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Dream Theater
A cura di: Elyel

La saga del teatro del sogno ebbe inizio nel settembre del 1986, quando il chitarrista John Petrucci e il bassista John Myung, compagni di studi alla Berklee School Of Music di Boston, decisero di mettere su una band propria. Il batterista fu di lì a breve trovato. Era un altro studente della Berklee, Michael Portnoy, venne notato mentre suonava in una delle sale prove della rinomata scuola. Alle tastiere venne chiamato Kevin Moore, un amico delle scuole superiori. Mancava, ora, solo un cantante. Chiamarono allora Chris Collins, e nacquero così i Majesty (il primo nome della formazione). Appena completata la prima formazione, il gruppo si mise all’opera, scrivendo i pezzi che sarebbero poi stati raccolti in un demo tape composto da 8 tracce, chiamato semplicemente “Majesty Demos”, che riuscì a vendere circa 1000 copie soltanto nei primi sei mesi seguenti la sua pubblicazione. La cosa più bizzarra è che questo nastro può ancora oggi vantare una larga diffusione, grazie alla costante attività di duplicazione e diffusione operata dai fan della band durante gli anni…
Poco tempo dopo i Nostri affrontarono il loro primo cambio di line up: i Majesty e Chris Collins si separarono, e poco dopo venne reclutato, come nuovo cantante, Charlie Dominici. Impegnati nelle session della loro prima fatica discografica (che sarebbe stata pubblicata dalla Mechanic Records), i cinque ricevettero una comunicazione da un’omonima band di Las Vegas, la quale reclamava i diritti sull’utilizzo del monicker “Majesty”. A quel punto fu il padre di Mike, Howard Portnoy, a suggerire alla band di adottare il nome di un vecchio cinema della California (ormai demolito): Dream Theater.
E così fu…

Espletate queste formalità “burocratiche”, i neo-battezzati Dream Theater poterono concentrarsi definitivamente su “When Dream And Day Unite”, l’inizio ufficiale della storia del combo nordamericano. Il debutto discografico mette subito in evidenza doti e propositi della band, non si può negare, infatti, la pregevole fattura di composizioni come “The Killing Hand”, “Only A Matter Of Time”, la strumentale “Ytse jam” (tutte ancora ai vertici delle preferenze dei fan della band), e la pressoché sconosciuta “Afterlife” - canzone che forse meriterebbe maggior attenzione tra le sterminate legioni di sostenitori della band…. Un disco questo dove già veniva proposta quella curiosa e abbastanza personale mistura di metal e progressive rock, di carica metallica e ricercatezza strumentale che sarebbe diventata il trademark più significativo della band stessa, benché all’epoca il margine di miglioramento fosse ancora assai ampio.

Importanti cambiamenti attendevano la band all’indomani della pubblicazione del loro primo album: dopo un limitato tour in piccoli Club e Pub, i Dream Theater riuscirono comunque ad interessare “le persone giuste” della ATCO Atlantic (oggi East West), una Major Label che credette nel valore della band dando loro prima la possibilità di pubblicare il secondo capitolo della loro discografia, e poi il giusto supporto promozionale. I cambiamenti in quel periodo, però, furono due: oltre alla label discografica, cambiò anche il cantante. Dominici fu licenziato (ancora oggi John Petrucci lo ricorda come “…Non esattamente il miglior cantante che si potesse trovare sulla piazza…”), e i soliti beninformati giurano che oggi Charlie sia finito a cantare alle feste di matrimonio… - A voi l’analisi d’attendibilità - . Ad ogni modo, tra il 1990 e il 1991, la band si ritrovò nuovamente alla ricerca di un cantante. Ci furono più di duecento audizioni, nelle quali vennero testate le capacità di numerosi cantanti, tra i quali spicca la presenza di John Arch (singer dei primi Fates Warning, all’epoca già fuori dalla band). Verso la fine del 1991 arrivò un nastro di un gruppo glam canadese, i Winter Rose, con alla voce un certo Kevin James LaBrie (che proprio in quell’anno, tra l’altro, aveva partecipato come corista in “Parallels” degli onnipresenti Fates Warning). Il meccanismo s’innescò.

