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Cradle of filth
Ecco una delle più controverse, sopravvalutate ed amate-odiate band che la scena metal estrema inglese ci ha proposto negli ultimi dieci anni: i Cradle of filth, sestetto controllato dal minuto frontman Dani "Filth" Davey, protagonisti, nel corso dei nineties, di una continua alternanza fra ottimi dischi, flop clamorosi e continui avvicendamenti riguardanti la line up. A seguire, le recensioni relative ai full lenght ed agli EP del periodo "The principle of evil made flesh" - "Bitter suites to succubi".


A cura di: Dark Mayhem


The principle of evil made flesh (1994)

Un budget limitato, una formazione nella quale i soli spunti relativi al tecnicismo erano concentrati nel batterista Nicholas Barker, ed'un incredibile passione per il metal estremo. Con questi mezzi, o forse dovrei dire propositi, i Cradle of filth, band originaria di una zona rurale non tanto distante da Birmingham, si sono gettati nella mischia con "The principle of evil made flesh", disco che, nel pieno dell'esplosione della scena black metal norvegese, sfidava tutto e tutti con voci femminili, passaggi tastieristici e una forte componente legata al romanticismo. Tuttavia, il sestetto si dimostra brutale, aggressivo, capace di passare da fasi recitate al limite del malinconico sino a sfuriate cariche di blast beats, scream ossessionanti, vocalizzi laceranti, un muro di suono che sfida il parossismo nel suo estremismo musicale. Nulla a che vedere con nomi come Darkthrone o Immortal: il vampirico combo inglese risente ancor qui delle influenze thrasheggianti (vedi la title track del disco) proposte nel furioso death-thrash che aveva caratterizzato il loro sound nelle precedenti demo (fra cui segnalo "Invoking the unclean" del 1992), e la matrice musicale che accompagna le sonorità di Dani Filth & co. si fa varia, complessa, ma anche ragionata e devastante. Un disco che ha segnato una svolta decisa all'interno del panorama black metal europeo, allargandone gli orizzonti in una maniera che, nel 1994, significava proporre musica nettamente in avanti rispetto a quanto in voga al tempo. Capolavori come "Summer dying fast", "The forest whispers my name" o "The black Goddess rises" meritano ben più di un semplice ascolto.


Voto: 10


Vempire or Dark Fearytales in Phallustein (1996)

Passano poco meno di due anni, e la svolta si fa netta. La produzione rasenta la perfezione, il sound si carica di partiture corpose e ridondanti, il ruolo delle tastiere, affidate a Damien Gregori, si fa importante, di primo piano. Dani Filth, singer della band, abbandona subito lo screaming grattato degli esordi per dedicarsi ad uno stile personale che, in seguito, bands come gli Hecate Enthroned tenteranno inutilmente di clonare. Le influenze si moltiplicano, e si affacciano, per la prima volta, generi come il gothic metal (sebbene in dosi minute). Per quanto riguarda il black metal, invece, in "Vempire" ne troverete ancora, ma in una forma completamente straziata e plasmata rispetto a quanto presente sul precedente disco. Tuttavia, la qualità altissima dei brani del suo predecessore non si ripresenta in questo "Vempire", e, oltre alla riproposta e freschissima "The forest whispers my name", gli unici momenti di splendore compositivo si manifestano tramite la suite "Queen of winter, throned", song dalla lunghissima durata capace di mostrare, nel suo oscuro incedere, tutte le facce mostrate sino ad allora dai Cradle of filth. La band torna a competere con il meglio di sè stessa attraverso rare sfuriate contenute all'interno delle varie "Nocturnal supremacy", "The rape and ruin of angels", ma il risultato è quello di un disco nettamente inferiore al debut.


Voto: 7

Dusk and her embrace (1996)

Non passa neanche un solo anno, ed il sestetto inglese mostra ancora una volta grandissimi cambiamenti. Gian Pyres va ad occupare il ruolo di chitarrista ritmico al posto del turnista Jared (axe-man dei December moon, quest'ultimo partecipante su "Vempire" a causa di seri problemi personali relativi al precedente guitarist, Paul Allender), la produzione peggiora lievemente, mostrando un suono decisamente più sporco ed oscuro rispetto a quanto mostrato su "Vempire", ed il black metal si fa sempre meno presente. L'uso delle chitarre si appoggia decisamente in maniera più marcata su stilemi classici, a tratti gotici, quindi trova spazio per sfuriate degne del black metal degli esordi come accade in "Haunted shores". Il disco, tuttavia, presenta incredibili perle come "Funeral in Carpathia", "Malice through the looking glass" o la title track, tutti quanti pezzi elogiati a non finire da un pubblico che, in fondo, ha nettamente tralasciato un capolavoro come "Beauty slept in Sodom". Largo spazio al romanticismo, alle atmosfere cadenzate, ed a sprazzi rasenti il goth viene concesso su "A gothic romance", mentre "Heaven torn asunder" e la title track mostrano esplicitamente il lato più minaccioso della band. Ottima prova.


