso, con questa release c'era da disperarsi. Bailey si rivela sempre meno all'altezza del nome nel quale s'era ritrovato coinvolto, Harris non propone neanche la metà delle seppur discrete idee messe in mostra su "The x-factor", ed il risultato è un fallimento totalitario ed inevitabile. Il singolo "The angel and the gambler" è una pessima rappresentazione dello stato di forma della band, grazie alla sua ripetitività ed alla mancanza di coinvolgimento, e solo "Futureal" e "The clansman" riescono ad appassionare, almeno in parte, l'ascoltatore. Il picco più basso mai toccato dalla Vergine di ferro: è ora di reunion?

Voto: 4

Dark Mayhem

BRAVE NEW WORLD (2000)

I Maiden tornano a proporre un disco pienamente sufficiente. Nonostante la ruffiana mossa relativa al rientro di Smith e Dickinson, il primo a formare il tridente di chitarre con Gers e Murray, il secondo al posto dello sfortunato capro espiatorio Blaze Bailey, le canzoni risultano piacevoli, acquisiscono una durata più netta, e la complessità di "Seventh son of a seventh son" torna in parte a farsi sentire nell'ispirato songwriting di "Dream of mirrors", "Ghost of the navigator", "Brave new world" e "Out of the silent planet". Tuttavia, il disco risulta pesante in là con gli ascolti, e brani come "The nomad" o "The thin line between love & hate" risultano duri da assimilare. Tuttavia, una ventata d'aria fresca che ha seguito due releases, le recedenti, indubbiamente meno efficaci. Ma i Maiden non sono di certo accompagnati dallo smalto di un tempo...

Voto: 7

Dark Mayhem


ROCK IN RIO (2002)

Non bastava la pessima figura rimediata nel '93 con i Live album proposti: occorreva una quinta release dal vivo. Acclamato da Harris, qui in veste di produttore, come il miglior concerto dei Maiden di tutti i tempi, "Rock in Rio", nonostante l'imponente cornice di pubblico, si è rivelato un mezzo flop: produzione approssimativa, Dickinson non al meglio delle sue condizioni, McBrain spesso fuori tempo. In definitiva, una sorta di buon bootleg spacciato per Live album di qualità, il tutto al costo di circa trenta Euro. Statene alla larga.

Voto: 5

Dark Mayhem