Petrucci, Myung, Portnoy, e Moore decisero di far arrivare a New York, Kevin, per una vera e propria audizione, espletata la quale furono convinti che quel canadese (che per l’occasione avrebbe adottato il nome di James, per non creare confusione con il tastierista Kevin Moore) sarebbe diventata la voce dei Dream Theater degli anni ’90. Quelli che sarebbero diventati delle star del metal internazionale, per intenderci.

Il primo prodotto dei Dream Theater così rinnovati fu un album che da molti viene ritenuto una delle pietre miliari della musica progressiva, quello stesso “Images And Words” che consegnò definitivamente la band al grande pubblico. Un album, questo, che ancor oggi fa discutere, nonostante su di esso sia stato detto proprio tutto, nel bene come nel male. La ragione di tale fervore dialettico va cercata nella formula sonora che all’epoca risultò piuttosto fresca e innovativa, quindi meritevole di lodi sperticate tra i sostenitori, ma anche di pesanti critiche, proprio per l’eccessiva complessità della stessa proposta, tra i detrattori. In realtà l’album non inventava nulla di così tremendamente nuovo, band che cercavano di unire l’attitudine progressive al metal in giro ce n’erano già (Fates Warning, Queensryche, Sieges Even tanto per citarne alcune), ma “Images And Words” azzeccò la giusta miscela di tecnicismo e melodia, ricercatezza e orecchiabilità, arte e ostentazione (esempi potrebbero essere “Metropolis Pt1”, “Take The Time”, “Surronded”, “Wait For Sleep” e “Learning To Live”), e grazie a queste caratteristiche fu in grado d’interessare una fetta assai ampia di audience, coinvolgendo anche chi, del prog, non aveva mai sentito parlare prima di allora.

Alla luce del successo riscosso da “I&W”, la band partì per un tour, questa volta mondiale, che toccò anche Europa e Giappone, e dal quale vennero tratti un home video, “Live In Tokyo” e un mini-live album, “Live At Marquee”: ottime documentazioni live della band nel suo primo tour su scala globale. Per chi scrive, “Live At Marquee”, rappresenta ancor oggi la miglior testimonianza live ufficiale dei Dream Theater, potendo contare su un LaBrie davvero in palla, cosa che, nei successivi album dal vivo, non accadrà più. O almeno non sarà mai più “così” in palla...

“L’album, ed in particolar modo l’uso del sampling, indica il modo frammentario in cui abbiamo percepito il mondo esterno negli ultimi due anni…”, con queste parole John Petrucci presentava al pubblico, nel 1994, “Awake” il terzo lavoro in studio della sua band. Si trattava di un disco che a livello di atmosfere e ambientazioni segnava un taglio netto con quanto fatto dalla band in passato. Non pochi furono infatti i responsi negativi nei confronti di un disco che attraverso le sue atmosfere cupe e oscure, le sue melodie malinconiche, le trame strumentali perfettamente congegnate ed eseguite, ma complicate ed ermetiche, cercava di spingere ancora più in là i confini della band (si ascolti, come testimonianza di ciò, il trittico “Erotomania”, “Voices”, “The Silent Man”, dando magari un’ascoltatina anche a “6.00”, canzone dal meraviglioso fill introduttivo di batteria). “Awake” non era la continuazione di “I&W”, e la parte di pubblico che invece si aspettava proprio un “Images And Words, part 2” rimase delusa, salvo poi accorgersi che dietro a quella scorza fatta di canzoni cupe, ermetiche e malinconiche, infarcite di samples, costruite su riff mai così “duri”- spesso e volentieri memori della lezione impartita da Dimebag Darrel dei Pantera - si nascondeva un album che in quanto a valore artistico non aveva nulla da invidiare al suo predecessore.