Voto: 8,5

Cruelty and the beast (1998)

Per Nicholas Barker, il più grande disco dei Cradle of filth. Per Dani Filth, il "ponte" fra i vecchi C.O.F. ed i nuovi. Per me, un mezzo flop. L'evoluzione procede per lunghi passi, il black metal scompare del tutto, lasciando spazio a trame tastieristiche sempre a metà fra il passato ed il modernismo, e la band si propone in un articolato concept album su Elizabeth Bathory, sanguinaria figura da sempre bersagliata, nelle liriche, da moltissimi heavy metal acts di tutto il mondo. In ogni modo, lo scenario è quello di una band fresca nel songwriting, ma troppo vogliosa di voler passare per vie intricate ed indirette, tralasciando così le nere sfuriate che avevano caratterizzato buona parte della sezione musicale dei primi tre dischi ufficiali. "Cruelty brought thee orchids" rimarrà sempre fra le migliori songs scritte da Dani Filth, i testi di questo disco saranno segnalati come delle perle letterarie (o come degli scippi a scrittori come Poe e Lovecraft?), ma il calo espressivo è esplicito. Le song, infatti, tendono a passare da momenti dall'alto carico emozionale sino ad incredibili break dalla durata, in alcuni casi, di svariati minuti. E'il caso della suite "Bathory Aria", noiosissimo pezzo simil-gothic dove la band si dimostra all'altezza solo negli unici momenti di aggressività sonora, come accade mestamente nelle discrete "Desire in violent overture" - "The twisted nails of faith", songs discontinue e caratterizzate da numerosi alti e bassi omogeneamente distribuiti nel loro incedere. Si salvano, tuttavia, la magnifica "Beneath the howling stars" e "Thirteen autumns and a widow". Insufficiente.


Voto: 5,5

From the cradle to enslave (1999)

La band abbraccia il cinema. Dani Filth conosce Alex Chandon e produce, assieme a lui, il fantastico e grottesco video di "From the cradle to enslave". La band, allo stesso tempo, si frantuma con l'uscita di Gian Pyres, Nicholas Barker (in ingresso nei Dimmu Borgir di Shagrath ed Erkekjetter Silenoz), ed il risultato è un EP di 6 tracce (lo stesso numero di songs di cui fu composto il "full lenght" "Vempire or dark fearytales in Phallustein") caratterizzato da due nuove songs, due cover, e due particolarissime tracce. Andiamo con ordine nella presentazione del lavoro: i nuovi pezzi sono la title track, pezzo sufficiente, arricchito da melodie catchy e non mancanti da occhiate di riguardo nei confronti di risvolti commerciali, quindi "Of dark blood and fucking", ottimo pezzo di metal estremo che vede la partecipazione di Adrian Erlandsson (ex The haunted ed At the gates), di lì a poco definitivamente in line up coi Cradle of filth. Le cover, invece, sono rappresentate dalla grezzissima riedizione di "Death comes ripping" dei Danzig, caratterizzata da un Dani Filth che prova a cimentarsi senza troppa fortuna nel cantato thrash, e dalla magnifica versione di "Sleepless", pezzo forte della discografia degli Anathema di Cavanagh. Dunque, il trionfo della controversia: "Perverts Church", pezzo strumentale condito da vocalizzi di fondo al limite fra il recitato ed urla caotiche le cui basi sono gettate nell'elettronica più pura e rasente la techno (peraltro, con inefficacia). Chiude il lotto una versione velocizzata di "Funeral in Carpathia", qui sottotitolata "Be quick or be dead" (Dani ha poi negato ogni collegamento alla song degli Iron maiden, in relazione alla scelta del titolo). Il pezzo si presenta grezzo, mal prodotto, ma efficacissimo per impatto ed aggressività. Un EP di alti e bassi. Solo per gli appassionati dei sei vampiri inglesi.