“Awake” fu anche l’ultimo album che vide Kevin Moore tra le fila del Teatro Del Sogno: divergenze musicali, si disse all’epoca. Se ne andò ancor prima di partire per il tour successivo alla pubblicazione del disco. Il sostituto? In primis si pensò a Jordan Rudess, che però non gradiva l’idea di imbarcarsi negli interminabili tour che i Dream Theater facevano all’epoca. Venne allora reclutato, soltanto per una tournée, Derek Sherinian. Le cose funzionarono, Derek rimase nella band, e si diede alle stampe il mini album “A Change Of Season”. Il disco era solo un pretesto per far vedere finalmente la luce alla title track, lunghissima suite di circa 22 minuti scritta durante le sessions per “Images And Words”, poi accantonata in vista di futuri accorgimenti e rimaneggiamenti per migliorarne l’efficacia. Si volle cercare di costruire un suono il più possibile vicino a “Images And Words”, e con questo fine venne richiamato in blocco tutto il team di produzione che su quell’album aveva lavorato. Il risultato finale fu senz’altro molto positivo, incoraggiante e consegnò un altro classico al già nutrito song-book della band. Ad arricchire il disco vennero aggiunte una manciata di cover di gruppi come Deep Purple, Led Zeppelin, Kansas, Queen e Genesis, registrate dal vivo al Ronnie Scott's Jazz Club di Londra.

Venne poi la volta di “Falling Into Infinity”, e fu questo “l’album della discordia”.
Nel 1997 i Dream Theater tentarono la prima (e a tutt’oggi unica), coraggiosa e decisa sterzata stilistica, dando alla luce un album, intitolato “Falling into Infinity” che mostrava una band molto attenta all’orecchiabilità delle melodie e dei ritornelli, a non esagerare in sezioni strumentali troppo ostiche per orecchie non “addette ai lavori”, e a tenere bene a bada la propria vena metallara. In una parola: l’album segnava un significativo cambiamento di rotta dei Dream Theater, che ora puntavano verso lidi assai più commerciali e redditizi. Ma la svolta stilistica che aveva fatto la fortuna di band come Genesis o Yes, non riuscì al Teatro Del Sogno che fu tacciato (come sempre in questi casi…) di essersi venduto al music business, di aver tradito i propri fan, ecc. ecc. … L’album venne accolto piuttosto male, dunque, i fan non erano per niente contenti della semplicità delle composizioni, della ruffianità di alcuni ritornelli e non furono pochi quelli che smisero di seguire la band. Eppure, se mi è concesso un giudizio personale, “FII” non fu assolutamente un buco nell’acqua, semplicemente va giudicato per quello che è, non sulla base di “quello che ci si aspettava dai Dream Theater”. Canzoni come “New Millenium”, “Lines In The Sand”, la strumentale “Hell’s Kitchen”, o la conclusiva “Trial Of Tears” dimostrano bene quanto la band fosse ancora in forma, solo che… tra queste canzoni e le celeberrime “Matter Of Time”, “Metropolis Pt.1”, “Erotomania” o “Take The Time”, stilisticamente parlando, c’era un abisso. Troppo lunga la distanza dalle une alle altre, troppo grande la pigrizia dei supporter della band per percorrerla. Fu un peccato, perché “Falling Into Infinty” offriva, in senso musicale, nuove e interessanti opportunità alla band: sarebbe stato bello vedere cosa sarebbe venuto fuori in futuro, se avesse deciso di continuare in quella direzione.

In occasione del successivo tour, la band registrò il suo primo live album, non più una piccola manciata di canzoni dal vivo, ma un album doppio che prendeva il titolo di “Once In A LiveTime”. Se “Live At Marquee” può essere ricordato come una delle migliori prove da concerto della band, questo disco può senz’altro essere annoverato tra le peggiori pubblicazioni del gruppo. Di più penso sia inutile aggiungere.