Voto: 5

Midian (2000)

"Midian", tassello della discografia dei Cradle of filth considerato da molti il loro vero capolavoro. La produzione è praticamente perfetta, e Daniel Erlandsson va a creare un drumming efficace ma non ai livelli di quello esposto dal suo predecessore, Nicholas Barker. Paul Allender torna in formazione, e Martin Powell (ex My dying bride) entra stabilmente in formazione al posto del defezionario, e rimpianto, Lecter. Tuttavia, il songwriting del vampiresco Dani, nonostante i numerosi cambi di line up, si rivela fresco ed efficace, e chi voleva la band in rotta di collisione con sè stessa dopo l'insuccesso del precedente EP ha dovuto qui ricredersi. Gli innesti dei nuovi musicisti hanno funzionato alla perfezione, le trame si sono rivelate ancora una volta intricate, ma supportate da una componente atmosferica d'incredibile impatto sonico. Pezzi come la moderna "Saffron's curse" o le magnifiche "Death magick for adepts" - "Amor e Morte" entrano di diritto fra i migliori pezzi composti dalla band inglese, ed episodi come "Lord abortion" meritano alcuni mesi prima di essere compresi a pieno per la loro magnifica complessità stilistica. In ogni maniera, il lavoro si propone semplice nelle sue particolarissime trame, e nonostante la più che totale scomparsa del black metal, i pochi blast beat presenti si rivelano essenziali per rivelare lo status di una band ancora in forma nonostante la miriade di problemi accorsi. Bel disco, dal quale segnalo la proposizione di un ulteriore videoclip ("Her ghost in the fog", peraltro, nè è risultata una pessima pellicola) e l'altissimo numero di copie vendute. I C.O.F. si ritrovano lanciati nel pantheon del metal internazionale, ed un contratto con la Sony li aspetta.


Voto: 7,5

Bitter suites to succubi (2001)

Dani Filth, sempre più assetato di soldi che di sangue, non smette di tormentarci con le sue programmatissime e puntuali uscite discografiche. E'il caso di questa riempitiva release, "Bitter suites to succubi", lavoro che al tempo della distribuzione non mancò di affascinarmi per poi piombare nel dimenticatoio nel giro di pochissime settimane. Un EP di dieci tracce, fatto uscire per procurare ai fans materiale nuovo a basso costo, e poi venduto ugualmente alla non-poi-così-tanto-modica cifra di un full lenght. Del lotto fanno parte quattro nuove songs, due pezzi strumentali, tre riedizioni di classici estratti da "The principle of evil made flesh", ed una cover, quella di "No time to cry" dei Sisters of mercy. Le nuove canzoni sono discrete, ma nulla di più: "All hope in eclipse" si rivela il pezzo forte del disco, ma non è comunque destinata a lasciare il segno, "Born in a burial gown" frappone la band fra territori aggressivi e soventi riffs thrash (ne è stato estratto, peraltro, l'ennesimo videoclip), "Suicide and other comforts" e "Scorched earth Erotica" hanno del riempitivo: la prima si salva nella sua splendente pacatezza, la seconda si rivela il pezzo debole dell'EP. La band, inolte, come ho citato sopra, ripresenta qui tre capolavori estratti dal debut album, ricoprendoli con una produzione ottimale che ad un primo momento mi aveva fatto gridare al miglioramento delle songs stesse, ma dinanzi alla quale, a causa della totalitaria perdita di malignità, mi sono dovuto ricredere in là col tempo. Le songs, come prevedibile, sono "The principle of evil made flesh", "The black Goddess rises", e "Summer dying fast", e devo ammettere che, fra queste tre, solo l'ultima ha mantenuto, in parte, la sua regalità nera ed il suo impatto sonoro. Degna di nota è, invece, la magnifica e succitata cover di "No time to cry". Un disco da dimenticare, ma non del tutto...


Voto: 5,5


Altre releases:

Invoking the unclean (1992) - demo
Orgiastic pleasures (1992) - demo
Total fucking darkness (1993) - demo
Sodomizing the virgin vamp (1993) - live
Split with Molestation (EP) - anno di uscita non pervenuto
Pandaemonaeon (1999) - video

Oltre a queste, uscirà entro breve un ulteriore DVD, mentre il prossimo disco della band dovrebbe intitolarsi "Damnation and a day", per il quale segnalo sin da subito l'uscita dalla line-up del bass player Robin Graves.


Songs consigliate:

As my stomach churns (1992)
The principle of evil made flesh (1994)
The forest whispers my name (1994)
Summer dying fast (1994)
Queen of winter, throned (1996)
Funeral in Carpathia (1996)
Malice through the looking glass (1996)
Haunted shores (1996)
Cruelty brought thee orchids (1998)
From the cradle to enslave (1999)
Death magick for adepts (2000)
Her ghost in the fog (2000)
Amor e Morte (2000)
All hope in eclipse (2001)

Cover - Bootlegs: sono presenti su alcune edizioni limitate (vedi quella di "Cruelty and the beast") le cover di songs come "Sodomy and lust" (Sodom), "Hell awaits" (Slayer), "Hallowed be thy name" (Iron maiden). Tali songs sono anche reperibili su bootlegs ben reperibili.


Dark Mayhem