Il 1999 è l’anno di “Metropolis Pt.2: Scenes from A Memory” primo concept album elaborato dai Dream Theater e episodio che segna l’ingresso di Jordan Rudess nella band a discapito di uno Sherinian licenziato per l’occasione.
Non solo: è questo il disco con il quale la band tornava sui sentieri battuti ai tempi di “Images And Words”. Maliziosamente si potrebbe dire che la band volle cominciare a vivere di rendita… Ma forse si scadrebbe nella malizia gratuita. Per l’occasione Petrucci e Portnoy scrissero una storia che gravitava attorno a quella appena accennata nel testo della celeberrima “Metropolis Pt.1: The Miracle And The Sleeper” contenuta in “Images And Words”. L’idea del concept era piuttosto valida, anche se forse toccava senza la giusta sensibilità e accortezza argomenti piuttosto importanti come quello della reincarnazione. Anche a livello musicale il disco ripartiva laddove “Images And Words” si fermava, e ascoltando “Overture 1928”, “Strange Deja-Vu” e “Home” (canzoni che, insieme alla conclusiva “Finally Free” e alla strumentale “The Dance Of Eternity”, rappresentano le punte di diamante del disco) risulterà semplice scorgere dei riff, delle ritmiche e delle melodie provenienti direttamente da quella “Metropolis Pt.1”, sebbene in un certo senso rivisitate. L’album è comunque molto valido e risente pesantemente delle esperienze musicali al di fuori della band madre dei componenti, soprattutto di quella derivante dai Liquid Tension Experiment di Petrucci, Portnoy, Rudess e Tony Levin che portò alla band una spiccata attitudine alla jam-session, che d’ora in avanti arricchirà di un’ulteriore caratteristica il trademark del gruppo.

“Scenes From A Memory” ebbe un successo davvero fenomenale e per festeggiarlo nel modo dovuto la band decise nel 2001 di dare alle stampe un DVD di un concerto tenuto a New York sul finire della loro tournée mondiale("Metropolis 2000”), a cui seguì qualche mese dopo un live cd vero e proprio, “Live Scenes From New York” , dello stesso concerto. L’album live è divenuto tristemente famoso per l’immagine di copertina raffigurante lo skyline di New York con le Twin Towers in bell’evidenza, in fiamme. La band cambiò l’artwork del cd non appena lo skyline della “metropolis” in fiamme venne ad assumere tutt’altro significato rispetto a quello originariamente voluto dalla band, in seguito ai tragici eventi dell’11 settembre (manco a farlo apposta data di rilascio dello stesso cd…). Il disco, composto da ben 3 cd, segnava un netto passo avanti rispetto all’incolore “Once In A Livetime” del 1998, pur senza far gridare al miracolo.


Veniamo così ai giorni nostri. Chiuso il capitolo dei live, la band -tra un side-project e l’altro…- si dedica alla scrittura del successivo lavoro in studio, quel “Six Degrees Of Inner turbulence”, a tutt’oggi l’ultima pubblicazione del combo nord-americano, pubblicato proprio nel gennaio del 2002. L’album, un doppio cd, è giocato molto su un improbabile equilibrio tra la nostalgia del passato (le 8 canzoni racchiuse nella lunghissima title track di circa 45 minuti…) e la voglia di andare avanti (“The Great debate”, “Blind Faith”, “The Glass prison”, per esempio.). Qualcuno potrebbe dire che l’equilibrio è più focalizzato sulla voglia di fare qualcosa di “nuovo” e la necessità di non perdere pubblico per strada. Insomma: un compromesso, e i compromessi si sa, nell’arte, raramente sono efficaci, infatti l’album ha ricevuto più o meno dovunque un’accoglienza piuttosto freeddina, al di là dei facili entusiasmi da parte degli “adoratori” della band. Cercando di riassumere tutto il disco in poche parole, si potrebbe dire che lo smalto dei giorni migliori è quasi sicuramente sparito, e quel che resta è l’album di 5 grandi professionisti del music business, con i lati positivi e negativi che comporta un situazione del genere.

Elyel